L’ODISSEA DI JENNIFER DELLE MERAVIGLIE

TENNIS - La favola di Jennifer Capriati, entrata tra le prime dieci tenniste del mondo ad appena 14 anni, si è trasformata in un’Odissea scandita da cadute clamorose, dilemmi interiori, fino ad un ritorno epocale che la vede diventare numero uno del mondo. Oggi, una delle più grandi bambine prodigio della storia del tennis, compie 37 anni.

Tennis. “Ci sono molte analogie nelle nostre vite. Anche se tu  hai vinto molto più di me. Abbiamo affrontato sfide dure; sia in campo che fuori. Siamo arrivate ai vertici dovendo gestire grandissime pressioni e aspettative, non una ma due volte. Non solo siamo diventate delle campionesse, ma credo che abbiamo avuto una parte fondamentale nel trasformare il tennis in quello che è oggi. C’è un legame sotteso che avrò sempre con te. Abbiamo lottato duro l’una contro l’altra, ma guarda dove siamo adesso. Nelle nostre vite di tenniste si è chiuso un cerchio però siamo di nuovo insieme con un enorme rispetto, ognuna accanto all’altra, ancora, anche adesso che è tutto finito”.

E’ il 14 luglio 2012 e, nel giorno del suo “insediamento” nella International Tennis Hall of Fame, le prime parole che pronuncia Jennifer Capriati sono rivolte alla donna che l’ha invitata poco prima a salire sul palco; alla campionessa insieme a cui ha diviso e condiviso una ventina d’anni di tennis, tra esordi, ritiri e ritorni: Monica Seles. Dal primo match che le vide opposte, la semifinale del Roland Garros 1990, quando Jennifer aveva da poco compiuto quattordici anni e Monica Seles, che ne aveva solamente tre in più, la sconfisse 6-2 6-2; per passare al luglio del 1991  quando a San Diego la statunitense vinse il suo secondo titolo WTA battendo per la prima volta labelva di Novi Sad7-6 al terzo; per soffermarsi al settembre dello stesso anno, alla semifinale degli US Open quando ci volle un altro 7-6 nel set decisivo per decretare la finalista, e quella volta fu Monica a spuntarla; e poi via, via a contendersi tornei e posti al sole, fino all’ultimo match ufficiale, in quella semifinale di Miami del 2002, quando nemmeno a dirlo fu sempre un 7-6 al terzo a decidere la sorte del match; dando ragione a Jennifer.

Galeotta fu una tratta “New York-Roma”, durante la quale Denise, assistente di volo, conosce Stefano Capriati, italiano di nascita, stuntman di mestiere. Un amore a prima vista, un matrimonio lampo ed un trasferimento nella “Grande Mela” con Stefano che abbandona le acrobazie per improvvisarsi maestro di tennis. Ed è a New York che il 29 marzo del 1976 nasce Jennifer Capriati. Leggenda vuole che il giorno del suo terzo compleanno Jennifer riceva in dono una racchetta e che, dal pomeriggio stesso, papà Stefano inizi ad impartirle lezioni di tennis. Fatto certo è che l’anno dopo l’ingombrante papà porta Jennifer alla “Evert Tennis Accademy” e John Evert, padre a sua volta di una leggenda da lui stesso forgiata, ne rimane talmente impressionato da ospitarla nel proprio centro per iniziare a seguirla personalmente. “Era così piccola da non saper contare i punti e rimaneva sempre talmente concentrata, che se non ero io a dirglielo, non si rendeva nemmeno conto quando aveva vinto”; ha ricordato in seguito il padre di Chris Evert che, nel 1986 si vede sottrarre la “sua creatura” da papà Stefano il quale, sotto consiglio di Cino Marchese, un dirigente dell’IMG, consegna la figlia alla “Saddlebrook Tennis Academy” a Wesley Chapel.

