LE FATICHE DI THOMAS MUSTER, ERCOLE MODERNO

TENNIS - Thomas Muster, una sorta di “Ercole moderno” che anziché destreggiarsi nelle “dodici fatiche” per quattordici anni della sua vita ha sgobbato sui campi da tennis di tutto il mondo, vincendo 44 titoli ATP, tra cui il Roland Garros, e diventando il numero uno del mondo. Oggi compie 46 anni.

Un ragazzo di ventidue anni i cui occhi lo fanno già sembrare un uomo, seduto su una strana panca, la gamba sinistra ingessata, concentrato a rimandare centinaia, migliaia di diritti e rovesci su un campo da tennis.E’ forse questa l’immagine che più di ogni altra evoca la figura di Thomas Muster, una sorta di “Eracle moderno”, Ercole per i romani, che anziché destreggiarsi nelle “dodici fatiche” per quattordici anni della sua vita ha sgobbato sui campi da tennis di tutto il mondo, che invece di affrontare serpenti dalle molteplici teste, leoni e uccelli dalle piume affilate come lame ha sfidato campioni del calibro di Ivan Lendl, John McEnroe, Jimmy Connors, Boris Becker, Stefan Edberg, Mats Wilander, Sergi Bruguera, Michael Chang, Pete Sampras, Jim Courier e Andre Agassi.

Nato il 2 ottobre del 1967 a Leibnitz, da bambino  Thomas eccelle nel tennis quanto nel calcio. Compiuti dodici anni però, il padre gli impone di compiere una scelta: o la racchetta o il pallone. Thomas opta per il tennis. Nel giungo del 1985, l’austriaco raggiunge la finale al Roland Garros Juniores dove in finale viene sconfitto dal peruviano Jaime Yzaga. E’ proprio nell’arco di quelle due settimane che avviene l’incontro più importante della sua vita. A Parigi Thomas entra in sintonia con Ronnie Leitgeb, all’epoca giornalista radiofonico per un network austriaco. Il non ancora diciottenne si apre: parla dei suoi problemi con la Federazione Austriaca, del fatto che vuole diventare un professionista con tutte le sue forze eppure non sa da che parte cominciare. Leitgeb interpella Wojitek Fibak, a quei tempi coach di Ivan Lendl, ed il polacco offre a Thomas l’opportunità di allenarsi insieme a loro. Qualche mese dopo sarà lo stesso Fibak a suggerirgli una persona a suo giudizio adatta per prendersi cura di lui non solo come allenatore ma anche come manager e finanziatore: Ronnie Leitgeb. A fine anno, quel taciturno biondino tutto gambe e cuore, i cui top spin esasperati diventano giorno dopo giorno sempre più profondi ed incisivi, è il numero 98 del mondo.

Il primo titolo ATP per Muster arriva il 3 agosto del 1986 sulla terra rossa di Hilversum, quando sconfigge in finale Jacob Hlasek 6-1 6-3 6-3. Dopo aver bazzicato per un annetto intorno alla cinquantesima posizione del ranking, nel 1988 Thomas Muster è pronto per il grande salto e nel 1988, dopo aver conquistato ben cinque tornei, chiude la stagione come numero 16 del mondo. L’anno dopo è pronto per la scalata alla top ten e, a suon di pedalate e velenose rotazioni riesce ad addomesticare anche il cemento di Miami, allora Key Biskayne, tanto da recuperare due set di svantaggio e maciullare alla distanza un cavallo di razza quale Yannick Noah ed agguantare la finale che lo avrebbe visto opposto ad Ivan Lendl se solo una Lincoln Continental 1983 guidata da un trentasettenne cubano senza patente, tale Robert Norman Sobie, non si fosse schiantata contro il bagagliaio della sua auto mentre Thomas Muster stava riponendo le racchette. L’austriaco si salva ma il paraurti gli taglia sia il collaterale mediale che il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Solo il ranking sembra non mettere in dubbio il ritorno di Thomas tanto da issarlo fino al sesto gradino. Operato a Vienna, i medici non gli garantiscono che possa tornare a camminare normalmente. Per Thomas Muster ha inizio un calvario fatto di estenuanti sedute di riabilitazione, seguite da ore ed ore consumate a tirare “sbadilate” seduto sulla “panca speciale” ideata dal pigmalione Ronnie Leitgeb.

Nel 1989 è pronto per il ritorno ed il 7 gennaio conquista il torneo di Adelaide battendo in finale Jimmy Arias 6-1 6-7 7-5. A marzo è la volta di Casablanca, il 20 maggio incide il suo nome sull’albo d’oro degli Internazionali d’Italia dove supera 6-1 6-3 6-1 Andrei Cesnokov. Dopo aver accarezzato per una seconda volta la sesta posizione in classifica, a fine anno è settimo. Non solo, è anche esausto, per questo motivo a dicembre non vuole partire per l’Australia. Ronnie Leitgeb non è dello stesso avviso e, autoritario come sempre, il giorno stabilito si presenta all’aeroporto. Si ritrova però solo e, di riflesso, anche Thomas Muster perde il suo pigmalione. Il giocatore austriaco si da alla bella vita, inizia a trascorrere le sue giornate tra Parigi e Londra, fuma un pacchetto di sigarette al giorno, esce tutte le sere e si beve a più non posso. Finché una mattina di febbraio decide di andare a fare una corsetta e si rende conto di non riuscire nemmeno a spezzare il fiato.

