LA BATTAGLIA INFINITA DI PANCHO GONZALES

TENNIS - Wimbledon, 25 giugno 1969. Il 41enne Pancho Gonzales affronta Charlie Pasarell, di 16 anni più giovane, in un match dal sapore epico, destinato a entrare nella leggenda
mercoledì, 25 Dicembre 2013

Tennis. Tra un punto e l’altro si piegava a riprender fiato, poggiando il peso del fisico nerboruto sulla sua Spalding di legno, usata a mo’ di bastone. Quando arrivi a quel punto, il pensiero della sconfitta comincia a farsi strada in modo subdolo. Non basta convincersi del fatto di averne ancora, di averne di più del tuo avversario. Giunti a quel punto serve qualcos’altro, anche perché le forze ti abbandonano velocemente, è inevitabile. Quarantuno anni per un tennista sono tanti. Battaglie del genere sono appannaggio di giovani rampanti, freschi e pugnaci, non sono certo roba per ‘vecchi’. Una maratona simile ti porta via tutte le energie psicofisiche possibili, ti prosciuga. Se poi dall’altra parte della rete c’è un avversario che ha 16 anni in meno di te, nel pieno del suo vigore fisico, le speranze di uscirne vincitore si riducono al lumicino. Non bastano la volontà e la testardaggine, né il grande talento a tua disposizione; non bastano le grandi vittorie ottenute in un passato ormai neanche troppo recente, non basta aver dominato come pochi le scene del tennis professionistico e non. Non basta chiamarsi Pancho Gonzales. Lì, sul centrale di Wimbledon, Ricardo Alonso Gonzàlez, meglio conosciuto come Ricardo “Pancho” Gonzales (americanizzato, con la esse finale), quel 25 giugno del 1969 non stava semplicemente affrontando Charlie Pasarell. Giocava contro se stesso, contro il tempo e il suo scorrere ineluttabile, contro leggi biologiche che scandiscono il ciclo naturale dell’uomo.

Ricardo detto Pancho Gonzales, figlio di Manuel Antonio e Carmen, primo di sette fratelli, nasce a Los Angeles il 9 maggio 1928. I suoi, provenienti da Chihuahua, città mineraria del Messico, emigrarono per sfuggire alla povertà. Il padre, imbianchino, non gli ha mai fatto mancare niente – “Avevamo pochi lussi a casa. Il cibo non abbondava ma ce n’era abbastanza per tutti, non abbiamo mai patito la fame. I nostri vestiti erano semplici vestiti, economici ma puliti”, ricorda Gonzales nella sua autobiografia. In famiglia lo chiamavano Richard o Ricardo. Il soprannome ‘Pancho’ non gli piaceva. Era usato in modo dispregiativo per etichettare i messicani. Con le discriminazioni però ha dovuto giocoforza convivere. Lo hanno temprato. La prima racchetta – costata 51 centesimi – è stato un regalo della mamma, che cercava di tenerlo lontano dai guai. Ricardo non ha voluto maestri, si è fatto da sé. Ha imparato guardando giocare gli altri sui campi pubblici, facendosi aiutare con l’attrezzatura solo da Frank Poulain, proprietario di un Tennis Shop. Di studiare neanche a pensarci, a Ricardo interessava solo il tennis. Aveva deciso di farsi strada in quel mondo, a strattonate se necessario. Così Pancho ha cominciato a farsi conoscere e nel ’47 ha raggiunto il numero 17 nel ranking nazionale. L’anno successivo è arrivato il primo grande trionfo agli US Championships, bissato poi nel ’49. Nel 1950 è passato al professionismo e in 18 anni ha vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. Nel 1968 – anno dell’avvento dell’era Open-, all’alba dei 40 anni, Pancho a smettere non ci pensava neanche. Al Roland Garros di quell’anno si issò fino alla semifinale prima di cedere il passo a Rod Laver. Quarant’anni e quasi non sentirli; Pancho era fatto così, col suo agonismo smisurato al servizio di una mano delicatissima.  “Invecchiava, le sue stupende gambe non lo portavano più alla volée di rovescio, ma rifiutava di arrendersi, continuava a battersi con il suo straordinario servizio, dal movimento dolce e insieme implacabile”, scrive Gianni Clerici.

Nel ’68 a Wimbledon non andò oltre il terzo turno; dopo aver superato Krishnan e Maud, si arrese al 25enne sovietico Metreveli. Ma nel 1969 era ancora lì, sul Centre Court, a contendersi il passaggio del turno con un ragazzo più giovane, più fresco, più in forze di lui. Pancho aveva dalla sua la smisurata classe, l’esperienza e l’orgoglio egocentrico di chi sa di essere stato il più forte. Per buona parte del match, però, queste qualità non gli bastarono; almeno non nel primo dei due giorni di battaglia.

