AMBARABA CICCI… COCO

Rischio calcolato o mossa disperata? La scelta di Mary Joe Fernandez di chiamare la 19enne Coco Vandeweghe, tennista dagli illustri antenati, lascerà aperto l’interrogativo fino al prossimo weekend
giovedì, 4 Novembre 2010

San Diego (U.S.A.) – “Just Improve”. Migliorarsi è la parola d’ordine in casa Vandeweghe, lo è da sempre, lo è soprattutto da quando, assecondando questo motto familiare, la valutazione della non ancora diciannovenne tennista statunitense che in questo breve scorcio di vita ha già attraverso diverse volte gli Stati Uniti d’America – e per diletto, e per spostare la sua residenza da Long Island a Rancho Santa Fé, in California – ha subito un incremento paragonabile ad alcuni boom borsistici di questi ultimi mesi. Come accaduto per il titolo della Lazio, per esempio. E come la squadra biancoceleste veleggia in maniera del tutto sorprendente in testa alla classifica di serie A, così la giovane CoCo piuttosto inopinatamente ha ricevuto la convocazione, prima in assoluto, per la finale di Fed Cup, andando ad affiancare Liezel Huber, Melanie Oudin e Bethanie Mattek-Sands. Sorprendentemente, sicuro, per la presunta importanza della posta in palio, ma dietro a questa scelta c’è una logica, stando a quanto sostiene la capitana Mary Joe Fernandez: “Col suo stile improntato sulla forza, CoCo è una valida alternativa alla tipologia di gioco delle sue colleghe.” In parole povere la potenza, tra le altre qualità, che la nazionale a stelle e strisce ha smarrito con la rinuncia, non simultanea ma egualmente dolorosa, delle sorelle Williams è stata sopperita da Vandeweghe, che difficilmente potrà non fare rimpiangere Serena e Venus – chi a questo mondo può seriamente accreditarsi capace di tale impresa? – ma dovrà farsi trovare pronta qualora venisse chiamata in causa. Dimostrando così che la frase d’onore – “Just improve” – ha un suo valore intrinseco nella natura stessa delle cose.

Il primo momento di gloria (e di vergogna). Più che ad una delle figlie di Richard e Oracene, CoCo è stata dai più accostata a Lindsay Davenport: d’altronde la 34enne californiana ha condiviso, più o meno personalmente, momenti fondamentali nella crescita della giovane promessa U.S.A. Piuttosto evocativa la “cartolina” risalente a due anni e mezzo fa, nell’immediata vigilia del Sony Ericsson Tour di Miami, quando CoCo e Lindsay si stavano riscaldando in uno dei campi dell’infinita struttura di Key Biscayne. A margine di una sessione caratterizzata da servizi e dritti al fulmicotone, Lindsay domandò alla madre Tauna quale fosse in quel preciso momento l’allenatore della piccola tennista in erba. La risposta “Nessuno” stupì Davenport tanto quanto lasciò un senso di vergogna in Tauna, a cui fu risparmiato di dover ammettere un particolare ancora più disonorevole, ovvero che in talune occasioni, quando non c’era alcuna persona disposta a scambiare due palle con la figlia, si cimentava lei nel riscaldamento pre-match. Eppure stavamo parlando della stessa giocatrice che solo 2 settimane prima, a 16 anni e 3 mesi, era stata capace di superare l’allora numero 53 delle classifiche mondiali Aravane Rezai per accedere ai quarti di finale del torneo da 50.000$ di Las Vegas. Il primo risultato che regalò a CoCo la giusta luce dei riflettori, a distanza di 5 anni da quando prese per la prima volta una racchetta in mano.

Che natali. Il suo rapporto col tennis, in effetti, ebbe inizio piuttosto tardivamente, a 11 anni già compiuti, soltanto perché fino ad allora talmente tanti sport si erano avvicendati tra i suoi interessi, che una scelta definitiva era davvero difficile da prendersi. D’altro canto diverse erano le proposte che una famiglia politropa come la sua poteva concedere. La stessa Tauna – di cui CoCo ha anche adottato il cognome, visto che il suo vero padre, tal Robert Mullarkey, ha lasciato il tetto familiare, ed è stato nel frattempo rimpiazzato dal giornalista Michael O’Shea – è stata in grado di partecipare alle Olimpiadi di Montreal del 1976 come nuotatrice, con diverse leggende concernenti il suo reale piazzamento finale, e poi come giocatrice di pallavolo nel 1984, a Los Angeles, sport cominciato a praticare all’ormai avanzata età di 20 anni. Inizialmente al nuoto si dedicò anche il fratello di Tauna, Kiki, divenuto poi un noto cestista NBA per ben 13 stagioni, nonché manager, nell’ultima disastrosa annata che gli è pure costata il posto, dei New Jersey Nets, mentre un altro fratello, Bruk, conquistò una medaglia ai Goodwill Games del 1994 nel beach-volley. I geni non tradivano, visto che il loro padre, Ernie Vandeweghe, canadese di nascita, è stato, tra le altre cose, un giocatore dei Knicks negli anni ‘50, oltre che un fisico e un veterano della seconda guerra mondiale: sua moglie, Colleen Kay Hutchins, fu Miss America nel 1952, nonché la prima vera star mediatica di fede mormone. Insomma, una famiglia coi fiocchi, l’ambiente ideale per non vivere in maniera scorretta il rapporto col successo sportivo.

