JUAN CARLOS, VITA (NON) DA RE

Prima i successi e poi la gavetta: la carriera al contrario dell'iberico Ferrero.
sabato, 12 Febbraio 2011

Roma – “Nel primo future della tua carriera hai raggiunto una finale, nel terzo challenger hai colto il primo titolo assoluto della tua giovane vita di tennista, mentre negli ATP, dopo la semifinale a Casablanca dell’esordio, non hai lasciato passare che cinque manifestazioni, tra cui uno Slam, per arricchire la tua mensola con un trofeo di questo livello, grazie all’impresa di Mallorca. Eri un predestinato, caro Mosquito, eri davvero un eletto, tanto da presentarti al primo Roland Garros già forte di una testa di serie, la 16esima, non senza velleità di emulare il tuo connazionale Carlos Moya, peraltro già battuto, campione lì nel 1998. Nel 2000, la tua prima partecipazione già sembrava quella buona, perché nella semifinale, contro il futuro vincitore Gustavo Kuerten, si viveva un momento, tra terzo e quarto set, in cui il brasiliano appariva vicino ad alzare bandiera bianca, ma tuttavia vi poneva rimedio e trovava il pertugio per superarti. L’anno successivo, la tua trionfale escalation di prestazioni venne nuovamente fermata allo stesso livello dal medesimo giocatore, ma questa volta la resa fu netta e probabilmente figlia di qualche implicazione psicologica. Nel 2002 sarà invece Albert Costa ad impedirti di sfatare questo tabù, proprio nell’atto conclusivo, dove eri il logico favorito e nessuno pareva in grado di levarti questa soddisfazione. Le parole di un sorpreso Costa, che a fine partita garantiva che non avresti dovuto attendere molto per raggiungerlo nel palmares dei vincitori dello Slam francese, trovavano consacrazione nella stagione successiva, quando coronavi il sogno superando nella finale l’olandese Martin Verkerk. Il primo di una probabile lunga serie di trofei parigini“. Ed invece…

Alba. Che il profilo di Juan Carlos Ferrero, nato ad Onteniente nel 1980, non fosse accostabile allo stereotipo del giocatore iberico lo si evinceva da subito, per la potenza del suo dritto e per lo stile maggiormente aggressivo che gli permetteva di essere competitivo su ogni superficie. Era però sulla terra battuta – differentemente da quanto lui stesso affermasse –  che Ferrero si mostrava pronto a divenire un grandissimo interprete di questa disciplina, come è emerso da quanto prima esposto, con le sue prime quattro performances al Roland Garros che lo hanno sempre visto protagonista. La sua scalata è poi proseguita, nel resto della stagione, fino alla finale dello U.S. Open, dove, pur cedendo ad Andy Roddick in finale, sconfiggendo nel turno precedente Andre Agassi si era garantito la possibilità di succedere al kid di Las Vegas sul trono del tennis mondiale, divenendo così il ventunesimo giocatore in stretto ordine cronologico a potersi fregiare del titolo di “numero 1 al mondo”. Sarebbe durata qualche settimana, non di più, ma a soli 23 anni Juan Carlos Ferrero era pronto a diverse stagioni in cui il suo nome sarebbe stato saldamente legato ad una delle poltrone più alte della gerarchia del tennis.

E rapido tramonto. Purtroppo per lui così non sarebbe stato: dopo poche settimane del 2004 Ferrero contrasse la varicella che lo costrinse a stare fuori per un mese, ma lasciò segni indelebili sulle sue prestazioni successive per un tempo incalcolabile. Il suo dritto non viaggiava più come prima e la sua aggressività, pur restando viva, non era più assecondata da una sufficiente rapidità nei movimenti di cui era ben dotato fino all’annata precedente. Ferrero perdeva così il suo vantaggio competitivo sugli altri tennisti, mentre nel mondo esplodeva con tutto il suo fragore Roger Federer, e finiva col venire inghiottito nella mediocrità della metà classifica. Nell’agosto 2003 sarebbe definitivamente uscito dalla top-10, senza mai rimettervi piede, e avrebbe impiegato ben 6 anni per tornare a conquistare un titolo ATP: erano stati 10 invece quelli ottenuti nel triennio 2001-2003. Piuttosto drammatico il suo cammino nell’unico Slam conquistato, dove, dal 2004 in poi, mai Ferrero è saputo andare oltre il terzo turno, un dato che più di ogni altro accerta come il suo status fosse definitivamente cambiato, sebbene saltuariamente la spia del campione che fu si riaccende, consentendogli di sfoderare prestazioni dal sapore antico, come la finale nel 2006 a Cincinnati oppure lo scacco all’acciaccato re Rafa Nadal a Roma due anni più tardi. Nemmeno i 14 successi consecutivi ottenuti ad inizio 2010 nelle kermesse sudamericane del mese di febbraio gli hanno restituito la parvenza di quel valore che aveva dimostrato, anzi proprio il fatto che queste vittorie giungessero a Costa do Sauipe o Buenos Aires e non su palcoscenici più prestigiosi, dove un tempo era in grado di coglierle, ben rendevano l’idea di quante cose fossero mutate, unite ai 30 anni che Juan Carlos compiva in quel periodo. Segnale inesorabile del tempo trascorso. E di quello che poteva essere e che non è stato. O forse di quello che è stato e che probabilmente non doveva essere. In attesa di un suo rientro sul circuito (da cui manca dallo scorso U.S. Open) che nulla certificherà di diverso da quanto ha sancito.


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