LA NUOVA VITA DI ANDY RODDICK

L’ex numero 1 del mondo racconta come è cambiata la sua vita dopo il ritiro dall’attività agonistica: ”È bello potersi alzare la mattina ed avere tutto il giorno a disposizione”
venerdì, 14 Dicembre 2012

Tennis – È il 5 luglio 2009, siamo sul campo centrale di Wimbledon. Andy Roddick si sta giocando la terza finale ai Championships e dall’altra parte della rete c’è sempre lui, Roger Federer. Oggi come nel 2004, anno della prima finale di A-Rod sull’erba londinese, e come nel 2005. Sempre Federer. Gli head-to-head sono impietosi e dicono 18-2 in favore dell’elvetico. Il primo set lo ha vinto Andy (proprio come nel 2004), ma l’epilogo non deve essere lo stesso. Deve essere nemesi storica per il fenomeno di Basilea. E i presupposti ci sono tutti. Tie break del secondo set, Roddick è in vantaggio per 6 punti a 2 e sa che andare avanti di due set potrebbe essere – quasi – decisivo. Magari questa volta il fato sta dalla parte di Andy, magari Roger è finalmente in giornata no. La prima palla break – sul servizio dell’americano – se ne va con un meraviglioso rovescio incrociato di controbalzo, ma ce ne sono altre – di palle break -, e in serie. Altre due le annulla Roger col servizio, ma ce n’è una quarta. Serve Roddick, Federer risponde corto in back, lo statunitense mette i piedi in campo a attacca col diritto incrociato, Roger in recupero si allunga ma ciò che ne esce è un flebile, comodo pallonetto; basterebbe una facile volée per portare a casa il secondo set e vedere crescere esponenzialmente le possibilità di vittoria. Ma l’americano la sbaglia malamente, la volée, e la sbaglia di metri. Ciò che ne segue è quanto di più scontato ci si possa aspettare: break dello svizzero e tie break chiuso sull’8-6. Roddick però non crolla, si riprende, lotta e fa suo il quarto set. Il quinto è un incredibile testa a testa, un esaltante botta e risposta, ma il finale sembra già scritto. Il fato, sempre lui, beffardo, spietato, cinico e inesorabile, consegnerà quella partita alla storia, ma non nel modo in cui voleva, e ardentemente sperava, Andy.

Diventerà la finale Slam con più games giocati (77 in 4 ore e 18 minuti) e regalerà a Federer l’ennesimo record – superati i 14 Slam di Pete Sampras – di una carriera già ricca, oltremodo opulenta. Nel dopo partita Roger fa i complimenti di rito al tennista del Nebraska e gli dice che, nonostante i trionfi, sa cosa vuol dire perdere una finale simile (l’anno prima un’altra epica battaglia con lo svizzero protagonista si era risolta in favore di Nadal). “Ma tu hai già vinto 5 volte qui“, risponde sommessamente Andy, in modo scherzoso ma in fondo neanche troppo, costernato ma fiducioso: “Tornerò qui per inserire il mio nome tra i vincitori“, dirà. Inutile quanto pleonastico ricordare che il suo nome, tra i vincitori dello Slam più ambito, non lo inserirà mai. L’ultima opportunità se n’è andata quel 5 luglio del 2009, segnandolo in modo profondo e indelebile. Da lì in poi è stato un costante declino sino alla conclusione, l’epilogo definitivo, anticipato da un annuncio a sorpresa dello stesso Roddick il 30 agosto (giorno del suo compleanno) di quest’anno: “Dopo gli US Open mi ritiro, è il momento giusto. Non ho mai avuto la leggiadria di Federer, devo sforzare il mio fisico ogni giorno di più e non sono sicuro che le mie risorse fisiche siano sufficienti“. Lascerà il 5 settembre, perdendo contro Del Potro sull’Arthur Ashe Stadium, uscendo dal campo tra la commozione generale, con un bottino di 32 titoli, tre finali Slam (tutte a Wimbledon) e il trionfo agli US Open del 2003. La parabola quindi finisce proprio lì, dove 10 anni prima ha avuto il suo picco.

