KIM CLIJSTERS, UN CAPOLAVORO FIAMMINGO

Kim Clijsters. Un fisico d’argilla sostenuto da un tennis implacabile, da una lucidità tattica esemplare, da una determinazione fuori dal comune. Da predestinata a numero uno del mondo, insieme a Justine Henin ha trascinato il Belgio nell’Olimpo del tennis.
giovedì, 13 Dicembre 2012

New York. 29 agosto 2012. Arthur Ashe Stadium. Sono le 18.36, ore locali, quando Kim Clijsters risponde di rovescio ad una prima in slice di Laura Robson. La pallina le è appena partita dal piatto corde ma la Clijsters sa già che è destinata ad oltrepassare la riga di fondo, calpestata dai piedi dell’avversaria. Per questo non tenta nemmeno di rientrare al centro, ma abbassa lo sguardo per una frazione di secondo per poi levarsi la visiera ed avviarsi a passo spedito verso la rete, mentre la Robson si porta le mani alla testa, quasi stentasse a credere che la pallina le sia davvero sfilata alle spalle. Nel frattempo Kim è già arrivata alla rete e la diciottenne, cresciuta in Australia ma di passaporto britannico, deve accelerare il passo per raggiungerla, per abbracciare quella che non è stata solo una delle giocatrici che ha scritto alcune tra le più belle pagine di questo sport negli ultimi tredici anni, ma che è pure il suo idolo sin da bambina.

Mentre la regia televisiva propone il replay di quello che è appena diventato l’ultimo colpo ufficiale della carriera di Kim Clijsters, l’ex numero uno del mondo che non perdeva un match agli Us Open dal 2003, indossa la giacca della tuta, si siede e compie un gesto per lei insolito: lascia scorrere, lentamente, le mani tra i capelli, per poi intrecciare le dita dietro alla testa e rimanere alcuni interminabili secondi con lo sguardo fisso nel vuoto, davanti a se’. In contrasto con l’incontenibile gioia della Robson, alle spalle di Kim Clijsters si posizionano sull’attenti tre raccattapalle, l’espressione seria in volto, quasi abbiano colto la ‘gravità’ del momento. La Clijsters continua a guardare qualcosa, senza vederlo, senza sentire il pubblico che spiazzato dall’epilogo, la chiama per nome, fischia, rumoreggia smarrito sugli spalti. E poi c’è una folla sbigottita, accalcata sotto al maxischermo posto fuori dallo stadio; e gli organizzatori che mai si sarebbero aspettati che la numero 89 del mondo battesse Kim Clijsters e che, solo per questo spiegheranno, non avevano programmato il match nella sessione serale. Il tutto mentre la Clijsters fissa un vuoto all’interno del quale solo lei riesce a vedere qualcosa. Un vuoto fatto forse di frammenti provenienti da un passato solo suo, da un presente solo suo, in attesa di un futuro lontano da quel catino’, dove aveva il pubblico dalla sua parte persino se giocava contro le sorelle Williams.

Contraddistingue la pittura fiamminga l’uso di più punti di fuga e di una linea dell’orizzonte alta che permettere a chi osserva il dipinto di sentirsi incluso, avvolto nello spazio raffigurato, che non è mai chiuso, anzi spesso un paesaggio lontano si insinua da una finestra, oppure vi sono specchi che raddoppiano l’ambiente. Se l’uso dei colori ad olio agevola ombre e riflessi ad erompere dalla luce, l’utilizzo signorile della posa a tre quarti, la ricchezza di significati nascosti, rende le opere fiamminghe dotate di una completezza maestosa. Kim Clijsters, immobile, lo sguardo risucchiato in un oblio indecifrabile; Laura Robson i colori sgargianti del suo completo, consapevole di essere lei ‘l’eletta’ di un simbolico passaggio di testimone; l’imponente Arthur Ashe Stadium, già prigioniero di un ricordo scandito da tre trionfi e una serie infinita di match al cardiopalmo; il sole che si appresta a svanire dietro a Flushing Meadows tingendo di malinconia quello che potrebbe essere un capolavoro di pittura fiamminga: quanta completezza, quanta luce, quante tenebre, quanta potenza e quanta fragilità, può emanare un momento reso immobile per sempre.

