LA BELLEZZA NON SALVERÀ IL TENNIS

TENNIS - La bellezza salverà il mondo, ha scritto Fedor Dostoevskij. Ed il tennis, sarà salvato dalla bellezza? Se pure i gesti bianchi possono essere andati irrimediabilmente persi, esiste la possibilità che il tennis conosca un’inversione di tendenza? Ma soprattutto, cos’è la bellezza nel tennis?
giovedì, 13 Giugno 2013

Tennis. “La bellezza salverà il mondo”. L’insoluto disaccordo dei critici di mezzo mondo da cent’anni a questa parte nell’interpretare questo passo proveniente da uno dei capolavori di Fedor Dostoevskij, “L’idiota”, ha ingigantito l’ambiguità in esso celata. Questa misteriosa frase, che appare nel testo originale sotto forma di domanda e non di affermazione, scritta nella lingua utilizzata dal grande romanziere russo, lo slavo ecclesiastico, ne accresce la doppiezza in quanto impone l’inversione dell’oggetto con il soggetto; facendola divenire, “Mir spasët krasotà”; ossia il “Il mondo salverà la bellezza”. Alla luce dell’ambivalenza del termine “Mirche in russo può significare sia mondo che pace; la parola  “krasotà”, bellezza, si intinge di un valore che la lega imprescindibilmente al bene, alla bontà.

La 112esima edizione del Roland Garros ha incoronato per l’ottava volta Rafael Nadal; l’Achille degli anni 2000 il cui tallone dovrebbe essere rappresentato dal ginocchio, l’uomo bionico che dopo aver migliorato il record di Bjorn Borg è riuscito a battere persino se’ stesso. Giornali, magazine on-line, appassionati, addetti ai lavori si sono ritrovati per l’ennesima volta divisi da un fossato; ed è bene levarsi dalla testa il proposito di costruire un ponte per unire in compromesso le due sponde, perché sarebbe utopia, perché da una parte c’è chi osanna l’uomo dei miracoli, il Re Sole dell’era moderna, mentre dall’altra c’è solo sdegno, accuse di lesa maestà nei confronti di colui che giudicano il solo e vero sovrano, il semidio elvetico Roger Federer. Come non applaudire l’uomo capace di imprimere il proprio nome per otto volte nell’albo d’oro di un Grande Slam? Come non indignarsi al cospetto di un torneo che, nell’arco di quindici giorni, ha sì offerto quinti set combattuti ma, a conti fatti, ha annoverato un solo matchveramente bello”: il duello tra Stanislas Wawrinka e Richard Gasquet. Il punto è che occorre rispetto per le persone che sono capaci di fare il loro lavoro ad alto livello eppure, allo stesso tempo, chissà se il cuore Quattro Moschettieri”, che a parte lo sfortunato Jacques Brugnon, hanno fatto in tempo a conoscere ed apprezzare i record di Borg, avrebbero potuto sopportare tanta miseria visiva.

Da qualche parte ho letto che il “degrado”, che questa vera o presunta involuzione tennistica avrebbe avuto inizio con Bjorn Borg per poi sfociare in una sorta di “Medioevocon l’avvento di Ivan Lendl. In un altro blog però, qualcuno precisa come, prima che Ivan diventasse terribile, un altro svedese aveva “intinto di buio” l’albo d’oro dei French Open, Mats Wilander nel 1982. Il seme, la “radice del malesarebbe quindi germogliata nella fredda Svezia che, dopo l’ardito Sven Davidson capace di vincere il Roland Garros cercando la rete e l’elegante Jan Enrik Ludqvist, ha deciso di farsi pragmatica e vincente. Il buon tennis non è quindi andato a dormire sereno per poi risvegliarsi nel bel mezzo di un incubo, no, il processo è stato graduale e, proprio per questo, ha potuto gettare delle basi più profonde, robuste, cancerogene. Ancora adesso c’è chi non si da pace: come ha potuto Bjorn Borg un “becero pallettaro” mettere tutti in riga a Wimbledon per cinque anni consecutivi?  Come sono riuscite le sue precise ma “deboli” geometrie a far crollare la forza bruta di Roscoe Tanner? E’ stata la noia del suo spartito a far addormentare Vitas Gerulaitis? Ad ammansire Jimmy Connors? Come hanno potuto le sue falcate spezzare i bracci d’oro di Ilie Nastase e John McEnroe? Il mistero permane rafforzato dalla certezza che Mats Wilander sia stata una fastidiosa appendice dell’orso svedese. E così Mats che nel 1983 e nel 1984 ha vinto due titoli agli Australian Open, quando ancora si giocavano a fine stagione sull’erba del Kootong Stadium, è il secondo colpevole contro cui puntare il dito, un “batterio” persino peggiore della sbiadita fotocopia di Borg, l’argentino Guillermo Vilas.

