LA LUNGA STRADA PER DIVENTARE GIUDICI DI SEDIA

TENNIS - Diventare un arbitro di tennis è più difficile di quanto si pensi. Occorrono dedizione, preparazione e tanta personalità (ma potrebbero anche non bastare..)
giovedì, 5 Dicembre 2013

Tennis. Ruolo strano, quello del giudice di sedia. Sta lassù, solitario sulla cima, tenendo e chiamando il punteggio, coadiuvato dai giudici di linea. Non può concedersi pause, né cali di concentrazione, proprio come i due giocatori in campo. L’hawk-eye (o occhio di falco) ha semplificato un po’ le cose, sollevandolo – in un certo senso – da una parte di responsabilità. È sempre meglio evitare l’errore, ma se il giocatore proprio non si fida o se i giudici hanno preso un abbaglio, la tecnologia corre – o meglio, plana – in soccorso. Il ruolo (di arbitro), falchi o non falchi, è comunque delicato e sicuramente meno semplice di quello che la gente tende a pensare. “Questo lavoro non è affatto facile”, ha detto Carlos Ramos, istruttore e chair umpire di lungo corso. “Sostanzialmente si tratta di prendere la decisione che riteniamo giusta”. Ma non solo. Bisogna avere anche la giusta personalità per potersi rapportare con grandissimi campioni, sapere quando e come calmare i giocatori qualora non fossero d’accordo con una chiamata e soprattutto bisogna conoscere a menadito ogni sfumatura del regolamento, anche le parti più arcane – per esempio: ai giocatori diabetici è concesso farsi iniezioni di insulina? Sì, solo off-court però.

Come si forma un profilo del genere? Quali sono i passi da seguire per diventare i nuovi Mohamed Lahyani e Carlos Bernardes? Il Wall Street Journal ci ha portati a Parigi, direttamente all’interno del meccanismo, a contatto con 35 (tra uomini e donne) aspiranti arbitri provenienti da tutto il mondo. Di età compresa tra i 23 e i 54 anni, la maggior parte dei candidati aveva un lavoro fisso oppure era studente a tempo pieno.

Intraprendere questa carriera non è affatto semplice. Diventare un giudice di sedia d’élite, infatti, può richiedere fino a un decennio. Gli istruttori usano il metodo Socratico per valutare capacità e conoscenze degli studenti, chiedendo loro di analizzare situazioni complicate già accadute in passato. Gli aspiranti arbitri vengono poi valutati sulla base di quiz effettuati precedentemente e su come hanno gestito la discussione in classe.

Secondo Lars Graff – ex arbitro svedese, ritiratosi l’anno scorso dopo 38 anni passati sui campi da tennis – comunicare in modo chiaro e deciso è fondamentale. Nessuno dei due giocatori deve pensare che l’altro possa influenzare le decisioni di un giudice. Ma non è semplice, perché la linea di demarcazione tra autorità e arroganza è piuttosto sottile: “È molto facile per le persone pensare che siamo arroganti”, ha detto Graff. “Insomma, ce ne stiamo seduti lassù..non è un buon punto di partenza per iniziare una discussione con qualcuno”. Un altro aspetto cruciale è sicuramente la tempistica. Occorre stare attenti e decidere rapidamente. Bisogna notare, per esempio, se un giocatore sbaglia un colpo prima che la palla sia chiamata out. Secondo Graff gli arbitri commettono spesso questo tipo di errore, facendo rigiocare il punto anche quando la chiamata non ha influenzato il tiro. “Non vogliamo un robot seduto su quella sedia”, ha detto Graff. “Serve personalità”.

Il rapporto con i giocatori è molto importante. Deve essere sicuramente improntato alla cordialità ,alla fiducia e alla stima reciproca, ma senza eccedere. Non è concesso, per esempio, condividere lo stesso tavolo da pranzo, né prendere un drink con un giocatore. Il rischio di apparire parziali è dietro l’angolo.

Un buon arbitro deve anche essere in grado di affrontare con la giusta dose di fermezza e autorevolezza proteste e rimostranze di giocatori e pubblico, stando bene attento a non lasciarsi influenzare. Ramos ha dato un prezioso suggerimento agli studenti. Per calmare folle particolarmente esuberanti, è meglio chiamare il punteggio mentre i tifosi stanno ancora applaudendo il punto del loro beniamino, perché è difficile passare rapidamente dagli applausi ai fischi.

Una delle maggiori preoccupazioni degli aspiranti arbitri (che è poi anche una delle più grandi curiosità degli appassionati), sulla base delle discussioni avvenute in aula, riguarda l’uso del bagno. Anche in questo caso è una questione di tempismo, perché una volta che comincia il match sei “legato” alla sedia fino alla fine.

Anche la lingua può essere un ostacolo. Nel tennis l’inglese è fondamentale. A Parigi però solo una manciata di studenti era di madrelingua inglese. Questi ultimi sono stati indubbiamente agevolati nel rispondere alle domande a fuoco rapido. Può sembrare ingiusto ma è necessario, come sottolineato dallo stesso Graff, il quale ha giustamente ricordato che 3 dei 4 principali tornei sono ospitati da paesi anglofoni.

E i giocatori? Come vedono i giudici di sedia? Come giudicano il loro operato? “Ovviamente qualche chiamata sbagliata può capitare”, ha affermato Grigor Dimitrov in una recente conference call. “Nel complesso però gli arbitri di sedia sono molto bravi”. Di sfuriate à la McEnroe non ce ne sono quasi (quasi eh, ché Fognini – guardando in casa nostra – sa ancora come si fa) più, grazie anche all’avvento della tecnologia, e in generale il rapporto tra arbitri e giocatori è sicuramente migliorato nel corso degli anni.

Quando arrivano i risultati delle prove, gli istruttori li condividono con gli studenti, poi si intrattengono con chi non è riuscito a superare l’ostacolo. Spesso ci sono lacrime. Chi non passa dovrà aspettare due anni per riprovarci.

I nove studenti laureatisi hanno ottenuto il “bronze badge”, prima certificazione a livello internazionale. Solo chi è insignito del “silver badge” o del “golden badge” però può arbitrare i match più importanti del circuito. La strada per arrivare ai massimi livelli è ancora lunga, anche per i migliori del corso.


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