L’AMMUTINAMENTO DELLA TERRIBILE ARMATA

La squadra russa ha disertato la finale di Federation Cup. Perché? Con il senno di poi un economista darebbe “la colpa” al denaro ed ai punti messi in palio a Sofia, mentre Dan Brown forse non avrebbe la faccia tosta di vedere messaggi criptati tra le pieghe di “La dama con l’ermellino“ esposta al Ermitage per dare vita a un nuovo “Codice da Vinci” “mitteleuropeo”; ma certamente qualche domanda che va oltre alle “dichiarazione ufficiali” se le sarebbe posta...
giovedì, 31 Ottobre 2013

Alla fine l’Oracolo ha parlato e l’annuncio, non troppo saggio a dire il vero, se una profezia può aver suggerito è quanto mai simile ad un “canto di morte”. In occasione della finale di Federation Cup, difenderanno il buon nome della Madre Russia: Alisa Kleybanova, ventiquattrenne moscovita, ex n°20 del mondo insidiata e guarita dal linfoma di Hodgkin, attualmente n°189 del ranking; Alexandra Panova, pure lei classe 1989, una finale disputata e persa a Bogotà nel 2012, ex n°79 del mondo, ora n°138; Irina Khromacheva , nata nel maggio del 1995, 1.67 cm di promesse finora non mantenute, seduta sul 231° gradino della classifica; e Margarita Gasparyan, diciannove anni, n°317 della classifica, pessime performance non appena si affaccia in tornei che non siano ITF. Questo è quanto è rimasto del plotone russo.

Sembra essere passato un secolo dalla prima finale disputata dalla Russia, nel 1999 a Stanford, quando venne battuta dagli Stati Uniti delle sorelle Williams. Sembra essere passato un secolo anche dal novembre del 2001, quando a Madrid si affrontarono le formazioni più giovani mai presentate in un ultimo atto di Federation Cup, giorni in cui Justine Henin e Kim Clijsters ebbero la meglio su Elena Dementieva e Nadia Petrova. Quattordici anni… dodici anni… nel frenetico Circus della racchetta, possono gravare sulle spalle di chi li attraversa tanto quanto un secolo.

Nell’arco di questo secolo lungo quattordici anni la Russia è diventata la grande, la “Terribile Armata”, la Nazionale più temuta, il gruppo più unito, la squadra dotata dell’organico più completo: Elena Dementieva, Anastasia Myskina, Maria Sharapova, Svetlana Kuznetsova, Dinara Safina, Vera Zvonareva, Anna Chakvetadze, Maria Kirilenko, Elena Vesnina, Ekaterina Makarova. Potendo contare su queste donne, in questo secolo durato appena quattordici anni, nessuno ha stretto in pugno tanto quanto la Russia: 7 finali disputate, 4 vittorie. Eppure, non hanno vinto quanto avrebbero potuto, a detta delle giocatrici stesse, non hanno vinto quanto avrebbero dovuto”, a detta della Federazione.

La finale di quest’anno, sede designata Cagliari, sarà l’ottava. E, a meno che il buon Sant’Andrea, Patrono della Russia, o San Nicola, che gli ortodossi ritraggono sovente come terza icona insieme a Cristo e a Maria con il bambino nelle iconostasi delle chiese, non compiano un miracolo, al termine della due giorni sarda, i successi saranno rimasti quattro e le finale andate male saranno diventate altrettante.

Perché ecco, del seppur decimatosquadrone” in alcune circostanze “snobbato” da Maria Sharapova, secondo il parere di alcuni che sistematicamente omettono le volte in cui l’apporto di Masha è stato determinante; c’è, o meglio ci sarebbe rimasto ancora “materiale” sufficiente per far paura al mondo. Partendo dal presupposto che, una Svetlana Kuznetsova ispirata sarebbe bastata per portare nelle casse della Russia due punticini, vuoi proprio che Ekaterina Makarova o Anastasia Pavlyuchenkova non avrebbero potuto agguantarne un altro? Ma ammettiamo invece che ci sarebbe stato bisogno del doppio decisivo: una coppia “Maestra” come lo sono state Nadia Petrova e Maria Kirilenko, oppure le campionesse del Roland Garros, nonché finaliste al Master proprio a spese del doppio azzurro, Elena Vesnina ed Ekaterina Makarova, sarebbero partite così tanto sfavorite rispetto alle italiane?

