GIOVENTU’ BRUCIATA?

Diventata un’icona in doppio, Natasha Zvereva avrebbe potuto raccogliere di più dalla sua attività di singolarista. A prescindere da quella nota finale, ci sono altri motivi che l’hanno condotta a questa carriera

Roma – Com’è difficile crescere! In un mondo fatto di competizioni, risultati e graduatorie, come quello sportivo, saper superare in maniera indenne il periodo adolescenziale è forse l’impegno più gravoso: molto consiste nel saper dosare le giuste parti in un mix che dovrebbe consentire al campione provetto di non perdere la trebisonda lungo il suo percorso. Insomma, mantenere la giusta concentrazione sull’obiettivo, che non deve però diventare ossessione, senza tralasciare altri interessi, che non possono al contempo rubare troppe energie. Per quanto la carriera dell’atleta è quanto di più invidiato vi sia, non sono da poco le privazioni che man mano un giovane sportivo deve porsi per evitare problemi: non sarà una condanna, ma questo genere di vita cela i suoi bei “contro”, insidie che possono insinuarsi in ogni momento. Tra queste, quella che difficilmente può essere prevenuta è legata al fattore emozionale, ovvero la reazione che si scatena quando ci si cimenta per la prima volta in un palcoscenico importante: ci sono tennisti, come Lleyton Hewitt, che più tastava la tensione per un grande appuntamento, più era in grado di rendere al massimo, come evidenzia la sua vittoria a 17 anni nel torneo di casa, l’ATP di Adelaide, mentre altri, davanti ad una platea di prim’ordine, possono subire dei contraccolpi psicologici che imprimono svolte inaspettate, se non addirittura bruciare anni e anni di lavoro. Nell’edizione 1993 del Roland Garros, un diciassettenne Nicolas Escude venne scaraventato sul campo centrale della struttura di Bois de Boulogne per opporsi al quarto giocatore al mondo, Boris Becker, finendo travolto col punteggio di 6-0 6-3 6-0. Una sconfitta che lo allontanò dalle competizioni per tutta la seconda parte dell’anno, anche quelle juniores, rallentandogli la crescita, che non impedì comunque a “Picasso” di ritagliarsi un posto tra le migliori leve della scuola francese, compreso il decisivo contributo nell’eroica finale Davis in Australia nel 2001. Senza quel contraccolpo, Nicolas, attuale capitano di Fed Cup, avrebbe potuto regalare e regalarsi di più. Un caso differente per modalità, ma altrettanto clamoroso, riguarda invece Natasha Zvereva, vittima di una sconfitta in un appuntamento importante che ha impresso un cambio ben delineato nel suo percorso. E’ stato un traguardo tagliato forse troppo in anticipo, che le ha levato più che dato molto, oppure è stato soltanto un fattore che ha permesso alla bielorussa di svelare da subito la corretta direzione lungo cui la sua carriera si sarebbe dovuta incanalare?

32 minuti. Nata a Minsk il 16 Aprile 1971, Natasha Zvereva non ha mai dubitato di quello che sarebbe diventata: una giocatrice di tennis. Non perché precoce indovina o appassionata sin dalle fasce, bensì a causa della professione dei suoi genitori, entrambi maestri: Nina e Marat si mostrarono da subito speranzosi che lo sport, tanto munifico con loro, potesse concedere ancora di più alla figlia. E già a 7 anni l’intuizione dei genitori non parse sbagliata, dato che la giovane Zvereva era già una delle più fulgide promesse, bruciando tutte la tappe nella crescita, fino al compimento di tre quarti di Grande Slam juniores all’età di 16 anni – quando fallì soltanto l’appuntamento con l’Australian Open, dopo che a Wimbledon, comunque, già si era imposta nell’anno precedente. Una predisposizione unanimemente riconosciuta, anche dall’unica tennista sovietica che, fino a quel tempo, era stata capace di imporsi ad alti livelli, Olga Morozova: “Un talento non distante da quello di John McEnroe o di Martina Hinghis, lei con la palla poteva fare di tutto.” Ed era vero, perché non le mancava un colpo che fosse uno, dalla solidità a fondo campo fino al tocco sotto rete, con l’unica pecca che, ma si sarebbe scoperta soltanto più in là col tempo, derivava da un vero e proprio mancato colpo vincente “Avessi avuto più potenza.” rammenta l’interessata. Tuttavia la ribalta internazionale la investì da subito anche nel circuito delle professioniste: a soli 17 anni Natasha raggiungeva la finale del Roland Garros, superando lungo il percorso giocatrici del calibro di Martina Navratilova e Helena Sukova. In finale avrebbe trovato Steffi Graf, la stessa che in quella stagione avrebbe colto il Golden Slam, ovvero la vittoria dei quattro major con l’aggiunta delle Olimpiadi di Seul. Lasciato così intendere che la tennista sovietica avrebbe subito una sconfitta, quello che ha permesso a questa partita di venire ricordata in maniera piuttosto distinta da tutti gli appassionati è la modalità con cui la tedesca colse il titolo: fu la finale più breve dell’era Open. Appena 32 minuti bastarono a Graf per sconfiggere Natasha, che rimase a secco di giochi, ma soprattutto scioccata dall’esperienza. “Non ho alcun ricordo di quel match.” asserisce ora. Con l’aiuto di quella finale sarebbe riuscita a cogliere la quinta posizione del ranking mondiale, ma svanito l’effetto “Roland Garros 1988” Zvereva mai più si sarebbe issata tra le top-10. Tutta colpa di quella maledetta partita?