Non a caso, Kim Clijsters è nata a Bilzen, un piccolo paese delle Fiandre nella Comunità fiamminga del Belgio. Radici che emergono nella sua personalità: determinata, testarda, leale, orgogliosa, passionale, cosmopolita ma allo stesso tempo legata visceralmente alla propria terra, capace di possedere una visione concreta ed insieme mistica della vita. Suo padre, Leo Clijsters, era uno degli sportivi più amati in patria, difensore della nazionale di calcio belga e capitano in due mondiali; sua madre, Els Vandecaetsbeek, è stata una ginnasta di fama internazionale. Dai suoi genitori Kim ha assorbito l’amore per lo sport, per la competizione. Sono stati mamma e papà a farle capire che il talento deve essere sostenuto dall’allenamento, a trasmetterle una serie di valori che si estendono al di fuori dell’agonismo, dal rispetto per le avversarie alla consapevolezza di dover fornire un esempio positivo alle persone che seguono o vogliono avvicinarsi allo sport. Ma non solo, il DNA dei genitori, si è fatto largo nella costituzione della figlia dotandola di un fisico che è il compendio della forza muscolare del padre e dell’agilità, della flessibilità di sua madre, al punto che sin da bambina Kim era in grado di registrare tempi e massimali tali da suggerire che, in qualsiasi sport si fosse cimentata, avrebbe primeggiato.

A Kim Clijsters, evidentemente, le imprese facili non sono mai piaciute. Forse per questo motivo sin da bambina si è sentita attratta dal tennis, uno degli sport più complessi in cui il talento, la componente atletica, la lucidità tattica e la forza mentale devono interagire costantemente l’un con l’altro. Kim ha ereditato dai genitori il fisico, da madre natura ha avuto in dono il talento, mentre tutto il resto, quel ‘qualcosa in più’ che occorre per riuscire a miscelare, a ‘creare la pozione magica’ è farina del suo sacco, dei suoi sacrifici, della sua ostinazione.  Ingredienti questi, indispensabili per forgiare una campionessa, anzi due; perché non poteva essere altrimenti, il destino le ha consegnato anche una rivale, Justine Henin, con cui intraprendere un viaggio destinato a proiettare il piccolo Belgio nell’Olimpo del tennis. Diverse nell’imprinting: Kim che proviene da una famiglia benestante, unita; Justine, orfana di madre, un padre tiranno. Diverse nel carattere: Kim sempre cordiale, sorridente, amata dalle colleghe, dalla stampa, dal pubblico; Justine più introversa, scostante, incapace di entrare nel cuore della gente. Diverse nel modo di giocare: Justine, il rovescio più bello di sempre, un tennis affascinante, armonioso, imponderabile; Kim che fa dell’atletismo un tutt’uno con la pesantezza di palla, un gioco teso a mettere costantemente sotto pressione l’avversaria, uno stile aggressivo ma non monotono con tantiassi nella manica’ capaci di soccorrerla nel momento del bisogno; da un recupero di polso, a una volée di tocco. Kim Clijsters e Justine Henin, due donne divise da una rete ma che, sin da bambine, hanno respirato ossigeno dalla stessa bombola, accompagnandosi, perdendosi, cercandosi, ritrovandosi, esaurendosi. Fino a lasciarci orfani di entrambe.

Cresciuta sotto all’ombra ingombrante della predestinazione, a soli quindici anni Kim riesce a primeggiare nei più importanti tornei juniores del mondo e, una volta passata professionista conferma tutte le aspettative riposte in lei. Nel 1999 ha appena sedici anni quando passa le qualificazioni di Wimbledon, sconfigge Amanda Coetzer e si trascina fino agli ottavi dove perde da Steffi Graf; mentre agli Us Open perde nei sedicesimi, 7-5 al terzo contro Serena Williams, poi vincitrice del torneo, dopo aver servito per il match. Il 20 settembre 1999 Kim vince il suo primo torneo WTA, l’Open di Lussemburgo, termina la stagione al 47° posto della classifica mondiale e viene eletta ‘Newcomer on the year’. L’anno dopo la Clijsters fa ancora meglio, vincendo sia a Hobart che a Lipsia, ma è nel 2001 che esplode: ad Indian Wells sconfigge Justine Henin, Elena Bovina, la numero 1 del mondo Martina Hinghis e cede in finale 6-2 al terzo contro Serena Williams. Finale che raggiunge pure al Roland Garros, grazie alla vittoria sulla Henin in semifinale, ma dove dopo 2 ore e 21 minuti cede contro Jennifer Capriati, in un match di cui domina 6-1 il primo set, perde 6-4 il secondo e 12-10 il terzo dopo essere arrivata per quattro volte a due punti dalla vittoria. I successi a Stanford, Lipsia e agli Open di Lussemburgo le permettono di qualificarsi al WTA Tour Championships 2001 dove passa il girone prima di arrendersi in semifinale a Lindsay Davenport. Soprattutto però, il 2001 coincide con il trionfo in Federation Cup dove, insieme a Justine Henin, regala al Belgio la prima ‘insalatiera’ della sua storia.

