COLPI DA CAMPIONE: VOLÉE FEMMINILE

La nostra corsa tra i fondamentali del tennis si sofferma sulla volée femminile, un colpo sempre più raro anche tra le top-player. Se i tempi della Navratilova sembrano preistoria, possiamo consolarci con le azzurre, specialiste di questo colpo spettacolare ma ostacolato dall'evoluzione delle racchette
giovedì, 29 Marzo 2012

La prima vittima della guerra è la volée. Questa parafrasi irrispettosa del povero  Eschilo potrà sembrare esagerata, ma indubbiamente i colpi al volo hanno perso la loro centralità nel tennis di oggi, scavalcati da tecniche più semplici e pratiche per realizzare punti. La sindrome colpisce il tennis maschile e quello femminile in modo parallelo, anche se tra le donne la volée è forse ulteriormente svantaggiata dalla difficoltà per una ragazza di “coprire” la rete in modo altrettanto efficiente rispetto ad un collega maschio.

Molti dei motivi della crisi dei colpi al volo sono comuni al tennis maschile e a quello femminile, e sono stati già discussi in un articolo dedicato alla volée in campo maschile. Qui ci concentreremo maggiormente su alcuni aspetti specifici del tennis femminile e della sua storia.

Ieri ed oggi

E dire che la volée rimane il colpo più facile da giocare, come ci insegnano i maestri. Un’apparente semplicità che si scontra con mille ostacoli da superare prima di rendere il colpo efficace. Gioco di gambe, senso della posizione, impugnatura: tutti fattori importanti quanto il famigerato “tocco”. Se è facile giocare una volée accettabile, molto più difficile è giocarne una pericolosa. Un colpo sottile, stritolato dal gioco moderno, che di sottile ha veramente poco.

E così la volée è mutata, ed i colpi di volo tradizionali han lasciato molto spazio al cosiddetto “schiaffo” o varie forme di “benedizione”, in cui la tennista si limita ad incassare a rete quanto costruito da fondo. L’esistenza stessa dello schiaffo dimostra quanto le nuove racchette abbiamo trasformato il tennis. Fino all’inizio degli anni ’90 la sola idea di colpire al volo eseguendo l’intero movimento e con l’apertura di un colpo da fondo sarebbe apparso non solo sacrilego, ma anche e soprattutto completamente inutile e distruttivo.

In quest’ottica, le ragazze sono ulteriormente svantaggiate dalla ridotta potenza, che le spinge a giocare spesso con racchette con il peso in testa, che riduce il controllo, particolarmente importante per i colpi di volo, almeno nelle loro versioni tradizionali.

Martina Navratilova, la volleatrice definitiva

Fino a pochi anni or sono il tennis femminile non era certo avaro di discese a rete e di campionesse specializzate nel gioco al volo. Ma, inevitabilmente, la ricerca della giocatrice simbolo della volée femminile si sofferma su un nome, quello di Martina Navratilova, tanto efficace nei pressi della rete da riuscire a vincere in doppio fino all’incredibile età di 49 anni, a poche settimane dalla soglia del mezzo secolo di età.

Dai suoi primi passi nel circuito e per tutti i trentadue anni della sua carriera, Martina è stata una singolarità, un’incarnazione moderna dei miti del tennis. Perfetta nel tocco e nel tempo, la ceca si presentava a rete con una naturalezza imbarazzante, eseguiva in modo apparentemente spontaneo lo split step -la leggera interruzione del movimento necessaria a sfruttare al meglio il proprio spostamento- e colpiva con sicurezza e perfezione.

Se non ci fossero motivi più concreti e razionali, verrebbe quasi da pensare che gli dei del tennis abbiano deciso di “ritirare” la volee al ritiro di Martina Navratilova, come si fa per le maglie dei più prestigiosi giocatori di basket.

Le volee azzurre

I tempi di Martina Navratilova, ma anche di Jana Novotna e Hana Mandlikova, sembrano lontanissimi, ed appare risibile il tentativo di paragonare il modernissimo gioco di Petra Kvitova a quello della sua connazionale, unite solo dal passaporto, dal successo a Wimbledon e, si augura Petra, da un ruolo dominante nel tennis.

In sostanza, nel tennis di oggi la volée non è più un elemento portante del tennis, ma rappresenta una sorta di arma segreta, un jolly riservato a giocatrici estrose, “guastatrici” che scompaginano il tennis avversario con variazioni improvvise. Come Roberta Vinci, come Francesca Schiavone. Proprio le ragazze italiane fanno la parte del leone, forse per motivi culturali, forse perché sprovviste del fisico necessario ad interpretare il tennis potente che va per la maggiore. La nostra breve carrellata passa quindi per il duo Vinci-Errani e per la spagnola anomala Maria Josè Martinez Sanchez.

Roberta Vinci. La piccola Roberta è forse la più efficace interprete del gioco a rete nel tennis moderno. La pugliese unisce una mano delicatissima ad un fisico leggiadro (163 centimetri di altezza per 60 chili di peso) che le impedisce di tenere il passo delle migliori negli scambi da fondo. Quindi la sua trama tattica è una continua ricerca della rete, basata su un back vintage che le permette di scendere a rete ed eseguire sia colpi definitivi ma anche e soprattutto la vera specialità dei volleatori professionisti, la volée interlocutoria, atta a conquistare il vantaggio strategico nello scambio. Una giocatrice di altri tempi, si direbbe, ma i suoi risultati ci dicono che anche il ventunesimo secolo può riservare soddisfazioni alle ultime interpreti del gioco di volo.

Sara Errani. A differenza di Roberta, la compagna di doppio Sara Errani non gioca un tennis né classico, né particolarmente offensivo. Buona parte del tennis dell’emiliana si basa infatti su un attento gioco da fondo e su una grinta fuori dal comune. Ma proprio il gioco a volo rappresenta la carta a sorpresa di Sara, soprattutto in questo 2012, che l’ha portata ai quarti australiani grazie anche ad una nuova racchetta dal piatto più grande.

Troppo fragile con il  servizio, Sara non può dedicarsi al serve and volley, ma la sua lucidità le permette di individuare il momento opportuno per scendere a rete appoggiandosi a colpi chirurgici. Proprio la calcolata abilità a rete la rende un’ottima doppista.

Maria Josè Martinez Sanchez. Rovescio da manuale (o almeno da manuale di qualche anno fa), Maria Josè appare lontanissima dal prototipo del tennis iberico, fatto di corsa, top spin e regolarità. La ventinovenne spagnola, nota agli appassionati italiani per il sorprendente successo al Foro Italico nel 2010, incarna invece, un po’ come la Vinci, il tennis con cui sono cresciuti gli spettatori meno giovani, compreso l’uso sistematico della volée e della sorella minore, ancora più dimenticata, la demi-volée. Un po’ come Roberta, o come Llodra in campo maschile, la Martinez-Sanchez spesso finisce per sorprendere le più giovani avversarie, sconcertate dagli incomprensibili movimenti che la portano nei pressi della rete molto prima della stretta di mano finale.


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