Il dominio in doppio. Furono diversi i motivi per cui Zvereva non sarebbe più stata in grado di emulare quella prestazione. Tra le altre anche la sempre più elevata competitività raggiunta dalla bielorussa (nazionalità che avrebbe assunto dopo il crollo del regime sovietico) in doppio, dove sarebbe divenuta una delle tenniste più vincenti della storia di questo sport. Il primo titolo venne colto proprio a Parigi, l’anno seguente a quella disgraziata finale, in coppia con la connazionale Larisa Savchenko, con cui avrebbe vinto anche il titolo di Wimbledon nel 1991. Dopo di lei fu la volta di Pam Shriver, altra autentica leggenda della specialità, che le permise di ottenere il primo successo agli U.S. Open, sempre nel 1991, prima che Natasha desse vita, assieme alla portoricana Gigi Fernandez, alla coppia che, tra 1992 e 1997, si sarebbe guadagnata ben 14 titoli Slam. Un team tanto forte e tanto ben amalgamato che nelle scorse settimane si è meritato l’accesso nella Hall of Fame di Newport: due tenniste particolari, poco avvezze alle grandi platee e talvolta in contrasto tra di loro, dissidi che portarono anche alla rottura del sodalizio ad inizio 1997, quando Zvereva vinse a Melbourne assieme alla giovane Martina Hingis, prima che le due tornassero a riformare il duo, trionfando a Parigi e a Wimbledon, prima del ritiro di Fernandez. L’ultima compagna di doppio  sul circuito professionistico fu infine Lindsay Davenport, con cui Natasha però avrebbe conquistato cinque finali Slam di fila, tra le edizioni 1998 e 1999 dell’Australian Open, senza però che il bottino vittorie delle due accrescesse. Per Zvereva il conto si fermò così a 18 (6 Roland Garros, 5 Wimbledon, 4 U.S. Open e 3 Australian Open) cui vanno aggiunti due titoli nel doppio misto “Down Under” – con Jim Puigh e Rick Leach. Un palmares invidiabile, che in totale toccò quota 80 vittorie, che ha confermato in parte quello che le premesse di quella finale, per non dire della carriera juniores, lasciavano intendere. Allora perché Zvereva ha languito nella sua ultra-decennale carriera lontano dai riflettori della notorietà, per quanto concerne l’attività tennistica principale? E’ stato davvero solo quel contraccolpo mai smaltito?

Condotta di vita. “Era tutto più semplice in doppio. Metà campo da coprire, una compagna che ti trasmetteva sicurezza” queste le parole di Zvereva per descrivere la sua maggiore competitività nella disciplina a coppie “Non è che io desiderassi diventare una numero 1 in doppio, come tutte volevo primeggiare in singolo, ma il doppio mi è sembrato più facile, più semplice. Per vincere in singolo avrei dovuto spremermi di più in allenamento, cosa che non facevo, e avrei dovuto limitare le mie carenze psicologiche che non mi permettevano di essere concentrata lungo tutta la durata di un incontro.” E’ difficile da dire a posteriori, soprattutto quando è passato così tanto tempo, eppure sembra che quella finale non abbia fatto altro che rafforzare l’attitudine di Zvereva, mai troppo propensa ad affaticarsi sul campo d’allenamento, nonostante un tennis che le avrebbe potuto permettere ben altri risultati. Con soli quattro titoli all’attivo, a fronte di ben 19 finali raggiunte, si può affermare che la bielorussa sia stata una delle più forti tenniste di questi ultimi due decenni a non aver vinto un titolo prestigioso in singolare, ma è difficile attribuire tutta la colpa alla sua fragilità psicologica: un altro elemento che lascia non pochi dubbi sulla sua condotta di carriera è il fatto di non aver mai avuto un allenatore dopo il 1990, quando decise di chiudere ogni rapporto col padre Marat “per lui la vita era il tennis, ed io ero una parte di esso: non ero sua figlia” ricorda Natasha, che fu anche la prima sportiva a rivendicare pubblicamente, dopo la finale all’Hilton Head del 1989, il diritto ad usufruire di tutti i guadagni ottenuti sul campo, che all’epoca invece venivano prelevati dal comitato sportivo sovietico, che in cambio le concedeva un “assegno” di 1.000 dollari a settimana. Fu il primo passo che la allontanò dal padre, ma che la avvicinò alla nuova concezione di vita, dopo che per 18 anni, come sostiene lei, la sua vita era stata sacrificata al tennis. Per cui dietro a quella sconfitta, definita da chiunque come lo scoglio psicologico di un’intera carriera, c’era qualcosa di diverso.