Quattro sono i tornei che la Clijsters si aggiudica nel 2002, tra cui il Master dove sconfigge prima Venus e poi Serena Williams, registrando tra l’altro il record di minor numero di game persi durante l’intera manifestazione; addirittura nove sono i trionfi del 2003. Dal cemento di Sydney, Indian Wells, Stanford e Los Angeles, alla terra di Roma, all’erba di Hertogenbosch, al cemento indoor di Lussemburgo del ‘Porsche Tennis Grand Prix’ di Fiderstadt, e dei WTA Tour Championships; Kim Clijsters è un rullo compressore. Durante l’anno perde solo due semifinali, agli Australian Open contro Serena Williams ed a Wimbledon contro Venus; e raggiunge altre sei finali, cinque delle quali le perde contro la Henin tra cui due finali dello Slam, al Roland Garros ed agli Us Open. Il Belgio si gongola nel vanto di possedere le due tenniste migliori del mondo, basti pensare che la finale di Parigi ha fatto scomodare persino i reali del Belgio; il Re Alberto II, la regina Paola e il principe Filippo. Una festa quella di Parigi, che sembra finire a ‘tarallucci e vino’ con entrambe le tenniste sorridenti e rilassate. Più ostico sarà invece la finale degli Us Open. A rendere tesa l’atmosfera ci pensa il padre della Clijsters, che si mormora non abbia mai nutrito una forte simpatia per quella ‘guasta finali’ della Henin e, dopo anni di sopportazione, si lascia andare ad alcune allusioni incaute. La partita tra Kim e Justine si configura come una delle più altalenanti e incomprensibili della storia del tennis. In alcuni frangenti le due belghe lasciano correre il braccio così liberamente che sembrano in allenamento, in altri momenti appaiono invece vittime della paura più raggelante. La differenza tra le due è che quando ‘la paura fa novanta’ la Clijsters sparacchia in tribuna mentre la Henin umilia il suo rovescio facendo morire le palline a metà rete. Entrambe si alternano nel recitare la parte dell’imbambolata per un intero set finché il giudice di linea di turno, ovviamente miope, decide di chiamare fuori una pallina della Clijsters che più buona non si può e, complice l’arbitro Sandra De Jenken che, più che lo ‘sceriffo’ della situazione, sembra un ostaggio delle due belghe che la degnano appena di un’occhiata per poi scambiarsi una serie di sguardi e mezze parole comprensibili a loro sole; rendendo possibile lo scippo del punto, del set e a conti fatti si potrebbe dire pure del match. Questa volta durante la premiazione le due belghe sono meno sorridenti, meno rilassate, ma chi attende al varco che la loro rivalità si trasformi in un odio stile Prost-Senna deve presto ricredersi. La Henin, contraddicendo chi da sempre la bolla come una tennista scorretta e rancorosa, afferma che: “Io e Kim abbiamo sempre vissuto la nostra rivalità in modo spensierato. Sono i nostri entourage, il circuito, la stampa a volerci mettere contro, a voler cercare di distruggere tutto”. Il 2003 resta comunque per Kim Clijsters un’annata strepitosa, coronata, in data 11 agosto 2003 dal numero 1 del mondo sia in singolare che in doppio.

