L’INCREDIBILE ALBA DEL CIRCUITO WTA

Tennis.it vi propone la traduzione integrale di un articolo di Steve Tignor, apparso su tennis.com, che racconta la storia della nascita del circuito tennistico femminile. Un evento che ha contribuito in maniera fondamentale al raggiungimento della totale parità dei sessi nel nostro sport
martedì, 3 Marzo 2015

Qui trovate l’articolo in lingua originale di Steve Tignor su tennis.com

Tutte le strade portano a Roma, si diceva una volta. Per quello che riguarda la storia del tennis professionistico femminile però, si potrebbe dire che è vero il contrario: tutte le strade portano lontano dal Foro Italico.

I migliori giocatori, uomini e donne, si erano riuniti proprio lì, per gli Internazionali d’Italia, nel 1970, quando l’era open era iniziata da appena due anni. Come era stato loro promesso, gli uomini avevano iniziato ad incassare i primi dividendi per la loro attività. I loro prize money erano stati distribuiti alla luce del sole e non più “sotto banco”, come capitava invece negli anni in cui i tornei erano accessibili ai soli giocatori dilettanti. E questi premi in denaro stavano crescendo. L’anno precedente, Rod Laver, era stato il primo giocatore a guadagnare più di 100,000$ in una singola stagione.

Lo stesso non poteva dirsi però per le donne. Un fatto risultato oltremodo chiaro, a Roma, in quella primavera del 1970. Dopo aver visto la finale femminile, che era stato programmata prima di mezzogiorno, in un anfiteatro nel quale, le statue di marmo sugli spalti erano molto più numerose degli esseri umani in vita (il riferimento è al campo che successivamente sarebbe stato intitolato a Nicola Pietrangeli, ndt), Bud Collins concluse che “il tennis femminile in Italia ha un valore simile a quello della colazione: una pratica che deve essere sbrigata al più presto e nel minor tempo possibile, prima che la giornata di lavoro inizi davvero”.

La campionessa di quell’edizione degli Internazionali, Billie Jean King, aveva sospettato per molto tempo, che il compenso distribuito sotto banco ai giocatori maschi, fosse di gran lunga superiore rispetto a quello elargito alle donne. Ora che l’ammontare dei premi distribuiti era alla luce del sole, le colleghe della campionessa americana avrebbero potuto leggere, dolorosamente, le cifre. Quell’anno, l’organizzazione del torneo italiano, ricompensò il vincitore del titolo maschile, Ilie Nastase, con 3,500 $, mentre la King ottenne appena 600 $.  Billie Jean allora dichiarò di aver realizzato che, a quel punto, “non sarebbero andate da nessuna parte, se fossero rimaste in balia degli uomini che gestiscono le federazioni”.

Non ci volle molto tempo, perché l’epifania della King venisse confermata. Quell’estate, il Pacific SouthWest Open di Los Angeles, annunciò che avrebbe premiato con 12,500 $ gli uomini e con appena 1,500 $ le donne. Un “rapporto feudale”, per usare le parole di Collins. Nonostante le proteste però, il direttore del torneo californiano, Jack Kramer, non si mosse dalla sua posizione. Aveva combattuto per i diritti dei giocatori per tutta la sua carriera, ma era convinto, così come molti altri protagonisti dell’epoca, che gli spettatori avrebbero pagato soltanto per veder giocare gli uomini.

Tuttavia, dall’altra parte del Paese, c’era un’amante del tennis che non credeva in questa teoria. Dalla fondazione della sua rivista, World Tennis, nel 1953, Gladys Heldman aveva usato le pagine del suo giornale, spingendo senza sosta per, con le parole del suo amico scrittore David Gray, “la libertà, il tennis aperto, la democrazia e il buon senso” nel suo sport. World Tennis iniziò a pubblicare a questo scopo “editoriali esplosivi come fuochi d’artificio”, per usare sempre le parole di Gray.

La Heldman, 48enne newyorchese, era un’intelligente e irriverente figlia di un giudice e la moglie di un ricercatore scientifico della Shell. Era entrata all’università di Stanford dopo aver ricevuto una lettera di raccomandazione dall’amico di famiglia Herbert Hoover, laureandosi in soli tre anni.  Come ha scritto Doug Robson su Tennis Magazine nel 2008, la Heldman mise i suoi soldi al servizio delle sue parole nel 1962, quando offrì di tasca sua 1,800 $, convincendo anche altri nove suoi amici fan del tennis a fare lo stesso, per pagare il viaggio ad 85 giocatori europei di alto livello il viaggio per New York, per giocare lo US Championships (attuale Us Open).

