JUDY MURRAY: “VOGLIO GARANTIRE UN’EREDITÁ AL TENNIS SCOZZESE”.

“Andy e Jamie non giocheranno per sempre. Bisogna fare qualcosa adesso perché in Scozia c’è grande interesse per il tennis”. Judy Murray si racconta in un’intervista e ricorda la tragedia che nel 1996 colpì la scuola dei due figli: “È stato un momento veramente difficile”.
mercoledì, 4 Maggio 2016

Tennis – “È solo quando arrivi a casa che ci il pensiero ti travolge”. Con questa frase Judy Murray riflette sul massacro avvenuto nella scuola di Dunblane il 13 marzo 1996. Un evento che ha segnato inevitabilmente la vita dell’ex capitano di Fed Cup dell’Inghilterra e dei suoi due figli, Andy e Jamie e che ha risvegliato l’attenzione nei confronti della cittadina scozzese.

Sono passati 20 anni e le cose sono cambiate. Dunblane è diventata famosa per aver dato i natali proprio a quei due ragazzi scampati alla furia di Thomas Watt Hamilton e capaci di vincere la Coppa Davis 2015: “Ne parliamo molto di tanto in tanto – dice mamma Murray al Guardian – l’anno scorso a Natale Andy mi ha detto: «È davvero incredibile quello che è successo mamma». Era rientrato a casa per le feste e aveva fatto una corsa in giro per la città, attraversando il ponte di Allan, passando per la scuola elementare e per i campi da tennis”.

Il pensiero di Judy, tuttavia, è più orientato a Jamie Murray, il maggiore dei suoi figli. Perché quel traguardo sportivo è stato importante per lui: “Andy era già conosciuto e stimato. Ma è stato molto emozionante vedere che anche Jamie è stato apprezzato per le sue prestazioni. Per tanto tempo ha vissuto nell’ombra di suo fratello e quindi è stato molto bello vedere lui al centro dell’attenzione. Ogni volta che vedo i campi da tennis di Dunblane mi ricordo bene quando erano ragazzini, quando li vedevo correre e allenarsi. E mi ricordo che giocavano nella terza squadra maschile. Non certo la più prestigiosa”.

Poi si torna alla realtà. Judy Murray ha da poco rinunciato al suo incarico di capitano di Fed Cup per la nazionale e si prepara ad aprire e gestire un’accademia appena fuori Dunblane: “Il mio obiettivo principale è quello di far crescere il tennis in Scozia. L’ho già fatto in passato e abbiamo fatto crescere tennisti destinati alla Davis e alla Fed Cup, ma anche vincitori di Slam – chiaro il riferimento al figlio minore – e anche ottimi allenatori. Non vedo perché non possiamo ripetere quell’impresa. Non voglio che il patrimonio creato da Andy e Jamie venga disperso quando loro non giocheranno più. Sono rientrata in Scozia per questo motivo”.

Tornare a vivere a Dunblane, però, significa ripensare più spesso a quanto accaduto in quel marzo di 20 anni fa. E Judy Murray questo non può nasconderlo: “È stato molto difficile. Il mio sollievo fu immediato quando seppi che la classe dei miei figli non era coinvolta. Ma subito dopo arrivò un gran senso di colpa perché molte persone che conoscevo soffrivano. Non si può dimenticare quel momento. Ti fa apprezzare ancora di più quello che hai”.

Jamie e Andy, appunto. Due ragazzini giovani promesse del tennis: “Quando diventai allenatore federale guadagnavo 25mila sterline all’anno. Ma Andy ebbe la possibilità di andare ad allenarsi in Spagna e cercai un modo per permetterglielo. La federazione scozzese ci diede una mano, ma avevamo bisogno di 35mila sterline all’anno per dargli una possibilità decente. Così chiesi un prestito ben sapendo che era un rischio. Non sapevo a cosa stavo andando incontro, ma questo era il passo decisivo da fare. Un anno dopo anche Jamie mi chiese di andare ad allenarsi in Francia per via delle superfici più veloci. Parlarne ora è facile, ma a quei tempi non avevo il coraggio di parlarne con i miei figli. È tutto estremamente costoso e non c’è nessun tipo di garanzia. Ecco perché molti bambini non arrivano mai al professionismo”.

E un’altra difficile tappa della carriera di mamma/allenatrice di Judy è datata 2006, quando confessò a Jamie di non credere che potesse essere competitivo come il fratello in singolare: “Ho dovuto dirgli che il singolare non era roba per lui ma che aveva buone qualità in doppio”. E così fu necessario dare fondo ai risparmi per garantire al maggiore dei figli l’assistenza di Louis Cayer, un coach specializzato: “L’ho ingaggiato per sei settimane perché non potevo permettermi altro. Lui è stato molto professionale e ha messo Jamie sulla giusta strada”.

Adesso il maggiore dei fratelli Murray può dire di aver giocato due finali Slam di doppio durante la scorsa stagione e di aver vinto gli Australian Open 2016. L’investimento sembra dunque essere andato a buon fine. Andy, nel frattempo, ha giocato un’altra finale Slam (sempre a Melbourne) e ha reso Judy nonna: “Il matrimonio e il bambino sono stati un grande cambiamento nella sua vita – dice la madre del numero 2 del mondo – ma anche lui ha attraversato molti momenti particolari quando le vittorie non arrivavano. A Monte Carlo ha giocato bene e vediamo come andrà questa settimana a Madrid. Quando si diventa papà ci si può anche distrarre in qualche momento”.

La mamma Murray lascia poi spazio alla versione da allenatrice di Judy Murray. Le dimissioni da capitano di Fed Cup si sono portate dietro una coda polemica non indifferente: “Il problema è molto complesso. Non ci sono abbastanza ragazze che entrano nel tennis professionistico e io credo che un formato più simile alla Davis possa coinvolgere meglio i fan. Spero che la Itf cambi qualcosa. C’è un grande bisogno di crescita nel tennis femminile. Durante gli eventi della Wta le tribune sono sempre vuote, soprattutto nei primi turni e quindi c’è la necessità di fare qualcosa affinché questo non accada”.

Anche perché, come riconosce ancora la mamma coach più famosa del mondo: “In Scozia c’è grande appeal per il tennis”. E la ricetta è semplice: “Dobbiamo capitalizzare al meglio il successo di Andy e Jamie. Loro non giocheranno per sempre e se non si inizia da adesso per la Scozia non ci saranno altre possibilità simili. Io voglio garantire un’eredità al tennis in questo paese”.

Foto: Judy Murray (www.zimbio.com)


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