Thomas riprende ad allenarsi in previsione della stagione sulla terra battuta ma a Montecarlo si presenta in sovrappeso di otto kg e viene spazzato via al primo turno da Paloheimo. Caso vuole che all’incontro assista anche Ronnie Leitgeb. La sola domanda che l’ex coach gli riesce a porre è: cosa vuoi fare della tua vita? Crollato a numero 116 del mondo, la risposta di Thomas Muster non può essere che una sola: fare tutto il possibile per risalire. L’austriaco riparte dai tornei minori, come Firenze e Ginevra, entrambi vinti ai danni del connazionale e mai amico Horst Skoff (morto nel 2008 ad appena quarant’anni a causa di un infarto) ed anche la classifica riprende ossigeno: a dicembre del 1991 è il numero 35. Da quel momento la carriera e la vita di Thomas Muster diventano una cosa sola.

Dalla vittoria a Montecarlo nell’aprile del 1992, al ventesimo titolo in carriera, il settimo stagionale, acciuffato a Palermo nell’ottobre del 1994 ai danni di Sergi Bruguera; Muster prosegue il suo cammino inanellando un’incredibile striscia positiva nel 1995 con i successi a Città del Messico, Estoril, Barcellona, e Montecarlo al termine di un’epica finale vinta 4-6 5-7 6-1 7-6 6-0 su l’acerrimo nemico Boris Becker; e poi ancora Roma, fino all’apoteosi del  12 giugno 1995 al Roland Garros, dove sconfigge in finale Michael Chang. Una stagione coronata da ben 12 titoli, un poema consacrato il 12 febbraio del 1996 quando anche il computer lo riconosce numero 1 del mondo. Ma non è tutto, nell’arco del 1996 arriva anche il terzo sigillo prima a Barcellona, poi a Montecarlo ed infine a Roma. Nel 1997 arriveranno anche il terzo ed il quarto titolo su una superficie che non sia la terra rossa, i quali coincideranno con il 43° ed il 44° titolo assoluto. Prestigiosi sono i teatri in cui si consumano le vittorie: a Dabai, dove spezza Goran Ivanisevic, e sul cemento di Miami, un luogo carico di significati, ideale chiusura di un cerchio anche per il fato, forse responsabile dell’eliminazione di Pete Sampras da parte di Sergi Bruguera più dello spagnolo stesso, poi offerto vittima sacrificale sull’altare dell’austriaco nell’atto conclusivo.

A poco a poco anche il grande fuoco che anima Thomas Muster si spegnerà. Rimarrà invece un lume destinato a far rifulgere per l’eternità quelle simboliche colonne che Thomas Muster, l’Ercole moderno, ha eretto come termine del suo straordinario quanto faticosissimo viaggio.


1 Commento per “LE FATICHE DI THOMAS MUSTER, ERCOLE MODERNO”


  1. arbe ha detto:

    Bravissima la Casella, come sempre! E grandissimo l’ austriaco Muster. Onestamente parlando, il suo tipo di gioco e il suo swing non mi piacevano: alla stragrande maggioranza degli appassionati, me compreso, non risulta attraente lo stile di questi “feroci arrotatori”…Ma sento forte il desiderio di spezzare una lancia a favore dei vari Muster, Courier, Chang, Seles, Sanchez, Nadal ecc. Ho letto spesso, complici lettori poco conoscitori di questo sport , l’ aver bollato questi campioni come “pallettari”…Cosa profondamente non vera, in quanto il pallettaro te la tira alta e piano in mezzo al campo, mentre i suddetti tiravano e tirano all’ incrocio delle righe. Inoltre trovo estremamente triste e ingiusto che in diversi si scaglino sui campioni che colpiscono in top spin, solo perché non sono belli e spettacolari a vedersi come Sampras e Federer…In cento e più anni di questo sport, tra migliaia e migliaia di grandi atleti, quanti Sampras e Federer si sono visti? Perché, mi chiedo io, a campioni come Nadal, Seles ecc. non viene riconosciuto il merito di aver lavorato con abnegazione per ore e ore sui campi da gioco, sgobbando come dei muli, per sopperire a dei limiti(se li vogliamo definire così…) che avevano ed hanno a paragone di altri più dotati di talento? Perché non dare loro il merito dei grandissimi risultati ottenuti, col lavoro, col coraggio, con la tenacia? Sembra quasi, a leggere alcuni commenti, che siano COLPEVOLI di non avere lo swing, il talento, la classe, la bellezza estetica degli “dei” citati prima…In passato, ho visto immagini di Muster con la gamba ingessata, che arrota drittoni a raffica come un fabbro…A chi non ha mai visto queste immagini, consiglio di andarvele a cercare, su YouTube o dovaltro. Il tennis non è solo bellezza estetica, che raggiunge con Peter e Roger forse i suoi apici. C’è anche l’ abnegazione, il coraggio, la tenacia, la perseveranza, l’ amore per questa disciplina sportiva. No? Vedere Muster col gambone ingessato che spazzola colpi a ripetizione come un kalashnikov, forse non sarà uno spettacolo esteticamente sublime, sono d’ accordo. Ma non è commovente? Molti come lui non hanno ricevuto in dono classe e talento, ma sono comunque arrivati col sudore in cima. Per quanto io da amatore non giochi come loro(anche perché non ne avrei il fisico), li stimo grandemente per il loro coraggio e per i loro sforzi. E trovo razzisti i commenti di chi li denigra per la loro mancanza di stile. Lunga vita perciò al club di Muster and Co. e ancora grazie alla Casella per i suoi ottimi pezzi


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