“All’epoca, erano davvero pochi i giocatori amatoriali che potevano sobbarcarsi la spesa di un viaggio transoceanico e questo abbassava molto la qualità dell’evento” ha scritto Robson. “Grazie all’aiuto economico offerto dalla Heldman, la qualità immediatamente si innalzò e di conseguenza aumentarono anche le vendite dei biglietti. Il torneo incassò 100,000 $ in più rispetto all’edizione dell’anno precedente. È stato questo, in un certo senso, l’inizio del circuito tennistico moderno, che conosciamo oggi e che diamo per scontato”.

“La Heldman aveva capito anticipatamente come gli aeroplani avrebbero avuto un ruolo fondamentale per un circuito tennistico mondiale”, ha scritto lo storico E. Digby Baltzell. “Mi è capitato di andare a Forest Hill nella giornata di apertura di quel torneo nel 1962 e per la prima volta ho assistito ad un torneo di tennis veramente internazionale”.

Ma otto anni dopo, la stessa Heldman, sarebbe stata chiamata a compiere un passo ancor più rischioso in nome del progresso del tennis. Billie Jean King e la sua compagna di doppio Rosie Casals la arruolarono infatti nella loro guerra contro Kramer. Gladys Heldman, all’epoca, era in procinto di trasferirsi a Houston e così lanciò l’idea di organizzare lì, un torneo professionistico con otto giocatrici, nella stessa settimana del Pacific Southwest Open. Le tribune per il torneo furono costruite immediatamente presso lo Houston Racket Club e i biglietti furono venduti. Kramer però non rimase con le mani in mano, ma insieme all’ex Presidente della USLTA, Bob Kelleher, protestò, spingendo la USLTA a minacciare di sospendere tutte le giocatrici che avrebbero preso parte all’evento di Houston. Ciò significava che le giocatrici rischiavano di essere squalificate anche dai tornei del Grande Slam, che all’epoca erano sotto il controllo delle Federazioni.

Improvvisamente, a soli due anni dallo storico inizio dell’era open, lo sport si trovava nuovamente di fronte ad un bivio, tra il passato tradizionalista ed il futuro progressista. Nel 1968, Kramer e Kelleher avevano recitato il ruolo dei ribelli, contro l’estabilishment che voleva la continuazione dell’era amatoriale. Questa volta però, i due erano quelli che si opponevano ad un ulteriore progresso. Dall’altra parte della barricata invece erano schierati: Billie Jean King, Gladys Heldman ed il suo vecchio amico di famiglia Joe Cullman, il quale era anche il presidente della Philip Morris, nota azienda produttrice di sigarette. Heldman e Cullman, entrambi ebrei, avevano giocato insieme al Century Country Club di Westchester. Ma Cullman, a dispetto della sua importanza e notorietà (suo nonno era stato il proprietario della Benson & Hedges), aveva dovuto fare i conti con il rifiuto degli altri club della costa est, riservati esclusivamente ai WASP (acronimo che definiva i protestanti anglosassoni di pelle bianca, ndt).

“Sarebbe stato normale, con tutte le mie conoscenze, ricevere un’offerta di affiliazione da uno di quei club”, raccontò una volta Cullman. “Ma così non fu. Sono sopravvissuto molto bene anche senza di loro, ma ricordo molto bene la cosa, che non mi lasciò indifferente”.

“L’antisemitismo di quei club”, ha scritto Baltzell. “Spinse Heldman e Cullman a prendere l’iniziativa, nell’ultimo decennio dell’era amatoriale, determinando così l’inizio dell’era open”.

Cullman, che non aveva mai avuto a che fare nulla con il mondo del tennis in passato, fu molto felice di sponsorizzare, tramite la Philip Morris, il primo Us Open nel 1968. E due anni dopo fu altrettanto felice di contribuire, con la sua società, a gettare le fondamenta per l’inizio della costruzione del circuito professionistico femminile. Cullman contribuì con 2,500 $ all’evento organizzato a Houston dalla sua vecchia amica Gladys Heldman, a patto che nella denominazione del torneo comparisse il nome di una tipologia di sigarette che la sua azienda aveva iniziato a vendere come prodotto destinato ad un pubblico femminile: le Virginia Slims.