Stagione 2004. Durante il torneo di Sydney Kim subisce un noioso infortunio alla caviglia ma ciò non le impedisce di raggiungere la finale degli Australian Open senza perdere un set ma, ancora una volta, giunta all’ultimo atto, non riesce a prevalere sulla Henin. E ancora una volta nel terzo set un giudice di linea chiama out una volée ampiamente buona della Clijsters, impedendole così di ottimizzare una palla break a dir poco fondamentale per l’esito del torneo. “A me quella pallina è sembrata più fuori che dentro”; continuerà a ripetere per anni Justine, mentre Kim ha sin da subito sdrammatizzato l’episodio: “Non credo che una pallina possa decidere un incontro. Che fosse dentro oppure no, avrebbe vinto lei”; per poi analizzare la rivalità con la compatriota: “Quando eravamo piccole perdevo sempre io, poi da adolescenti era Justine quella che non riusciva mai a vincere. Adesso a quanto pare siamo tornate ai vecchi tempi. Certo, mi piacerebbe vincere almeno una finale in uno Slam, ma sono felice per Justine”. Alcuni addetti ai lavori non si sono risparmiati nel definire la Clijsters troppo  ‘accomodante’, troppo sottomessa all’ascendente che Justine pare produrre su di lei, arrivando persino a ritenerla una ‘perdente’. Nulla di più sbagliato, Kim Clijsters ha sempre avuto la vittoria nel sangue e nella mente ed attribuire le sconfitte subite nelle finali Slam ad una sorta di ‘blocco psicologico’ nei confronti della Henin significa di riflesso sminuire il valore di entrambe.

Dopo aver visto sfumare l’ennesimo Slam, Kim torna subito in carreggiata imponendosi prima ad Anversa poi a Parigi dove batte in semifinale Dinara Safina ed in finale l’idolo di casa, Mary Pearce. Senza più Martina Hinghis, con le sorelle Williams alle prese con svariati malanni fisici, con delle rivali troppo acerbe come la Sharapova e la Myskina, o troppo discontinue come la Kuznetsova, con la Henin che all’improvviso inizia a perdere colpi; il 2004 per la Clijsters sembra profilarsi come come un anno tutto suo, scalfito da un unico rischio: la solitudine. Invece, si rivela essere l’anno più crudele della sua carriera: prima un gravissimo infortunio al polso, poi una distorsione alla caviglia, finiscono con il comprometterle l’intera stagione.

Kim Clijsters si ripresenta nel 2005 ad Indian Weels. Rispetto all’anno prima è cambiata solo la classifica: è la n°133 del mondo; il tennis che si abbatte sulle sue avversarie è però sempre lo stesso implacabile schiacciasassi. Kim raggiunge i quarti senza perdere un set per poi sconfiggere Conchita Martinez, Elena Dementieva e la numero 1 del mondo, Lindsay Davenport. Che sia tornata forte come prima, Kim lo dimostra la settimana dopo a Miami dove batte Myskina, Dementieva, Mauresmo e Sharapova, senza perdere un set. “Contro di lei non puoi mai essere certa di aver chiuso un punto”; sottolinea la russa. Un risentimento alla spalla le vieta di essere al meglio sia al Roland Garros che a Wimbledon, dove a bloccarla negli ottavi è sempre la Davenport, ma i trionfi ad Eastbourne, Stanford, Los Angeles e Toronto le permettono di scalare la classifica e di presentarsi agli Us Open come quarta testa di serie. A New York, Kim raggiunge i quarti agevolmente, supera quindi in tre set prima Venus Williams poi Maria Sharapova. In finale piega con il punteggio di 6-3 6-1 Mary Pearce, rea quest’ultima di aver buttato fuori pista la Henin, impedendo così alla Clijsters di compiere fino in fondo la sua ‘vendetta’.

Archiviato il 2005 da numero due del mondo l’anno nuovo inizia all’insegna dei problemi: un affaticamento muscolare dell’anca sinistra la costringe a non scendere in campo per la semifinale di Sydney e una distorsione alla caviglia la obbliga al ritiro durante la semifinale degli Australian Open, spianando la strada ad Amélie Mauresmo che in finale beneficerà dell’ennesimo ritiro, da parte della Henin. Kim riconquista comunque la vetta della classifica diventando la prima tennista a diventare n°1 del mondo dopo essere riuscita a risalire da oltre la centesima posizione del ranking in meno di un anno. La belga vince sulla terra rossa di Varsavia, continua a perdere contro la Henin nelle semifinali del Roland Garros e di Wimbledon finché l’ennesimo infortunio le proibisce di partecipare agli Us Open.

