LA VITA E’ (QUASI) UN FILM

Spesso e volentieri le trame cinematografiche sono intrise di avvenimenti accaduti nella realtà, in rari casi, invece, fungono da involontari preludi a scenari davvero insperati
martedì, 8 Novembre 2011

Roma – Il dominio di Roger Federer sui campi da tennis di tutto il mondo ebbe inizio nel corso dell’estate del 2003, quando mise mano sul primo trofeo del Grande Slam della sua carriera, quello di Wimbledon, superando in finale un redivivo Mark Philippoussis: questo è il pane quotidiano per chiunque abbia seguito scampoli di tennis nell’ultimo decennio. Eppure, se la memoria non mi inganna, in quegli stessi giorni, nel teatro da sogno dell’All England Lawn Tennis Club, ebbe luce un’altra manifestazione, sempre a livello di singolare maschile, che in finale vide arrivare il britannico Peter Colt e lo statunitense Jake Hammond, valida anch’essa per il titolo di campione dello Slam britannico. Con un epilogo ben più avvincente, peraltro, che ebbe un pubblico altrettanto vasto ad assistervi.

I due personaggi citati, infatti, erano tra i protagonisti del film Wimbledon, commediola romantica in salsa hollywodiana, seppur inglese, diretta dal regista britannico Richard Loncraine. Nonostante la diffusione nelle sale avvenne durante l’ autunno del 2004, le scene furono realizzate nell’occasione prima descritta e sfatarono un tabù, dato che fu la prima volta in cui venne concesso di effettuare delle riprese nel periodo consacrato allo svolgimento della competizione. Il carattere sportivo della pellicola non la esimeva dal contenere una storia d’amore che fungeva da vero trait d’union dell’intera narrazione: ad interpretarla due attori di prim’ordine come Paul Bettany e Kirsten Dunst. Il primo nei panni di un attempato tennista locale, che grazie ad una wild card si sarebbe aggiudicato la kermesse (stile Ivanisevic), la seconda nel ruolo di una stella nascente del firmamento mondiale che proprio a causa della storia d’amore appena nata con l’altro protagonista avrebbe visto la sua corsa interrompersi in semifinale. Sconfitta sul campo, ma vincente in amore, la ragazza si sarebbe consolata col nascente rapporto sentimentale che l’avrebbe poi aiutata nelle future vittorie, alla faccia del padre manager e di chiunque altro. E tutti vissero felici e contenti (meno Hammond, rivale di Colt sul campo e fuori).

Quando cinema e sport formano un connubio come nel caso di Wimbledon, è chiaro che la credibilità di tutta l’opera si fonda sull’attendibilità degli sketch strettamente sportivi. Per permettere questo gli autori si servirono della consulenza dell’ ex-campione australiano Pat Cash e soprattutto di controfigure che hanno sostituito gli attori originali durante le sequenze tennistiche. Nel ruolo principale, quello di Bettany, serviva un ragazzo dal capello biondo e dotato di una buona struttura fisica, oltreché di una valida tecnica: il prescelto fu l’allora 17enne Dominic Inglot, giovanotto piuttosto cresciuto rispetto alla sua età, che veniva dalle immediate vicinanze di Londra, figlio di un ex-calciatore di origine polacca. Così Inglot, che all’epoca ancora non aveva mai calcato il manto di una manifestazione internazionale, né tantomeno di tale prestigio, si ritrovò di punto in bianco a scambiare sul campo centrale, di fronte ad un pubblico, accorso per seguire gli incontri “veri”, pronto ad applaudirlo ed esaltarlo come nemmeno nei sogni si sarebbe potuto immaginare. “Avrò passato più tempo io sul centrale, ormai, a provare le scene, che Pete Sampras nella sua intera carriera” ebbe modo di commentare divertito lo stesso tennista britannico.

Conclusasi la parentesi cinematografica, Dominic proseguì la sua avventura nel tennis, non disdegnando, visti i risultati non propriamente esaltanti, di applicarsi sui libri: dopo aver conseguito il diploma alla St. Benedict’s School, il londinese, emulo di tanti altri suoi connazionali, scelse la strada che lo portava al di là dell’Oceano Atlantico, per dimorare a Charlottesville, sede della nota University of Virgina, dove avrebbe potuto continuare a perseguire le sue due vocazioni, quella del tennista e quella dello studente. Per migliorare, almeno tennisticamente, Inglot migliorò, anche grazie alla possibilità di condividere le ore di allenamento con atleti del calibro di Somdev DevVarman; una volta terminata la sua esperienza scolastica, Dominic, e si era ormai nel 2009, decise di ritentare col professionismo. Ma quanto erano distanti gli scenari calcati al tempo in cui recitava la parte di Peter Colt!