Come se non bastasse, nel 1984 ci si è messo pure Ivan Lendl: l’ex perdente che non rideva mai e che ha osato impossessarsi del regno di John McEnroe, il ceco che non custodiva nell’animo ne’ sogni personali ne’ tanto menoideali di bellezza”, ma che piuttosto ragionava per “obiettivi”. Il tennista che non si è limitato a sacrificare la fantasia a beneficio della concretezza, no, ci ha aggiunto la forza, la dedizione, anzi peggio; ha capito che l’uomo poteva perfezionare il suo stato di “carne ed ossa”, poteva diventare qualcosa di più evoluto, trasformandosi in macchina. Non è solo l’allenamento personalizzato allo stato puro che Ivan Lendl impone al tennis, è la medicina. Lendl indica la strada del professionismo moderno, in cui ogni singolo aspetto è parte di un ingranaggio che contribuisce e forgiare il “sistema operativo”. “Dio è nei dettagli”; sosteneva il celebre architetto Ludwig Mies van der Rohe. Nel tennis il dettaglio corrisponde allaripetizione”; è quindi il contrario dell’istinto, dell’estro. I dettagli Ivan Lendl e i suoi seguaci li intravedono “nel metodo”, nel calcolo delle percentuali, nel superamento dei propri limiti.

In “L’idiota” la bellezza viene citata in svariati passi ed assume sempre una valenza enigmatica. “Provo sempre un senso di pena e di inquietudine, quando contemplo per la prima volta un luogo simile: ne sento la bellezza ma mi riempie di angoscia”; spiega Myskin. Forse anche il tennis non è riuscito a sostenere l’insostenibile peso della bellezza. Per quanto mi risulti difficile credere che lassù, dove tirano i grandi venti degli eletti, si affaccino tennisti dotati di un talento mediocre, indubbiamente nel grande calderone globale, nella mischia, gliumilisono stati messi nelle condizioni di sgomitare e di farsi largo a discapito dei raffinati spadaccini in calzamaglia. Il progresso ha reso le racchette più elastiche: non è stato il braccio degli “artisti” a beneficiarne, bensì quello degli “operai”. Non meno determinante è stata l’inconcepibile volontà di “rallentare” le superfici; rendendole un mare ideale per i rematori da fondo campo. Dal picchiatore a metà Big Jim Courier al devoto Michael Chang, da Thomas Muster al capostipite dell’Invincibile Armata Spagnola, Sergi Bruguera, il panorama è stato devastato, saccheggiato, svilito da una schiera di “maratonetiche hanno consolidato la regola che nel tennis vince chi sbaglia meno e corre di più. Questa politica non ha certo demoralizzato ne’ le Accademie statunitensi ne’ tanto meno le decine di “satelliti made in Spagna” dall’insana tentazione di sfornare una serie di cloni piantati, o sulla riga di fondo a tirar mine, o a pedalare tre metri dietro ad essa. Atleti instancabili, automi capaci di restare otto ore in campo senza avvertire un minimo di stanchezza su cui, inevitabilmente, grava lo spettro del doping, colpevole secondo alcuni, di aver sostenuto le imprese sportive di campioni.  Argomento scomodo e dalle infinite sfumature, tirato in ballo di frequente e sistematicamente in modo inopportuno, alimentando sospetti e una caccia alle streghe ipocrita, per non dire miserevole quando vengono additati i grandi nomi, perché il doping, mettiamocelo in testa, non aiuta il campione bensì il brocco”; contribuendo su vasta scala a schiaffeggiare la bellezza.