Morale della storia. Quando ogni “de profundis” rispetto alle sue ambizioni in singolare era stato intonato, Zvereva rischiò di far riscrivere parecchie storie ritagliate su di lei, quando nel 1998 trovò due settimane di grandissimo tennis a Wimbledon, arrivando vicina ad eguagliare la sua prestazione parigina di 10 anni prima. Dopo essere stata la seconda tennista di sempre ad eliminare Steffi Graf (fu la sua unica affermazione in 21 tentativi) e Monica Seles nello stesso torneo, Zvereva raggiunse le semifinali, prima di capitolare in un match che ad un certo punto sembrava non poterle sfuggire di mano contro la francese Nathalie Tauziat, che si sarebbe poi arresa in finale contro un’altra tennista dal carattere fragile come Jana Novotna. La bielorussa non avrebbe assolutamente demeritato di iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro, ma ancora una volta fu colpita dalle sue pecche: mancanza di motivazione e di tranquillità psicologica. Elemento pienamente discordante, visto che questi erano i pregi che ogni sua partner le ha sempre riconosciuto. Una carriera con due lati di medaglia ben distinti a caratterizzarla: vincente e a suo agio in doppio, perennemente in affanno e in tensione in singolo. Nessuna recriminazione per lei, che non rimpiange il suo passato “Io vivo il presente, ci sono tante cose da fare, ora.” Perché questa è stata la sua attitudine: se c’è una cosa che non si può imputare a Zvereva è quella di aver sconvolto la sua vita per lasciar spazio alla carriera. La bielorussa ha affrontato gli anni sul circuito con grande, grandissima tranquillità, senza dannarsi l’anima in singolare, dove troppi ostacoli si frapponevano tra lei e i titoli che contano e senza alcun rimpianto in doppio, dove è diventata una delle atlete più vincenti della storia. Un caso piuttosto peculiare, in un mondo fatto di gare, competizioni e classifiche, come lo è quello sportivo, come lo è quello del tennis: eppure il suo nome è diventato importante e famoso ed è entrato a far parte dei personaggi da ricordare di questa disciplina. Senza alcun affanno e vivendo come avrebbe voluto fare. E quindi quella finale, che è sempre stata assurta come la fine delle sue velleità da futura campionessa, è stata comunque una svolta, ma chi lo dice lo sia stata in peggio? Come ha avuto modo di dire la Dottoressa Julie Anthony, psicologa ed ex-top player americana “Sono piuttosto convinta che Natasha sia e sia stata più felice di una Graf o di una Seles, perché è stata quella che volevo essere, senza che qualcuno la indirizzasse.” E senza guida si è comunque garantita un posto nella Hall of Fame.


2 Commenti per “GIOVENTU' BRUCIATA?”


  1. Andrea ha detto:

    Complimenti per l’articolo! Anch’io ricordo quella sciagurata finale, con una Graf impietosa che infierì sulla povera Natalia durante la premiazione, scusandosi con il pubblico per la breve durata del match finale. Da quel momento sono diventato un fan della talentuosa tennista di Minsk e l’ho seguita assiduamente fino al suo ritiro. La Zvereva era dotata di un potenziale enorme e di un tennis tecnicamente perfetto, con la racchetta era in grado di fare davvero di tutto. La sua fragilità psicologica ha sempre rappresentato il suo maggior limite al rendimento sul campo (facendole perdere molti match che in realtà erano tranquillamente alla sua portata). Il “match perfetto” le è riuscito proprio contro la sua nemesi Graf dieci anni dopo la debacle dell’Open parigino, che ha segnato per lei la fine di un incubo durato per la maggior parte della sua carriera da singolarista. Confermo inoltre quanto scritto da Renato: la Zvereva rientrò nella top-10 nel 1994, quando arrivò a occupare la 7°posizione del ranking WTA.

  2. Renato ha detto:

    Ricordo ancora bene quella finale.. nonostante fossi piccino. Da allora ho sempre tifato per Natalia-Natasha.. un solo appunto: Natasha riuscì a rientrare nella top-ten diversi anni dopo la finale parigina, ritrovando qualche buon risultato anche in singolare! Complimenti per il profilo


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