A gennaio 2007 la Clijsters fa subito la voce grossa a Sydney dove in svantaggio di un set contro Jelena Jankovic, annulla un match point, vince il tie-break della seconda frazione e chiude 6-4 al terzo. L’inconcepibile sconfitta contro la Sharapova in semifinale agli Australian Open, la finale ad Anversa, raggiunta senza perdere un set prima di essere battuta dalla Mauresmo, precedono l’annuncio del ritiro. Kim Clijsters non ha ancora compiuto 24 anni eppure si dice stanca dei ritmi, delle pressioni, che il tennis agonistico ha preteso in tutti questi anni in cambio delle vittorie, in cambio di quella poltrona di numero uno del mondo che per lei, quanto per il padre, è stato un ‘tormentone’ che ha cadenzato gli anni delle sua vita, sin dalla gioventù. Un prezzo che il suo fisico, diventato d’argilla a suon di sacrifici, la sua mente e il suo cuore non sono più disposti, forse proprio non riescono più, a pagare.

Dopo il matrimonio sfumato con Lleyton Hewitt, il 13 luglio 2007 alle 6 del mattino, Kim Clijsters si sposa con il cestista americano Brian Lynch, in una saletta del comune di Bree, un paese di nemmeno 15.000 abitanti scelto da Kim per farvi sorgere la sua Accademia di tennis. Una vita tranquilla è tutto quello che pare chiedere Kim; una famiglia, un circolo dove insegnare ai bambini e un po’ di serenità. Nemmeno per sogno: mentre è al settimo mese di gravidanza, al padre viene diagnosticato un tumore ai polmoni. L’ex difensore del Malines fa comunque in tempo il 27 febbraio 2008 a veder nascere la nipote, Jada Elle, ad assistere il 14 maggio 2008 al ritiro dalle competizioni di Justine Henin; ed a risvegliare nell’adorata figlia una domanda: è proprio sicura di non avere ancora qualcosa da dare al tennis? La morte di Leo Clijsters, avvenuta il 4 gennaio del 2009, precede di poco l’annuncio che vede Kim, Tim Henman, Steffi Graf e Andre Agassi, impegnati in un’esibizione per inaugurare, in data 17 maggio, 2009 il nuovo tetto sul Centre Court di Wimbledon. Che il ritorno nel circuito non sia più una vaga ipotesi lo conferma direttamente Kim: “In passato sono stata bersagliata da continui infortuni, ora sto seguendo un programma specifico per evitare che si ripresentino. Posso dire di non avere mai lavorato tanto come ora e di avere ancora fame di vittorie”.

Us Open 2009. Grazie ad una wild card, Kim Clijsters parte dal tabellone principale e al primo turno supera Viktoriya Kutuzova con il punteggio di  6-1, 6-1. Una vittoria facile, determinata da un turno facile, assicurano gli scettici. Al secondo turno però sconfigge la numero 14 del mondo, Marion Bartoli. Sbalorditivo è principalmente il fatto che, dopo aver perso il primo set 7-5, Kim abbia dominato 6-1 6-2 la francese dimostrando una freschezza atletica eccezionale. Contro la connazionale Kirsten Flipkens, che ha sempre visto in Kim una sorta di sorella maggiore, non c’è storia 6-0, 6-2. Al quarto turno affronta Venus Williams. Se nel primo set alla belga riesce tutto e lo vince 6-0, nel secondo perde non solo la concentrazione ma anche la misura dei colpi ed un’irrequieta Venus replica all’onta con un 6-0 in suo favore. Nel terzo set entrambe riescono finalmente a giocare il loro miglior tennis ma è la Clijsters a piazzare la zampata vincente chiudendo 6-4. Dopo aver superato la cinese Na Li 6-2, 6-4, in semifinale Kim si ritrova opposta a Serena Williams. Le due giocano un match fantastico, purtroppo però sul punteggio di 6-4 6-5 15-30, tutto in favore per la Clijsters, una giudice di linea ha la pessima idea di chiamare un’inesistente fallo di piede a Serena Williams. L’americana inizia a roteare la racchetta sotto al naso della giudice e ad inveirle contro, quanto basta perché l’arbitro le infligga un ‘warning’ per condotta antisportiva. In precedenza però la Williams aveva già ricevuto un altro ‘warning’ per abuso di racchetta, quindi è inevitabile il penalty point. Il match finisce lì. Serena esce dal campo visibilmente furiosa, non prima però di aver raggiunto la Clijsters nella sua metà campo ed averle stretto amichevolmente la mano. La belga, inizialmente scossa per quanto accaduto in campo, ha commentato l’episodio fornendo l’ennesima prova della sua sportività: “Sinceramente sul momento non ho capito bene cosa fosse successo, ora posso dire che chiamare un fallo di piede in un frangente simile significa rovinare una partita”. Ad attenderla in finale c’è Caroline Wozniacki. Le due giocano 1 ora e 35 di tennis ‘ansiotico’ carico di errori gratuiti, in buona parte causati dal peso che entrambe attribuiscono al match perché: se per la danese si tratta della sua prima finale Slam ed avverte tutta la tensione del caso, per Kim una vittoria significa il lasciapassare per la storia. Ed è proprio Kim Clijsters a trionfare diventando così la prima mamma a vincere uno Slam dai tempi di Evonne Goolagong. Chi ha il cattivo gusto di considerare quella di Kim un’impresa ‘incompleta’ è presto accontentato: Justine Henin elogia l’amica ma allo stesso tempo si dice pronta al rientro. E il tennis ringrazia.

