LA LEGGENDA DELL’ORSO SVEDESE

Tennis - Compie 57 anni uno dei più grandi campioni di sempre, lo svedese Björn Borg. Ripercorriamo la sua incredibile e rivoluzionaria carriera.
giovedì, 6 Giugno 2013

Oggi è il compleanno di Björn Borg. I miei personali ricordi a lui legati sono vaghi per ovvi motivi anagrafici e legati alla mia infanzia. Ricordo però che una volta mia madre mi comprò una fascia di spugna tricolore da mettere in testa, dicendomi “sei come Borg”. Devo conservarla ancora, in qualche remoto recesso della mia soffitta. Tuttavia le imprese tennistiche dell’Orso di Södertälje ho imparato a conoscerle dopo, tramite la mia precoce passione per John McEnroe che mi ha portato a scoprire un altro campione assoluto che ha reso grande il tennis.

Ho sempre pensato che lo sport nasconda uno strano concetto di conservatorismo che è relativo ai tempi in cui si gioca. Quando Borg salì alla ribalta, i puristi storcevano la bocca: rovescio bimane apparentemente sgraziato (insieme a quello di Connors), potenza fisica, topspin (concetto allora praticamente sconosciuto), la racchetta dalle corde tiratissime per i tempi (fino a 40 kg) e un atteggiamento glaciale e poco comunicativo. I puristi di oggi invece Borg lo esaltano e lo rimpiangono perché più passa il tempo più “è sempre peggio”. Al di là delle discussioni sul conservatorismo del tennis, Björn Borg è stato un campione che il tennis l’ha rivoluzionato per davvero. Ancora oggi se ne discute: ho avuto il piacere di ascoltare vivissime discussioni tra maestri di tennis che ancora litigano su chi avesse più classe tra lui e McEnroe. Due modi opposti, sia tecnicamente che caratterialmente di concepire il tennis che ancora oggi animano le conversazioni tra addetti al settore. Con qualche patriottico inserimento di Panatta, s’intende.

Björn (che in svedese significa, appunto, “Orso”) è stato un giocatore dalla grande precocità, caratteristica che il tennis (e in generale lo sport) di oggi ha quasi completamente perduto. A 13 anni già era in grado di battere il migliore under-18 svedese, nonché capitano di Davis, Lennart Bergelin. Nel 1971, a 14 anni esordiva già nel circuito professionistico, una cosa oggi impensabile. L’anno dopo veniva già chiamato a rappresentare il suo paese in Coppa Davis, presentandosi con una vittoria in cinque set sul non più giovanissimo neozelandese Onny Parun, per poi vincere il torneo Junior di Wimbledon.

Alla sua epoca, quel rovescio a due mani era visto come un difetto tecnico. Un po’ come accadde per Fosbury nel salto in alto, Borg fu costretto a dimostrare che si può essere campioni assoluti senza avere una tecnica sopraffina o avendone una completamente diversa. Di giocatori che sapevano colpire la palla meglio di lui ce n’erano a bizzeffe ai suoi tempi (soprattutto di volo) ma Björn aveva capacità fisiche (resistenza, velocità) e mentali uniche che hanno contribuito in modo determinante a renderlo la leggenda che conosciamo oggi. Gli standard tecnici ed atletici di Borg erano infatti per l’epoca ancora sconosciuti. Basti pensare al suo dritto in topspin ottenuto con la rotazione del polso, tecnica che sarebbe diventata accessibile a tutti solo successivamente, con l’avvento dei telai più manovrabili in alluminio e grafite. Si dice che si allenasse colpendo la palla su un muro di pietra, in modo che la palla rimbalzasse in modo irregolare e fosse per lui più difficoltoso andarla a prendere.

Alla sua prima partecipazione nel 1973, il giovane Borg centra immediatamente i quarti di finale a Wimbledon, eliminato al quinto set da Roger Taylor. L’anno successivo, nel 1974, vince il primo torneo importante della carriera, gli Internazionali d’Italia, e due settimane dopo diventa il più giovane tennista a vincere il Roland Garros, battendo in finale Manuel Orantes in cinque set. Un biglietto di presentazione di livello assoluto. Dire che stava nascendo una stella significava fare un torto al giovane Borg: non solo le sue caratteristiche tecniche rappresentavano una sorta di rivoluzione, ma quell’Orso ancora cucciolo stava persino per dimostrare a tutto il mondo che si poteva essere giocatori straordinari su due superfici così diverse tra loro come la terra battuta e l’erba.