“Quando Madison Avenue inventò lo slogan per il lancio del suo prodotto – Hai fatto una lunga strada, baby! – mai avrebbe potuto immaginare quanto lontano le Virginia Slims e le giocatrici professioniste avrebbero spinto lo sport”, ha scritto il giornalista britannico Richard Evans. Ovviamente, l’inizio dell’era open comportava anche l’apertura del tennis al mercato, in special modo a quello americano, con tutti i compromessi e le insidie che questo implicava. Il circuito sarebbe stato inevitabilmente criticato per aver offerto pubblicità ad un marchio di sigarette, ma Cullman e la Philip Morris, in quel momento, erano lo sponsor giusto. La Heldman mise i nomi Virginia e Slims anche ai suoi due gatti.

L’estabilishment però non era ancora pronto a lasciare via libera. La USLTA e la ILTF erano infatti disposte a concedere l’autorizzazione unicamente per un evento amatoriale, con la conseguenza che i premi sarebbero dovuti essere elargiti “sotto banco”. Come scrisse ancora Robson, “L’organizzazione stava cercando di mantenere il controllo sui giocatori anche nell’era open”, sebbene questo comportasse l’accettazione tacita di pagamenti nascosti.

La Heldman, e quei geni dei suoi avvocati, escogitarono allora un modo ingenioso per uscire dall’empasse. Fece firmare alle nove giocatrici disposte a rischiare la sospensione, un contratto con World Tennis per “servizi personali”, alla cifra simbolica di 1$. Questo rendeva le loro prestazioni “contrattualizzate” e trasformava l’evento di Houston in un torneo professionistico, ma fuori dalla giurisdizione della USLTA e della ILTF. La Federazione americana sospese comunque le giocatrici, ma l’evento ebbe lo stesso luogo. La Heldman organizzò anche altri due eventi, estendendo i contratti con le sue giocatrici.

A Houston  la King, la Casals, Kristy Pigeon, Nancy Richey, Val Ziegenfuss, Judy Tegart Dalton, Kerry Melville Reid e Peaches Bartkowicz posarono per una foto epocale, mentre sventolavano i loro assegni da un dollaro.  Julie Heldman, la figlia di Gladys, fu iscritta in ritardo al torneo e successivamente fu conosciuta come “Houston 9”. Anche Gladys prese parte alla foto, con i suoi occhiali da sole d’ordinanza. Sembravano giocatrici di tennis, che sarebbero potute essere professioniste. Ma potevano anche essere delle fuorilegge.

“Fu davvero un gran rischio”, ha raccontato Billie Jean King successivamente. “Avremmo fatto la figura delle stupide se avessimo fallito. Se nessuno fosse venuto a vederci, in pratica saremmo morte. Ma vennero. Era il momento giusto”.

Il circuito sponsorizzato dalle “Slims” , che la Heldman sopprannominò “Women’s Lob, Featuring the Little Broads”, era stato lanciato e, a dispetto degli scettici, i fan pagarono per assistere agli incontri. Un vuoto sembrava essersi riempito ed il tennis aveva varcato un’altra importante soglia. L’anno successivo, Billie Jean King divenne la prima giocatrice a guadagnare più di 100,000$ di prize money in una stagione.

“Erano pionieri, agenti pubblicitari e professionisti veri”, ha scritto Richard Evans. “E vista la barriera di pregiudizio che dovevano buttar giù, era sempre meglio vendere lo sport del tennis, che non gli uomini”.

Quarantacinque anni dopo quel torneo di Houston, se girate il mondo del tennis professionistico, scoprirete che le giocatrici guadagnano le stesse cifre dei loro colleghi uomini in tutte e quattro le prove del grande slam. Scoprirete che l’arena di Singapore che ospita i Wta Championships, si riempie per un torneo riservato soltanto alle donne. E se seguirete tutte le strade che portano a Roma,  troverete quelle stesse giocatrici accanto ai loro colleghi uomini, che si esibiscono di fronte alle stesse folle estatiche, nello scenario del Foro Italico.

Nella foto, la storica immagine delle eroine di Houston (www.tennisidentity.com)

 


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