L’altezza – oltre 193 i centimetri che lo portavano a cimentarsi con discreti risultati anche nella pallavolo – e il servizio come arma principale lo spinsero a profondere la maggior parte degli sforzi nella disciplina del doppio, ed i discreti risultati gli garantirono una ghiotta opportunità. Pur non essendo tra i migliori giocatori britannici, gli organizzatori di Wimbledon, il torneo in questo caso, conferirono all’ormai 24enne giocatore di casa una wild-card per l’edizione 2010, che avrebbe dovuto condividere con un altro ragazzo non facente parte della prima linea del non temibile plotone inglese: Chris Eaton. Vista la tutt’altro che comprovata qualità del duo, ogni match poteva essere quello buono per la loro fuoriuscita, ma, dopo aver sconfitto al primo turno Fabio Fognini e Kevin Ullyett, Chris e Dominic si garantirono la chance di fronteggiare la prima coppia al mondo, quella composta da Daniel Nestor e Nenad Zimonjic, su uno dei campi centrali dell’All England Lawn Tennis Club. Insomma, ad ormai 7 anni di distanza, Inglot sarebbe tornato a calcare antichi prosceni. E questa volta non nei panni dell’ormai dimenticato Peter Colt.

Ebbene, quando tutto sembrava pronto al sacrificio dei poveri ragazzi inglesi in favore dell’espertissima squadra serbo-canadese, si materializzò una sorta di miracolo tennistico, che dopo quattro ore di gioco permise ad Eaton e Inglot di imporsi sui rivali con il combattuto punteggio di 7-5 5-7 7-6 6-7 8-6. Per Dominic, dopo il successo in cinque set nella finale di Wimbledon del 2003 contro Hammond, una nuova vittoria sulla lunga distanza, ma questa volta “nessun regista a decretare la validità degli scambi, non c’era Peter Colt in campo, ma Dominic Inglot. Una bella esperienza, per me, inglese a Wimbledon. E soprattutto interessante perché, a differenza della volta scorsa, non dovevo cercare di nascondere la mia faccia ogni qualvolta la telecamera era puntata contro!” ebbe il sarcastico modo di commentare il londinese. Come nelle belle storie smitizzate dalla meno cinematografica realtà il torneo di Inglot e Eaton si arrestò al turno successivo, al cospetto di Julien Benneteau e Michael Llodra, dopo un primo set pur dominato: e così, se mai ce ne fosse stata l’occasione, la possibilità che un film venisse scritto attorno alla vicenda dei due improvvidi ragazzi campioni nell’Open inglese fu smorzata poco meno di 48 ore dopo. In linea con quanto comportano questi avvenimenti, dopo quell’esperienza i due non hanno più intrapreso alcun torneo come coppia, poiché Dominic ha preferito mantenere intatto il sodalizio con l’ex compagno di college di origine filippina Treat Conrad Huey. Fino a quando un brutto infortunio, occorsogli lo scorso anno nel challenger di Achen, non lo ha costretto ai box per quasi 12 mesi.

Proprio la scorsa settimana, nel challenger di Charlottesville, Dominic Inglot è tornato a sondare le scene internazionali, accompagnato da Huey e, sfruttando la wild card concessagli in quanto il torneo ha luogo sui campi dell’università da lui una volta frequentata, si è tolto il lusso di aggiudicarsi la competizione, la terza della carriera a questo livello. Un bel viatico per il futuro, dopo che, proprio quando sembrava pronto a sbarcare tra i top-100 di categoria, oltre che tra i top-500 in singolare, l’inglese aveva subito l’infortunio cui prima ci si riferiva. Così l’avvenire può tornare ad essere un bel punto interrogativo, dopo aver assunto le sembianze di un punto esclamativo in seguito ai successi londinesi, come Colt, ma non solo. E se questa volta la vittoria “da Imax” ha anticipato la realtà, chi esclude che altri capitoli di questa particolare saga non possano venire scritti, anzi, è proprio il caso di dirlo, interpretati?


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