Regina a New York. Prima degli 11 anni c’erano stati diversi approcci – tra cui uno piuttosto bizzarro nel mondo del wrestling, dove vinse una competizione a soli 5 anni – fino a quando la pallacanestro apparve come l’attività prescelta. A fagiolo cadde a quel punto l’intervento del fratello Beau – divenuto poi pallavolista a livello universitario a Pepperdine – che l’avvicinò al tennis: se inizialmente il fratello maggiore riusciva a spuntarla, non era passato poi molto tempo dagli esordi che la sorella già cominciava ad aver la meglio – “Ora pensa ancora di essere in grado di battermi.” Il suo incedere nel mondo juniores non fu tra i più positivi, non tanto per i risultati – adocchiandola durante l’Orange Bowl del 2007, Max Eisenbud, storico agente IMG di Maria Sharapova, decise di metterla sotto contratto – quanto per i rapporti interpersonali: essendo molto alta, già oltre i 180 centimetri a pochi mesi dai 16 anni, le sue avversarie non amavano affrontarla, perché i suoi colpi erano assolutamente “fuori categoria”. “Arrivò il giorno in cui una mia ex-compagna d’allenamenti ed ex-amica, assieme al padre, dopo essere stata sconfitta, mi accusò di barare senza una reale motivazione. Ci rimasi molto male, avevo solo 12 anni.” Oltre ad un contratto oneroso, la vita negli juniores consegnò a CoCo anche un insperato titolo Slam, nel corso degli U.S. Open del 2008, sei mesi dopo quell’episodio occorso a Miami al cospetto di Lindsay Davenport. Fu una vittoria molto sentita, perché giunta grazie ad una wild card ricevuta, perché ottenuta senza perdere set e perché era la prima statunitense a farcela dopo 13 anni. Il maltempo la aiutò, visto che semifinale e finale si disputarono indoor e potè così far valere il suo servizio-bomba.

Verso il mondo pro’. Poco dopo il suo successo, la vita sportiva di CoCo sembrava assolutamente cambiata, in meglio, nel giro di pochi mesi. Infatti, dopo essersi concretizzata la sponsorizzazione con Eisenbud – “Non potevo credere che una giocatrice di tal calibro non fosse rappresentata” – Vandeweghe aveva cominciato a frequentare ben due allenatori, entrambi con un comune denominatore. Robert Van’t Hof e Adam Peterson erano infatti stati al fianco di Davenport in maniera frammentaria nel corso del primo decennio di questo secolo, ed apparivano intenzionati a trasmettere a CoCo tutto il possibile per renderle più facile il passaggio tra i professionisti. Un esempio illuminante, quello di Lindsay, che in una famiglia sportiva, proprio come CoCo, era nata e cresciuta. “Non ho mai chiesto a mia figlia di vincere una partita: un atteggiamento ovvio, che però viene disatteso dalla maggior parte delle famiglie. Per questo è difficile uscire indenni dal circuito juniores.” Vandeweghe, in realtà, un po’ di fatica l’ha fatta prima di mettere la testa fuori dall’ovile delle attese e delle aspettative della U.S.T.A. Il 2009 si segnalò per le continue bocciature negli ITF statunitensi, tanto che non le venne accreditata neppure una wild card per il tabellone principale degli U.S. Open, come era invece accaduto l’anno precedente.

Svolta. Addirittura due ne ha ricevute invece in questa stagione, ma l’esito di entrambe le esperienze è stato quantomeno disastroso: un gioco raccolto contro Sandra Zahlavova agli Australian Open, uno contro Sabine Lisicki agli U.S. Open. E se a Melbourne CoCo ci giungeva in un periodo non esattamente felice, suscitò sorpresa il rovescio subito per mano della non propriamente irresistibile teutonica di questi tempi, perché CoCo, in quelle settimane, sembrava aver svoltato decisamente: dopo i successi tardo-primaverili di Carson ed El Paso, la giovane statunitense trovò la fiducia nel suo gioco per arrivare a superare, nel corso del torneo di San Diego – proprio dove si disputerà la finale di Fed Cup e dove esordì ufficialmente tra le “grandi” quattro anni prima – la russa Vera Zvonareva, finalista a Wimbledon. Nessun bis a New York, quindi, ma nella prima trasferta oltre-confine della sua giovane carriera – nell’Estremo Oriente – CoCo seppe replicare il quarto di finale californiano cogliendo un risultato analogo, a Tokyo – impreziosito dai successi su Zakopalova, Rezai e Goerges, cui seguirà un’altra vittoria su Kudryavtseva a Osaka. Salita fino al 115esimo posto del ranking mondiale, Vandeweghe sta quindi perseguendo quell’ideale di miglioramento continuo e costante tanto cara alla sua sempre presente madre.

In bocca al lupo. Mancina naturale, ma impostata per giocare con la mano destra, la tennista nata a New York pare aver giovato ulteriormente del sodalizio creatosi con il suo nuovo allenatore, Tom Gullikson, tanto che, sotto questo solido profilo californiano, potrebbe celarsi la tennista in grado, negli ideali di capitan Fernandez, di scompaginare le carte sulla tavola consacrata ad un nuovo possibile successo azzurro. Di sicuro, i tifosi statunitensi avrebbero preferito ricorrere alla classe e al talento di Serena e Venus Williams, sta di fatto che attualmente, laddove Mattek-Sands e Oudin fallissero, spetterà a CoCo provare a metterci una pezza. Una posizione di grande responsabilità. “Non avrei mai voluto che mia figlia si trovasse in una situazione di tale pressione se non sapessi che lei può cavarsela tranquillamente.” Ora tocca a lei.


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