“L’ERBA? BUONA PER IL PASCOLO”

Wimbledon è un torneo ricco di tradizioni: non tutte però sono volte a farne trasparire ricordi positivi
mercoledì, 24 Novembre 2010

Roma – Qual è la parola, non relativa a persona fisica, che più facilmente ci conferisce l’idea del tennis, se si eccettua, chiaramente, la parola stessa, ovvero tennis? La mia personale esperienza mi conduce ad affermare, con buona sicumera, che Wimbledon, più di ogni altra, può candidarsi a rivestire questo ruolo, senza nulla togliere ad altri idiomi, che per una natura più ambigua – vedi dritto o rovescio, ma anche racchetta, abusati in altri campi con significati ben differenti – le cedono il posto. Wimbledon, la parolina magica che non lascia spazio a dubbi: stiamo parlando di tennis. Wimbledon, la manifestazione che più affascina, per i più disparati motivi, tutti quanti. Dagli addetti ai lavori ai semplici tifosi, dagli amatori fino ai professionisti. Quanti di questi hanno cominciato a calcare un campo perché, nel loro intimo, volevano diventare, un giorno, campioni nel torneo, su erba e non, più famoso del pianeta? Per quanti di questi, però, col passare degli anni e del loro conseguente tempo trascorso sul circuito, “Wimbledon-il sogno” si è lentamente trasformato in un obiettivo da perseguire, e poi in una chimera sempre più irraggiungibile, fino a diventare una vera e propria ossessione, una eventualità tanto bella nella sua possibile realizzazione quanto maledetta nel suo divenire inafferrabile, intangibile, intoccabile. Un sortilegio da spezzare. E, così come in ambito sentimentale, anche questo amore respinto comporta le più svariare reazioni: fobia, paura, odio. Odio, addirittura. Come quello che, spesso e volentieri, e solo in occasione di questa kermesse, assistiamo uscire, nemmeno troppo celato, dalle bocche dei giocatori. “L’erba è buona solo per le mucche”. Un lamento ricorrente, che ha accomunato, negli ultimi decenni, diversi protagonisti del nostro sport. Una storia ormai tramutata in leggenda, e che disperde le sue origini in tempi non sospetti.

Fattore scaramantico. A coniare questa frase, ormai trasformatasi in rituale – che col tempo ha comunque subito leggere modifiche – fu lo spagnolo Manuel “Manolo” Santana, nei primi anni ’60, quando, nelle sue prime partecipazioni a Wimbledon, non fu in grado di mettere assieme due vittorie consecutive. Così andò per ben quattro stagioni, salvo avere, tutto d’un tratto, un netto miglioramento nelle proprie prestazioni, che confluirono nella vittoria del 1966. E senza aver apportato miglioramenti al proprio gioco studiando il movimento dei tanto vituperati bovini. Manolo mantenne viva la sua avversione ai terreni verdi per definizione risultando il primo giocatore della storia –per trovare un erede dovrà attendere quasi 40 anni, nella persona di Lleyton Hewitt – a cedere il proprio scettro londinese uscendo all’esordio nell’edizione successiva. Il primo emulo di Santana nel proferire quelle parole fu il ceco Jan Kodes, dopo essersi esibito in cinque eliminazioni al primo turno e una al secondo nelle prime sei presenze assolute all’All England Club. Come per Santana, però, il riferimento alla similarità dei prati londinesi con i campi da pascolo divenne un amuleto, perché Kodes centrò l’unico titolo della propria carriera in uno Slam di singolare proprio a Wimbledon nel 1973. Sarebbe stato l’ultimo tennista, poi diventato campione, a riferirsi in questi termini al “Tempio” del tennis, che da quel momento si è mostrato molto meno comprensivo nei confronti di giocatori così poco riconoscenti.

Argentino furioso. A tal proposito emerge, proprio nel corso degli anni ‘70, il caso di Guillermo Vilas, che agli albori della sua carriera ebbe parole non elogiative nei confronti dell’erba. Era il 1974, per la precisione – Vilas aveva soltanto 22 anni – ed era lontano dal diventare il tennista dominante che sarebbe stato in grado di essere, in maniera particolare sulla terra battuta. In realtà, proprio in chiusura di quella prima stagione ad un certo livello, l’argentino dovette rimangiarsi le sue parole così sprezzanti, perché la sua annata fu resa ancora più valida dal successo ottenuto nel Masters, che in quell’occasione si disputava sui campi in erba di Melbourne, Australia, negli storici impianti del Kooyong Park, dove poi ebbe modo di alzare, per due stagioni di fila – 1978 e 1979 – anche il titolo di campione degli Australian Open: niente Wimbledon per Guillermo, che tuttavia riuscì a rendere, a fine carriera, il suo rapporto con la superficie verde non così spregevole. Vilas, in realtà, odiava più l’erba di quanto non detenesse l’ambizione di conquistare il titolo a Wimbledon, differentemente da quanto capitato ad altri colleghi, che, pur non essendosi mai lasciati andare ad imprecazioni così brusche, rimasero tristemente all’asciutto, sebbene sembrassero destinati, prima o poi, a riempire quella casella. Il longevo Ken Rosewall, che nell’arco di 20 anni – tra il ’54 e il ’74 – conquistò quattro finali, senza raggiungere il titolo, perdendo così la possibilità di cogliere il Career Grand Slam, rappresenta bene questa categoria, che presto però ebbe un altro valido esponente.