E’ un ritorno al passato il primo torneo del 2010. A Brisbane, Kim Clijsters e Justine Henin si ritrovano in finale in un match destinato a essere ricordato negli annali di questo sport. Kim conduce 6-3 4-1 quando la Henin risorge, fa suo il secondo set e si porta 3-0 nella frazione decisiva. L’ennesimo capovolgimento spinge Kim in vantaggio per 5-3 ma la tenacia non ha mai fatto difetto a Justine che annulla 2 match point e trascina l’incontro fino al tie-break. Sul secondo match point la Clijsters spalma un rovescio sulla riga ed alza le braccia al cielo. L’arbitro però interviene e si assume la responsabilità di cambiare la chiamata del giudice di linea e di assegnare il punto alla Henin che non proferisce parola. La solita storia, verrebbe da dire. Questa volta però la Clijsters rimane concentrata, si procura un altro match point e vince il torneo facendo chiaramente capire alla Henin che ‘qualcosa è cambiato’. Un altro 7-6 al terzo, sempre a favore di Kim, si registra nel match che vede opposte le due belghe nella semifinale di Miami; in un torneo che la Clijsters farà suo superando poi Venus Williams per 6-2 6-1. E’ comunque doveroso segnalare come nella ‘seconda carriera’ di Kim e Justine si sia nuovamente invertita la tendenza dei loro ‘head to head’. Fino alla fine delle loro carriere la Clijsters non perderà più uno scontro diretto con la Henin e, l’ago della bilancia finirà per pendere a favore della fiamminga, in vantaggio per 13-12 sulla vallone.

La vittoria di Cincinnati, in finale su Maria Sharapova, rende l’idea dello stato di forma con cui Kim Clijsters si presenta agli Us Open. La belga avanza fino ai quarti senza perdere un set e sconfiggendo nell’ordine Greta Arn 6-0 7-5 , Sally Peers 6-2 6-1, Petra Kvitova 6-3 6-0, e Ana Ivanovic 6-2 6-1. Le occorrono invece tre set per superare Samantha Stosur e raggiungere Venus Williams in semifinale. Ed è proprio contro la maggiore delle sorelle Williams che la Clijsters gioca il match più valido tecnicamente e carico di suspence degli US Open 2010. Con un 6-4 frutto di un solo break, Venus vince il primo set ma nel secondo Kim ingrana una marcia in più e, dopo aver sprecato un vantaggio di 5-2 riesce comunque a far proprio il tie-break. E’ un game al limite della fantascienza quello che Venus e Kim giocano sul 4-4 del terzo set ed è la belga ad aggiudicarselo per poi andare a servire e chiudere il match. La finale contro Vera Zvonareva è per la Clijsters una formalità tanto che non impiega nemmeno un ora per infliggerle un impietoso 6-2 6-1. La tennista fiamminga vince pure i WTA Championships in un’edizione in cui le sue avversarie non riescono mai a infastidirla dimostrando che, in assenza delle Williams, di Maria Sharapova e di Justine Henin; la Clijsters non ha rivali alla sua altezza.