E’ a Parigi e a Wimbledon che Borg si esalterà scolpendo il suo nome nella storia del tennis, scalando rapidamente la sua vetta: tra il 1977 e il 1981 sarà più volte in testa alla classifica ATP, alternandosi coi suoi due più grandi rivali, Jimmy Connors prima e John McEnroe dopo. Il Roland Garros lo vincerà ben sei volte, quattro delle quali di seguito, e sarà il re di Church Road per cinque volte consecutive dal 1976 al 1980. Durante il suo ultimo successo a Wimbledon giocò una delle partite più memorabili della storia del tennis, quella finale contro John McEnroe il cui tie-break del quarto set (terminato 18-16) è ancora considerato come il più bello della storia. Qualcosa da far vedere e rivedere oggi a tutti i ragazzini che non hanno avuto l’opportunità di conoscere e vivere quel tennis.

Incredibili sono i record della sua carriera: ha vinto il 41% dei tornei del Grande Slam a cui ha partecipato (11 su 27) e quasi il 90% dei match in essi disputati, percentuale che nel solo Wimbledon sale ad oltre 92%. E’ l’unico giocatore nella storia ad aver vinto tre Slam senza aver ceduto un set ed il primo a vincerne più di 10 nell’Era Open (superato solo da Sampras e Federer ed eguagliato da Nadal). Fino al 1977 non aveva mai perso contro un giocatore più giovane di lui.

Pur grandissimo, Borg non riuscì mai a vincere lo US Open nonostante le quattro finali giocate e raggiunse solo il terzo turno all’Australian Open (torneo che veniva tenuto in secondo piano dai big anche per via della distanza da percorrere per arrivare in Australia che all’epoca rappresentava un ostacolo). Si ritirò estramamante giovane a soli 26 anni, nauseato dai massacranti allenamenti ai quali si sottoponeva, destando scalpore in tutto il mondo dello sport. Precoce ad arrivare, precoce ad andarsene: il rivale di sempre John McEnroe tentò di convincerlo a continuare a giocare ma non servì. L’Orso aveva scardinato parecchie certezze nel tennis mondiale e scritto il suo nome vicino a numerosi record.

Tentò il ritorno nel 1991, incaponendosi nel voler utilizzare la sua vecchia Donnay di legno, ormai sorpassata dai materiali delle racchette moderne. Fu un disastro totale: nel 1991 e nel 1992 non riuscì a vincere un singolo set. Andò meglio l’anno successivo ma fu anche l’anno in cui decise di appendere definitivamente la racchetta al chiodo, limitandosi al Champions Tour.

Se Borg fu un campione in campo, non si può dire che lo sia stato al di fuori di esso. Alcune attività imprenditoriali nel settore dell’abbigliamento da lui intraprese fallirono miseramente portandolo ad indebitarsi e sull’orlo della bancarotta, situazione che lo spinse a mettere all’asta alcuni suoi trofei e memorabilia. Furono ancora McEnroe e Agassi (che si offrì di comprare tutto ciò che aveva messo all’asta) a convincerlo a cambiare idea. Tormentate anche le sue relazioni sentimentali: nel 1980 si sposa con la tennista rumena Mariana Simionescu ma il matrimonio durerà solo tre anni. Avrà un figlio dalla modella Jannike Björling ma la relazione che ha segnato la sua vita è senz’altro quella con Loredana Bertè, peraltro ex di Panatta. Bersagliati dalla stampa scandalistica, i due si separarono nel 1992 (si sposarono nell’89) dopo un tentato suicidio di Loredana l’anno prima. L’Orso si sposa per una terza volta, con Patricia Östfeldt, rimediando una denuncia per bigamia dalla Bertè (in quanto per l’anagrafe lui e l’italiana risultavano ancora sposati) e una richiesta di risarcimento di cinque milioni di euro di mantenimento mai versati.

Quello che Borg è stato in campo è però quello che conta ed è lì che lo svedese ha lasciato un’impronta fondamentale nella storia dello sport non solo grazie alle sue impressionanti vittorie ma soprattutto alla capacità di anticipare i tempi, caratteristica propria dei fuoriclasse. Se oggi è stato quasi del tutto detronizzato da Rafa Nadal in qualità di “Re della Terra”, la portata storica della sua influenza sul tennis moderno è evidente ed indiscutibile, nel bene e nel male. Genitori e maestri di tennis dovrebbero far vedere ai ragazzini che si avvicinano al tennis qualche scampolo della sua rivalità con McEnroe, magari proprio quel meraviglioso tie-break del 1980. E’ semplicemente una lezione di bellezza assoulta.

Buon compleanno, Grande Orso!


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