Provaci ancora, Ivan. Uno dei leit-motiv che hanno accompagnato il tennis lungo gli anni ’80 fu il tentativo disperato del ceco naturalizzato statunitense Ivan Lendl di aggiudicarsi il titolo all’All England Club. Ogni anno per Lendl doveva essere quello buono, in un crescendo di attese che inesorabilmente si infrangevano nella 15 giorni londinese. Ivan ricorse alla “frase magica” – Grass is for cows, in inglese – al termine dell’edizione del 1982, quando decise di saltare a piè pari il torneo, preferendo concedersi un periodo di vacanza. Vero che il suo stile di gioco, molto aggressivo da fondocampo con ogni fondamentale e al contempo dotato di ottima precisione, non si rispecchiava nel profilo medio in auge tra i campioni del torneo su erba, ma Ivan, nel corso della sua carriera da juniores, si era comunque regalato la vittoria inglese (1978). Dopo l’assenza del 1982, e mentre stava dominando il mondo del tennis, come ben testimoniavano le 9 finali consecutive – con 5 titoli – al Masters, le 8 – con 3 successi – a New York, e i 3 trionfi a Parigi – i successi australiani sarebbero arrivati successivamente – Lendl ottenne risultati di tutto rispetto anche sull’erba, salvo venire defraudato delle chances di vittoria proprio sul più bello. La prima semifinale giunse nel 1983, cui ne fecero seguito ben quattro, mentre solo in due occasioni tagliò il traguardo della domenica conclusiva. Accadde nel 1986 e nel 1987, ma in entrambi i casi due giovanotti dal gioco molto più votato all’attacco, come Boris Becker e Pat Cash, ne spezzarono le velleità di gloria: soprattutto al secondo tentativo, il rovescio subito per mano del 22enne australiano suscitò molto scalpore e accrebbe ancora di più l’ossessione del moravo per il torneo inglese. Nel triennio successivo colse altrettante semifinali, ma quella del 1990, quando il desiderio di chiudere il personale Grande Slam lo aveva portato a costruirsi un campo su erba in casa, restò la più clamorosa. Perché Ivan saltò appositamente il Roland Garros, dove era il logico favorito, per preparare nel migliore dei modi Wimbledon: gli sforzi sembravano finalmente dare i frutti sperati, visto che, Ivan colse il secondo successo in carriera al Queen’s, dopo quello dell’anno precedente, mostrando finalmente un gioco aggressivo, fatto di frequenti incursioni a rete, soprattutto nel corso della finale, dove riuscì ad imporsi contro un tennista del livello di Boris Becker. La speranza di un suo possibile successo a Wimbledon, però, svanì per la quinta volta, come detto, in semifinale, di fronte a Stefan Edberg, che lo eliminò in tre rapidi set, azzerando le probabilità di Ivan di trionfare, almeno per una volta, a Londra.

Riferimenti minori. Poi venne la volta di Marcelo Rios, sebbene il cileno, in realtà, non abbia mai visto il suo amore per Wimbledon trasformarsi in ossessione, dato che per lui, l’erba, non è mai stata una superficie su cui valesse la pena giocare – un po’ come accadde per Yannick Noah e per un Agassi in età teenageriale. Il sudamericano, noto per le sue sparate ad effetto con cui rese elettrizzante l’atmosfera nel circuito in diversi frangenti, partecipò tre volte al torneo di Wimbledon e nell’unica occasione in cui seppe andare oltre il primo turno – fermandosi agli ottavi al cospetto di Becker – commentò come l’erba fosse il manto giusto per far pascolare le mucche, oltre che per giocare a pallone. Era il 1997, quattro anni prima del famoso boicottaggio operato dal brasiliano Gustavo Kuerten, che dopo il terzo titolo al Roland Garros decise di saltare la kermesse britannica, adducendo al fatto che la differente modalità di assegnazione delle teste di serie era un colpo alla competitività dei giocatori poco avvezzi all’erba. E, quarto di finale del 1999 a parte, Guga non è mai stato in grado di confermare a Wimbledon il proprio livello di gioco, tanto da farlo ricorrere alla famosa espressione. Non mancò ad un riferimento del genere anche un tennista, e personaggio, bizzarro come Marat Safin, negli anni in cui il russo era davvero dominante su ogni campo, meno che sull’erba. Se si eccettua il quarto di finale del 2001, furono diverse le eliminazioni premature che gli permisero di affermare, oltre al consueto elogio, che quella manifestazione era uno scherzo e non valeva la pena tornarci. Buon per lui che ci abbia ripensato, perché la semifinale colta nel 2008 gli garantì la possibilità di entrare nel novero dei tennisti con all’attivo almeno una semi in tutte e quattro le manifestazioni del Grande Slam.

Juliette. Singolare, visto il tenore di questo articolo, il regalo che venne tributato a Roger Federer, uno rispetto a cui è quasi superfluo ricordare quale sia il feeling con l’erba, all’indomani della sua prima vittoria a Wimbledon, risalente alla stagione 2003. Come di consueto, nonostante i bagordi per la prima vittoria Slam della carriera, Roger non mancò l’appuntamento posto la settimana successiva nella “sua in senso lato” Gstaad – dove sarebbe stato sconfitto in finale da Jiri Novak – in cui lo attendeva un pubblico in completa adorazione. Durante le celebrazioni di rito, davanti a 6.000 persone assiepate nelle gradinate dello stadio centrale, venne fatta entrare nel campo una mucca, poi chiamata Juliette, regalo da parte degli organizzatori del torneo al proprio pupillo, destinato da quel momento a riscrivere i libri di storia di questa disciplina. Chiudendo in maniera perfetta il cerchio attorno all’intera faccenda, perché per la prima volta parlare di mucca e di vittorie sull’erba non è più stato un “trova l’errore” degno di qualche passatempo enigmistico.


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