Agli Australian Open 2011 Kim Clijsters si presenta come grande favorita. Dopo aver inflitto un perentorio 6-0, 6-0 a Dinara Safina, batte piuttosto facilmente pure la Suarez Navarro, la Cornet, la Makarova. Nei quarti di finale, Kim supera Agnieszka Radwanska, mentre in semifinale infrange i sogni di gloria di Vera Zvonareva. Il 29 gennaio 2011 Kim Clijsters sconfigge in finale Li Na 3-6 6-3 6-3 ed il pubblico australiano la incorona Regina di Melbourne. “Durante la premiazione mi sono chiesta cosa stesse succedendo. Tutti erano così felice per Kim, che sembrava ci fossero non uno ma 15.000 vincitori degli Australian Open!”; ricorda Li Na.

Kim Clijsters torna anche numero uno del mondo ma, da quel momento, il fisico inizia a sgretolarsi: caviglie, ginocchia, anche, polso, spalla, collo, addominali; non c’è un osso ne’ un muscolo che non la costringa a stop più o meno prolungati. Di fatto, dal trionfo di Melbourne, Kim riesce a disputare un torneo decente solamente a distanza di un anno, agli Australian Open 2012. Seppure in condizioni atletiche borderline, ‘Aussie Kim’ riesce a prevalere su Na Li e Wozniacki prima di arrendersi in semifinale alla futura campionessa, Victoria Azarenka. Il resto della stagione è un’incessante tribolazione fatta di ritiri, vittorie ordinarie e sconfitte intollerabili, per una come lei. La rinuncia di giocare il Roland Garros, la disfatta subita per mano della Kerber agli ottavi di Wimbledon, i quarti alle Olimpiadi dove Maria Sharapova la sconfigge senza aver bisogno di premere sull’acceleratore, ricoprono di oscuri presagi l’attesa del suo ultimo US Open. La rocambolesca uscita di scena, al secondo turno contro Laura Robson, sono l’ennesima prova che Kim Clijsters è ormai solo il fantasma della prodigiosa tennista che era; una numero uno, capace di conquistare 4 Slam, 3 Master per un totale di 41 titoli.

In un doppio Olimpico con protagoniste Kim Clijsters e Justine Henin il Belgio ci ha sperato fino all’ultimo. Ci hanno sperato fino all’ultimo anche gli appassionati, quelli veri, quelli che hanno capito sin dall’inizio che era impossibile amare solo una delle due, che era ridicolo odiare ‘l’altra’. Fino all’ultimo forse ci hanno sperato pure loro, Kim e Justine. Non era destino, mettiamola così. Dopo l’esibizione allo stadio Re Baldovino di Bruxelles, dove Kim Clijsters ha giocato e sconfitto Serena Williams per poi fare sul sedile posteriore di una Triunph un commuovente giro di campo insieme a Justine Henin per salutare i 40.000 spettatori presenti; il Belgio ha voluto omaggiare la sua tennista più amata con un match d’addio allo ‘Sportpaleis’ di Anversa. In questo caso Kim ha giocato prima un singolare contro Venus Williams per poi disputare un doppio, in coppia con Amelie Mauresmo, opposte a Venus e Kirsten Flipkens. Tutte persone che hanno accompagnato Kim durante il suo viaggio nel mondo del tennis. Un percorso intrapreso soprattutto insieme a Justine Henin, presente nel parterre, vicino al principe Filippo e alla principessa Mathilde. Nel pomeriggio erano state ospiti al ‘Cafè Corsari’ ribattezzato, per l’evento del 12-12-2012 che ha visto protagonista Kim, Café Clijsters. E fa sempre un certo effetto vederle vicine, sentirle parlare di tennis, delle loro sfide, della loro amicizia: “Abbiamo un sacco di cose in comune, non solo il segno zodiacale”; ha voluto sottolineare Justine per poi proseguire dicendo che “Siamo state l’un per l’altra una fonte di motivazione. L’una senza l’altra non avremmo mai ottenuto quello che abbiamo ottenuto”. Una frase che riassume una vita, anzi due. Una frase che contiene tutte le emozioni, tutte le vittorie, le sconfitte, le gioie, i dolori, le amarezze, i rimpianti, le speranze, la grandezza di una vita, di due vite, capaci di dipingere un numero sconvolgente di capolavori.


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