Ad ogni modo, per quanto “contaminatida Ivan Lendl e Mats Wilander, gli anni 80’ sono stati deliziati da Stefan Edberg, Boris Becker, Gattone Mecir, Pat Cash, Yannick Noha, oltre ai mancini terribili John McEnroe, Henry Leconte e Guy Forget, quest’ultimo sfociato nel decennio successivo che ha poi consacrato Pete Sampras, ha conosciuto Patrick Rafter e Richard Krajicek per poi schiantarsi in un solo grande paladino dotato di tutte le carte in regola per salvare la bellezza”, prima ancora che il tennis, Roger Federer. Restando ai giorni nostri, il Circus è illuminato da Tommy Haas, a distanza arranca Richard Gasquet, così come cerca di far sentire la propria voce Stanislas Wawrinka; eppure l’Olimpo li respinge. Nelle circuito femminile, a pensarci bene, il passaggio è stato ancora più traumatico: dalla classe signorile di Chris Evert, dalla spettacolarità di Martina Navrativola, debitrice a sua volta di Billie Jean King e Margareth Court, al genio incommensurabile di Hana Mandlikova; i palati fini hanno accettato il compromesso di Steffi Graf e Gabriela Sabatini ma, loro per primi, si sono sentiti pugnalare alle spalle da Monica Seles, battistrada “privo di coscienza” a loro vedere delle varie Jennifer Capriati, Venus e Serena Williams, Kim Clijsters, nonché dell’esercito russo, capace persino di violentare il talento di alcune “soldatesse” nel nome dei risultati precoci. Due eccezioni su tutte: Martina Hingis e Justine Henin. Così come il principe Myskin trovatosi al cospetto di Aglaja Ivanovna bisbiglia: “Voi siete straordinariamente bella,  lo siete talmente che si ha paura a guardarvi”; in perfetto stile Dostoevskijano la bellezza ha proliferato in Martina e Justine, è evoluta in armonia, in grazia. Alla fine però, sono state divorate, e il paradosso è questo: forse non è stata la forza delle sorelle Williams a farlo, bensì proprio la bellezza.

La bellezza nel tennis è quindi sinonimo di talento, di estro, di genio? E’ inquietante come queste doti evochino altre condizioni, eccelse ma allo stesso tempo ambigue; come l’istinto, la leggerezza, la fragilità, l’imprevedibilità. Mats Wilander però ha recentemente spiegato come, a suo vedere “è geniale quel che si riesce a produrre quando si vuole farlo”. Lo svedese quindi associa genialità a volontà. Il “metodo Lendl” custodiva forse in se’ la genialità, la bellezza figlia degli anni 80’? Chi critica l’atletismo di Nadal è forse una sorta di nostalgico retrogrado che oserebbe insinuare che il lume di candela è preferibile all’elettricità, la carrozza ad un auto dotata di confort, la penna ad un iPad? Nell’inverno del 1919 Ted Tilden si trasferì nel Rhode Island per rimodellare il suo rovescio inefficace. L’estate dell’anno dopo si ripresentò con una nuova presa e un rovescio potente: per il resto del decennio dominò il tennis mondiale. Fosse nato alla fine degli anni 80’ forse sarebbe stato rinchiuso tra una palestra ed un campo di atletica. Wilander minimizza “l’imprevedibilità”, sostiene che “tutti i grandi campioni erano e sono prevedibili”; porta ad esempio il servizio di Pete Sampras, il serve&volley di Stefan Edberg, il ritmo forsennato imposto da Andre Agassi. E’ interessante come Wilander nomini fuoriclasse dotati di uno stile, di un gioco differente. La bellezza è forse multiforme? Un po’ come i modelli femminili, ciò che era bellezza negli anni 70’ non lo sarebbe più di questi tempi? Cos’è quindi questa bellezza? La completezza di Roger Federer? L’inesauribile ferocia agonistica di Lleyton Hewitt? La prestanza atletica di Rafa? Il pragmatismo Borg e Wilander?  La disciplina di Ivan Lendl? L’ispirazione poetica di John McEnroe? La forza di Serena Williams? Il tocco di Hana Mandlikova? L’armonia che trasmettono gli impatti di Hingis ed Henin? Forse la bellezza si insidia in ognuno di questi aspetti. Forse bisogna semplicemente accettare che i tempi cambiano, evolvono. Alla sensibilità di ognuno di noi decidere se questo decorso abbia celebrato la bellezza oppure no. Perché alla fine di questo breve viaggio dentro di me si insinua la convinzione che la bellezza non ha il potere di salvare il tennis, a meno che il tennis non decida essere salvato.


1 Commento per “LA BELLEZZA NON SALVERÀ IL TENNIS”


  1. The Maded ha detto:

    Wow.


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