Ad ogni modo il problema non si pone. Nemmeno che negli oscuri corridoi della Federazione si aggirasse una Agatha Christie, intenzionata a proporre una rilettura in chiave moderna e prettamente russa di “Dieci piccoli indiani”; nessuna delle russe sopra citate sarà a Cagliari. Su motivi e motivazioni l’inchiostro si è sprecato, o meglio, i tasti delle tastiere si sono consumati. Perché tutti questi rifiuti?  Con il senno di poi ci sarebbe da dire che se un economista tipo John Kenneth Galbraith, darebbela colpaal denaro ed ai punti messi in palio a Sofia, Dan Brown forse non avrebbe la faccia tosta di vedere messaggi criptati tra le pieghe di “La dama con l’ermellino“ esposta al Ermitage per dare vita a un nuovo “Codice da Vinci” “mitteleuropeo”; ma certamente qualche domanda che va oltre alledichiarazione ufficialise le sarebbe poste.

Ma andiamo per ordine. La sede. La scelta di Cagliari non è probabilmente stata il massimo della perspicacia in quanto a logistica, ma è possibile che le coordinate isolane abbiano un po’ smorzato gli entusiasmi dell’Armata? Si sono forse lasciate intimidire da eventi atmosferici? Dalla superficie? La risposta che sale spontanea è: no.

Il frescolino novembrino della Sardegna, è ben poca cosa per delle ragazzone temprate dai gradi che soffia la Madre Russia in questa stagione. Quest’anno poi ci sono 25 gradi. Quanto alla terra battuta, è probabilmente la superficie prediletta da Svetlana Kuznetsova, regina del Roland Garros 2009, e nemmeno la Pavlyuchenkova se la cava poi tanto male, basta ricordare la vittoria ottenuta quest’anno al WTA di Estoril, così come non sfigura Ekaterina Makarova che sul rosso di Madrid ha preso a pallate Victoria Azarenka, per poi prendere a pallate i teloni di fondo campo nel match contro la Errani, ma che due mesi fa sul cemento lento di New Haven ha preso a pallate pure lei, in un giorno in cui forse lo avrebbe fatto anche sulle sabbie mobili.

Se ci atteniamo ai fatti, Elena Vesnina è stata la prima ad aver alzato la mano per farsi sentire. Una Vesnina, va detto, un pochino più rabbuiata rispetto a quella dei mesi estivi. Dopo tante meritate soddisfazioni in campo, dopo aver risposto alle immancabili e insistenti domande su cosa ne pensassero della “legge anti gay” appena approvata in Russia, come poi con la stessa domanda hanno ossessionato anche le loro connazionali ed a cui sempre e tutte hanno risposto con distacco e signorilità; finita la stagione americana, Elena Vesnina ed Ekaterina Makarova se ne sono tornate a Mosca insieme al papà dell’una, Sergej, e alla mamma dell’altra, Olga. Tempo due settimane, la Vesnina è ripartita alla volta della campagna asiatica, la Makarova no.  Spedizione pessima per Elena che, tornata a Mosca, ha fatto sapere che non giocherà la Federation Cup in quanto, dopo aver fatto tanto per la nazionale preferisce pensare alla sua carriera. Mira della ventisettenne residente a Sochi è il Master di Sofia. Insomma, Elena Vesnina, una donna squadra che più “donna squadra non si può”, una che durante i match delle sue compagne dai box fa più cagnara del padre di Tomic e della Dokic messi insieme, una che in estate ha rinunciato a punti messi in palio da tornei ben più importanti per rappresentare la sua Patria in doppio alle Universiadi di Kazan, un “non luogo” con tanto di mensa in cameroni in stile sovietico; così, di punto in bianco, si lascia ammaliare da Sofia, il “Master di Serie B”, una competizione che, poco ci manca, si fa più bella figura a disertare che non non a prenderne parte.

Una “scusa” quella di Sofia che anche una dall’occhio non troppo vispo come Anastasia Pavlyuchenkova, socia della Vesnina nella ridente Kazan, ha intuito calzava a pennello per giustificare una mancata risposta alla convocazione. E siccome rimane pur sempre attualissimo il detto “non c’è due senza tre” pure Maria Kirilenko alla fine, tra un match orribile e una scrollata di spalle, ha pensato che il suolo bulgaro potesse fare al caso suo. Al Master di Sofia pure lei.