Oggi, a quattro mesi dal ritiro, Andy riempie le giornate in altro modo e, a ESPN Tennis, si dice contento di poter finalmente riprovare la sensazione di alzarsi la mattina e poter fare quello che vuole: “Come riempio la mia vita? Con tutte quelle cose che dovrebbero riempire la vita di tutti“, dice. “Passo il tempo con la famiglia e gli amici. È bello potersi alzare e sapere di avere un giorno intero a disposizione. Settimana scorsa ho fatto una gara sui 5 mila metri con i miei amici, poi un campo di addestramento, un brunch, un paio di Bloody Mary e dopo una gara di laser tag di oltre tre ore. Dopodiché cena e film. Abbiamo iniziato alle 8.30 del mattino e abbiamo finito alle 22.45 di sera ed è stato meraviglioso. È fantastico fare quello che vuoi e riempire il tempo con una serie di attività.

Lo sport però non è del tutto scomparso dalla vita dell’ex numero 1 al mondo. A-Rod è infatti reduce da un’esibizione a Miami – impegno preso prima della decisione di ritirarsi – e, tra qualche allenamento sui campi da tennis con l’amico James Blake, ha trovato il tempo di dedicarsi ad un’altra passione sportiva, il golf: “Sto giocando parecchio. Gioco abbastanza bene, ma cerco di guardare alle cose in modo obiettivo. Penso per esempio ai tanti ragazzi che ho visto da vicino sui campi da tennis e a come li giudicavo e poi penso che ora sono nella loro stessa situazione, ma su un campo da golf.” La sua nuova vita però non è solo attività ludiche e Bloody Mary. Parte del tempo è infatti dedicata alla sua nuova fondazione benefica, attraverso la quale proverà a costruire un centro per lo sport e l’apprendimento a Austin, in Texas.

L’ex campione americano è appena all’inizio della sua vita senza tennis e non sa esattamente cosa aspettarsi dai prossimi mesi: “Sinceramente non so cosa succederà. È ormai da 13 stagioni che passo il mese di gennaio in Australia e sono 15 anni che non passo l’8 gennaio a casa mia, negli Stati Uniti. Quando sei in tour, col passare degli anni tendi ad identificare alcuni mesi con certi posti in cui ti trovi. Non invidio affatto i ragazzi che si devono sorbire 15 ore di volo per andare a Shangai o in qualsiasi altro posto, però l’Australia mi mancherà.

E siamo sicuri che anche a noi mancherà vedere Roddick in Australia, a Melbourne, per il primo Major dell’anno, così come ci mancheranno le sue conferenze stampa mai banali e la sua indomita voglia di riprovarci, nonostante Federer , nonostante il fato avverso, nonostante i detrattori e chi ancora si ostina a ritenerlo un (ex) mezzo campione, una promessa incompiuta, un Re per un giorno, chi – a torto o a ragione – ancora considera il suo exploit un breve e insignificante interregno e chi lo ritiene un perdente di successo, sparring partner dell’altro, del fenomeno svizzero, e nulla più. Proveremo a non sentire la tua mancanza pensando che forse hai scelto il momento giusto per lasciare, e che dopotutto è giusto così. Il fato ti ha negato la gloria del trionfo sul campo più bello, opponendoti ad uno dei giocatori più forti e completi della storia del tennis; tre volte ad un passo dalla coppa, sfiorando appena l’emozione del successo. I treni passavano, le opportunità diminuivano ma tu c’eri sempre, pronto a sfidare il semi-Dio nel suo tempio, nel giardino di casa, sul terreno a lui più congeniale. Già solo per questo, per il fatto di esserti rialzato e di averci sempre riprovato, meriti più considerazione dal milieu tennistico e, soprattutto, meriti di goderti i tuoi giorni di vita senza tennis nel miglior modo possibile, tra un Bloody Mary e una corsa con gli amici, senza rimpianti.


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