LA BELLISSIMA VITA DI LEA PERICOLI

Auguri alla signora del tennis italiano, Lea Pericoli. Gli inizi in Africa, i 27 titoli italiani, l'amicizia con Nicola Pietrangeli e quei pizzi che hanno cambiato la storia.

TENNIS – “La mia è una fantastica avventura su questa terra”. Parola di Lea Pericoli, che ha scritto la storia del tennis italiano. Ha vinto 27 titoli italiani fra singolare, doppio e doppio misto. E allora i campionati nazionali erano molto sentiti, perché il tennis non era internazionale come oggi, e poi il titolo tricolore garantiva l’accesso ai tornei del Grande Slam. Ha avuto una carriera infinita, ha raggiunto tre volte gli ottavi di finale del Roland Garros, la prima a 20 anni, e tre volte a Wimbledon, l’ultima a 37 nel 1970, battuta dall’immensa Billie Jean King, che ha cambiato per sempre il tennis. Lea, però, ha anche battuto Billie Jean, una delle sue vittime più prestigiose insieme a Virginia Wade.

Eppure, la carriera di Lea avrebbe potuto finire ancora prima di cominciare. A 17 anni, vince il torneo delle Focette a Forte dei Marmi. «Non ero neanche tesserata, gioco e vinco. Un sogno. Stavo in mezzo ai più grandi dell’epoca: Del Bello, Cucelli, Gardini. Fausto venne da me. “Se facciamo una foto con i prodotti Binaca ti faccio avere una Parker d’oro”. L’avrei fatto anche gratis». In effetti, è iscritta al Tennis Club Ambrosiano di Milano, ma l’affiliazione non è formalizzata. Per intascare il premio, firma per il circolo toscano. La FIT minaccia di squalificarla, anche per le foto con Gardini: negli anni del dilettantismo di facciata, la forma andava difesa. “Se mi promette di non giocare più a tennis, faccio finta di nulla” le dice il segretario generale Piccardo. Ma dopo due anni in collegio a Losanna, l’amore per la racchetta ritorna, più forte di prima.

Un amore nato in Africa. Ha solo un paio d’anni quando si ritrova ad Addis Abeba, poi a Nairobi, e Asmara. “Cominciò dopo la guerra – ha raccontato – tornavamo indietro dall’Asmara, dove eravamo sfollati e mio padre ci portò ad Addis Abeba. Nel giardino della grande villa in cui andammo vidi per la prima volta un campo da tennis. Avevo nove anni. Il tennis mi folgorò subito. È un gioco bellissimo in cui si uniscono la forza, la tecnica, l’intelligenza e il coraggio”. Il padre, ha raccontato, “è stato il primo civile a entrare ad Addis Abeba. Aprì una ditta di importazioni e diventammo ricchi ma scoppiò la guerra, arrivarono gli inglesi e lo fecero prigioniero. Doveva finire in India ma ai tempi delle stragi di Graziani papà aveva salvato tante persone, tra cui il cameriere personale dell’Imperatore. Il Negus lo graziò e lui fece di nuovo fortuna, per poi perdere di nuovo tutto. Più volte”. È lui, buon giocatore di terza categoria, che le insegna a giocare a tennis. “Da fuori sembrava più semplice, perdevo molte palle” ha raccontato a Ferruccio Annibali in un’intervista per Civiltà della Scrittura. “Era più facile quando, nelle giornate di pioggia, mi allenavo contro il muro maltrattando la pallina. Ma lentamente gli errori sono diminuiti. E su quel campo ho trascorso giornate meravigliose, con partite mozzafiato. Anche mamma Jole aveva buone doti tennistiche tanto che una volta decidemmo di proseguire fino a che una avesse ceduto per stanchezza. Ebbene, ho ceduto io perché sono svenuta! A 2420 metri di altitudine non è facile tirare il fiato. Forse, imparando a quella quota, sono riuscita ad ottenere la resistenza che mi ha consentito ad avere un fisico fortissimo”.

Il padre ha anche ospitato Montanelli, durante i suoi due anni in Etiopia, di cui anni dopo rinnegherà l’innamoramento per il fascismo ma non quel senso di libertà e di entusiasmo giovanile, e Gualtiero Jacopetti, regista di grande fascino, vincitore del David di Donatello nel 1966 per Africa Addio.

L’addio di Lea all’Africa arriverà qualche anno dopo. Studia per qualche tempo a Nairobi, al Loreto Convent. È l’unica italiana, vince a tennis, sa andare a cavallo, anni dopo in una serie tv interpreterà anche “la signora proprietaria di una scuderia coinvolta in cose losche”, è titolare nella squadra di hockey su prato. Ma quando i Mao Mao insanguinano il Kenya, torna in Italia.