Con Maria Sharapovafuori uso”; rimangono pur sempre Svetlana Kuznetsova, Nadia Petrova ed Ekaterina Makarova. Questo, si sarà detto Shamil Tarpichev. Nemmeno per sogno. Nadia Petrova dev’essere una che la storia la deve aver studiata bene e, riflettendo sul passato maestro di vita, probabile abbia dedotto che, in particolari periodi, sia meglio tenersi alla larga da Mosca. E così alla Kremlin Cup, la Petrova preferisce gli Open di Lussemburgo dove si presenta solo per il doppio insieme a Katarina Srebotnik. In attesa di diventare ufficialmente una cittadina degli Stati Uniti, la Federation Cup è l’ultimo dei suoi pensieri.

Che al peggio non ci sia mai fine lo può testimoniare Ekaterina Makarova. Il polso, quello destro, è soggetto a sbalzi di umore che una Ava Gardner ai tempi d’oro gli farebbe un baffo. Un giorno fa male, un giorno no. Peggio ancora. Ekaterina saèeva che durante il Master di Istanbul, male non le avrebbe fatto, per questo è scesa in campo a fianco di Elena Vesnina; siccome fortuna ha voluto che l’antidoping non si sia incaponisca nel dissanguarle la compagna a suon di controlli a sorpresa. Così come sapeva che le avrebbe fatto male un male cane quella dopo, quella della finale della Fed Cup. E quindi, tutti potevano fare a meno di farle una testa tanto, lei a Cagliari non ci sarebbe venuta. Ha bisogno di una vacanza, anzi no, di riposo.

Pensate al buon Tarpichev. Con tutti questi galli e queste galline da tenere a bada, a nessuno, più di lui, questi quattordici anni devono essere sono sembrati un secolo. Ma rimane pur sempre Svetlana Kuznetsova, si sarà detto. Da quando Elena Dementieva si è ritirata è la ventottenne di San Pietroburgo a essere il “collante” tra tutte queste più o meno prime donne. E invece lungi dalla Kuznetsova tentare di riunire ciò che forse più la Federazione che non Sofia, i polsi, e via dicendo, hanno separato. Svetlana Kuznetsova spiega di aver dato la sua disponibilità già da tempo ma di essersi trovata come risposta una porta sbattuta in faccia da Anastasia Myskina.

E la domanda che sorge piuttosto spontanea è: in che vesti la Myskina, definita “coach di Fed Cup” ma ufficialmente assente da cariche vere e proprie che non siano quelle di madre di tre pargoli e compagna di un uomo d’affari, ha potuto permettersi un’uscita simile? Ad ogni modo, un nome è venuto fuori: Anastasia Myskina. Non una delle migliori amiche della Kuznetsova, a quanto pare, mentre è sempre stata molto complice con la madre di Ekaterina Makarova, vicinanza questa che l’ha autorizzata spesso e volentieri di lasciarsi andare in affermazioni su cosa, a parer suo, sia meglio o peggio per la mancina venticinquenne. Un mentore diciamo, la Myskina che sta ad Ekaterina, o alla mamma di Ekaterina, così come la Dementieva sta un po’ alla Vesnina. Perché in fondo la Dementieva è riapparsa nel Circus, qua per disputare un doppio di vecchie glorie, là per seguire un match di una qualche connazionale in tribuna. Dal Roland Garros a Kazan, da Wimbledon a Mosca, la Dementieva ha fatto capire che c’è ancora, e chissà, potrebbe pure esserci un giorno per diventare la prossima capitana di Federation Cup? Un “sacro scranno” che, nonostante l’immortalità di cui sarà certamente dotato Shamil Tarpichev, prima o poi rimarrà vacante e che, ora come ora, potrebbe essere quanto mai appetibile anche per Anastasia Myskina, considerando la voce in capitolo di cui è provvista.

Insomma; questa povera Mamma Russia, che ha generato covate di figlie vincenti e grate per quattordici anni, che dall’alto della sua imponenza, anche tramite ad alcune leggi promulgate a fine agosto ha lanciato un chiaro segnale di rinnovamento, di “pulizia”, appena svoltato l’angolo si è, ironia della sorte, forse ritrovata abbattuta dal primo mal di pancia, causato da inaspettate “lotte intestine”? Perché esiste una sola parola che si sposa in pieno con le scelte di Elena Vesnina, Ekaterina Makarova, Anastasia Pavlyuchenkova, Maria Kirilenko, Nadia Petrova ed Anastasia Kuznetsova: boicottaggio. In attesa delle contromisure, con ogni probabilità poco tenere, che verranno prese all’interno dei gelidi uffici federali la Grande Armata si è ammutinata, quasi avesse preferito all’omicidio premeditato, l’epilogo più tetro e sconcertante: il suicidio.


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