Martedì 24 giugno, nel pomeriggio, comincia la partita infinita tra Gonzales e Pasarell. Pancho conosce bene quel ragazzo portoricano, lo ha anche allenato qualche anno prima. Il primo, tiratissimo set, si conclude sul 24-22 in favore del giovane Pasarell. Pancho però è un fiume in piena; più volte chiede la sospensione per oscurità, senza ottenerla. È furioso con il giudice di sedia Harold Duncombe, è furioso con il pubblico che lo fischia per le reiterate proteste. Per lui non si dovrebbe giocare. Così si innervosisce, riversando il proprio malcontento in campo, ma nel modo sbagliato. Regala il secondo set al suo avversario, che chiude con un facile 6-1. Solo dopo arriva la tanto agognata sospensione, dopo 2 ore e 20 minuti di gioco. L’incontro avrà il suo epilogo il giorno successivo.

Il pendio, già erto di suo, si fa scivoloso; la scalata appare quasi impossibile, mera utopia. Una vetta praticamente irraggiungibile, avviluppata nei fumi evanescenti di un passato glorioso. Ma per Ricardo conta il presente. La scalata è ancora possibile. È solo un’altra partita, solo un’altra battaglia. Lui, capelli brizzolati, pelle olivastra, faccia da Hollywood e fisico erculeo da boxeur, non intende certo tirarsi indietro. Il duello riprende. A metà terzo set si intravedono dei pericolosi segnali di cedimento. Il servizio, arma fidata nella panoplia di Pancho, diventa improvvisamente meno incisivo, più gestibile. Questo consente a Pasarell di esercitare una grande pressione nei suoi turni di risposta. Quattro giochi più tardi però lo scenario cambia. Il portoricano si innervosisce e sbaglia diversi dritti; gioca meno lob (colpo che il giorno prima gli aveva dato parecchi punti) e butta via due occasioni per breakkare il suo avversario prima sull’ 8-8 e poi sul 10-10. Sul 13-14 Pasarell serve tre ace salvando anche il settimo set point in favore di Gonzales, ma poco dopo, sul 14-15, vanifica tutto con due doppi falli che consegnano il terzo set all’americano.

La situazione si è ribaltata. Pasarell non riesce più a ritrovare il servizio e la sua fiducia ne risente. È vulnerabile. Pancho, che lo conosce bene, lo sa e decide di attaccarlo in maniera decisa. Anche il pubblico si schiera con lui. Nel quarto parziale non c’è storia: 6-3 per Gonzales. Il 41enne Gonzales. Lo sforzo fisico richiesto comincia a essere enorme. Pancho è stremato, afflitto dai crampi, preda di una stanchezza vieppiù logorante. Si muove solo se necessario e spesso, nei cambi campo, si aggrappa alla sua racchetta alla disperata ricerca delle ultime, sparute risorse. Anche Pasarell è provato. Il servizio diventa fondamentale, la chiave di volta per la vittoria. I due variano continuamente, alternando palle cariche di spin ad altre tagliate, profonde, angolate. Sul 4-5 Gonzales finisce sotto 0-40. Sembra l’epilogo dell’epopea. Il vecchio leone che cede onorevolmente il passo al ragazzo. Una dignitosa uscita di scena, un finale dolceamaro.

E invece no. Pancho è ancora vivo. Si butta avanti con tutto l’orgoglio di cui dispone. “Faceva la metà dei punti con il timore che incuteva”, disse di lui Jack Kramer. E questo, con ogni probabilità, è proprio quanto successo quel pomeriggio. Pasarell torna a giocarsi la carta del lob, ma fallisce due volte su due. Il terzo match point sfuma con un ace centrale di Pancho, che stampa la palla sulla riga. Il game, dopo 7 deuce, se lo aggiudica Gonzales, che però sul 5-6 finisce ancora a un passo dal precipizio. Di nuovo 0-40, ancora una risalita. La folla s’incendia, pervasa da un fervore partecipato. Prima uno smash, poi un’angolata volée e infine un servizio vincente distruggono ancora una volta le velleità di vittoria di un Pasarell che si appresta oramai a percorrere mestamente la via della sconfitta. Sull’8-7 ha un’ultima chance di vittoria, ma non riesce a cogliere neanche quella. L’esito della battaglia appare segnato. Gonzales dà fondo alle ultime energie rimastegli e s’impadronisce del campo, mettendo in fila 11 punti consecutivi che gli valgono un trionfo leggendario. 22-24, 1-6, 16-14, 6-3, 11-9 (per un totale di 112 giochi) il risultato finale di un match dal sapore epico, durato 5 ore e 12 minuti. C’era ancora un ultimo sussulto, un’ultima perla di straordinaria bellezza da regalare al mondo del tennis, il suo mondo. “Sono un po’ stanco”, dice alla fine, mentre l’eco degli applausi lo accompagna sulla via per gli spogliatoi. 


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