Nel 1955 vince il primo titolo italiano nel doppio femminile e nel misto. Nel 1957 conquista la Coppa Duncan a Montecarlo e nel 1958 il titolo nazionale nel singolo. Nel 1956, a Wimbledon, Gianni Clerici ricorda di averla vista per la prima volta. “A Wimbledon le tenniste indossavano ancora gonne lunghe sin quasi al ginocchio, solo le americane erano più disinvolte, con quella che si chiamava sottana-pantalone. Come Lea scese in campo si verificò un assieparsi simile a quello che avevo visto per il primo film della coetanea Sofia Loren, i fotografi che si battevano a colpi di gomito, i dirigenti in blazer imbarazzatissimi: ogni volta che Lea colpiva il suo diritto, la sottanella, già corta sino alla coscia, roteava, facendo sì che la Divina, come avevo preso a chiamarla, mostrasse l’indumento sottostante, che, non fosse state tanto chic, si sarebbe potuto definire mutandine”.

È un’idea di Ted Tinling, ex tennista e stilista che aveva fatto già scandalo per le mutandine di Gussie Moran, le chiede di indossare i suoi abiti. “Giocai con culotte e sottoveste rosa quando ancora si usavano gonne lunghe sino alle ginocchia. Affrontavo la spagnola Pepa de Riba sul campo n.4, mi girai e mi ritrovai i fotografi sotto il sedere. Persi e uscii piangendo. Il giorno dopo ero su tutti i giornali” per quei completi che oggi fanno bella mostra al Victoria Albert Museum di Londra. “Mio padre si infuriò e mi vietò di giocare ancora” ha raccontato. Senza successo.

Non sono anni facili per Lea. “ Dovevo lavorare perché avevamo perso tutto in Africa, il tennis era un lusso. Sveglia alle 6.30, di corsa in Vespa all’Ambrosiano di Milano, poi alle 8.30 alla mia scrivania in Via Verri dove ero segretaria in una ditta di import export. Alle 12.30 di nuovo a giocare un paio d’ore per poi tornare in ufficio”.

“Ho frequentato una scuola di stenografia in via Vittorio Veneto” ha raccontato, “ma pensando che una segretaria, pure di rango, deve sottostare ad orari fissi, ho intrapreso altre attività che mi hanno dato notevoli soddisfazioni. Fui segretaria di Joe Nehmad, figlio di un banchiere libanese, poi collaborai con piccole ma note case produttrici. Ho curato anche alcuni Caroselli, ormai leggendari, con noti protagonisti quali Mina, Virna Lisi e Giovanna Ralli. Mi inserii anche nella moda e ho così avuto modo di conoscere i più celebri stilisti”.

Lea smette a quarant’anni, 1975. Agli Assoluti vince singolo, doppio e misto con Adriano Panatta, che è stato anche fidanzato con la sorella di Lea. “Avevo un tennis primitivo, selvatico, avevo il polso come Borg, senza irriverenza”. Molti la ricordano come la regina dei pallonetti. “Come tennista sono stata davvero “un coniglio coraggioso”, come scrissero. Non avevo il coraggio di andare all’assalto, ma poi battevo angosce e paure, altrimenti non avrei vinto 27 titoli italiani. Io il Gardini delle donne? Che magnifico complimento! Diciamo che Adriano vinceva a rete le sue ansie, io coi pallonetti”. Ne ha sfoggiati tanti, anche in doppio con Silvana Lazzarino. Insieme hanno giocato cinque finali a Roma e vinto tre titoli di fila a Montecarlo, con tanto di supercoppa d’argento offerta da Lord Highlife.

Con la stessa grinta ha sconfitto due volte il tumore. Senza mai perdere l’eleganza che si ritrova nei suoi articoli per il Giornale e nelle sue telecronache, prima donna al microfono dello sport, nelle collaborazioni televisive a Montecarlo (il gioco Paroliamo e la Caccia al Tesoro in elicottero con Jocelyn), nei libri che raccontano la sua storia e la biografia del grande amico Nicola Pietrangeli. “Perché non l’ho sposata? Me lo sono chiesto anch’io, più di una volta” ha ammesso Nicola, “ma eravamo sempre tutti e due così occupati…”.

Di Lea, che ha vinto anche la fascia di Miss Cinema Cortina e Lady Milano, e ha disertato Miss Italia dopo aver vinto le selezioni, resta un’immagine insieme di raffinata eleganza, di gratitudine ben vissuta, di eleganza garbata. “Quando cammino per strada, un sacco di donne mi sorridono, mi fermano. Si vede che ho lasciato un buon ricordo, e questo mi rende molto orgogliosa” ha detto. “Ho una grande riconoscenza per la vita, per tutto quello che mi ha dato”.


1 Commento per “LA BELLISSIMA VITA DI LEA PERICOLI”


  1. Paolo Maculan ha detto:

    Ero un amico di tuo fratello Dino in quanto eravamo in collegio la salle asmara e nati entrambi in addis abeba.Ti sarei grato se mi darai sue notizie.ciao


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