Quando ad appena tredici anni Jennifer Capriati vince il Roland Garros e gli US Open nella categoria juniores, il mondo del tennis professionistico la aspetta al varco; e a braccia aperte. E’ il 1989; Chris Evert è alla sua ultima stagione, Martina Navratilova ha trentatré anni, la nuova regina, Steffi Graf, è sempre immusonita, Gabriela Sabatini delude nei grandi appuntamenti, Arantxa Sanchez è l’anti spettacolo personificato e quella nuova leva, Monica Seles, ha una cattiveria agonistica che la rende antipatica ai più. Jennifer Capriati invece è un’adolescente solare, capace di giocare un tennis aggressivo e coraggioso, e che quando scende in campo sembra divertirsi un sacco. Diventata professionista ventiquattro giorni prima di compiere quattordici anni grazie a un permesso speciale estorto “con la forza”, ma forse nemmeno troppa, dai suoi agenti alla “Women’s International Pro Tennis Council”; quando partecipa al suo primo torneo l’attenzione dei media è catalizzata tutta su di lei. A Boca Raton i suoi incontri sono assediati dai fotografi, la stampa si accalca per assistere alle sue conferenze stampa e il padre si vede costretto a respingere le svariate richieste di interviste private. Tutta questa frenesia è accresciuta dall’incredibile striscia di vittorie, interrotte solo in finale, dove cede a Gabriela Sababatini.

La seconda apparizione, ad Hilton Head, coincide con un’altra finale, questa volta persa contro Martina Navratilova. Un esordio magico, impreziosito dalla vittoria al torneo di Porto Rico, dalla semifinale al Roland Garros, dalla partecipazione al Master e dal trionfo in Federation Cup. Mentre Bud Collins accusa papà Stefano di “aver derubato Jennifer della sua infanzia”; lei supera il milione di dollari guadagnati in soli montepremi e chiude l’annata da numero 8 del mondo. Nonostante intorno a Jennifer niente venga più considerato con un’ottica “normale”, lei sembra mettercela tutta per rimanere una quattordicenne come tutte le altre. Ospite nel salotto di David Letterman racconta di adorare il cibo del McDonald, di trovare Tom Cruise il ragazzo più bello del mondo e, quando l’acuto conduttore le chiede quale sia la cosa più bella della sua vita da tennista professionista lei risponde senza pensarci su: “giocare a tennis”.

Come se stesse vivendo una favola, la scalata dellaCenerentola d’Americaprosegue tra i fuochi d’artificio: è il 2 luglio del 1911 quando sul centrale del “All England Lawn Tennis Club” sconfigge Martina Navratilova con il punteggio di 6-4 7-5 e raggiunge la semifinale a Wimbledon, prima di cedere il passo a Gabriela Sabatini; di cui si vendica nei quarti degli US Open, aprendosi la strada per una semifinale-maratona persa contro la numero uno del mondo, Monica Seles. I primi due anni da professionista sono stagioni in cui le luci della ribalta sembrano illuminare il cammino della baby prodigio balzata al sesto posto del ranking. Quasi fosse la protagonista di un appassionante musical Hollywoodiano, Jennifer danza, perde l’equilibrio, si rialza e riprende a danzare sempre con il sorriso sulle labbra; ancora non scorge ombre inquietanti e profili arcigni, ancora non sa di trovarsi in un posto quanto mai simile ad un inquietante set del cinema espressionista tedesco.

Corre l’anno 1992; tutti si aspettano di vederla trionfare in una prova dello Slam, e invece in nessuno dei quattro appuntamenti principali riesce ad andare oltre i quarti di finale; “limitandosi a trionfare ai Giochi Olimpici di Barcellona; dopo aver superato in finale Steffi Graf. Troppo poco per quella che deve esserel’erede di Chris Evert. Basta un battito di ciglia e il 1993 è già alle porte. A gennaio la Capriati vince il torneo di Sydney; un successo ben augurante in previsione degli Australian Open. Ed invece si ferma nuovamente ai quarti, contro Steffi Graf, che verrà a sua volta schiacciata in finale da Monica Seles. Ormai lo hanno capito tutti, appassionati e media: è la serba il vero fenomeno, la numero uno, la cannibale che a nemmeno vent’anni ha già vinto 8 Slam e 3 Master. Jennifer è brava certo, ma a diciassette anni, senza Slam in bacheca, ormai non è piùuna novitàcosì appetibile.

Ed ecco che il Paese delle Meraviglie si mostra per quello che è: un luogo oscuro, violato da distorsioni estreme, in cui le emozioni più vere e profonde rimangono nascoste al di sotto della superficie; per poi riemergere quando è il momento di azzannare alla gola, o far suicidare seppure metaforicamente, la vittima prescelta. Per una fascia di pubblico che ama i campioni ma ancor più le loro cadute; ma soprattutto per i mass media, da sempre inclini ad avere la memoria corta, la sconfitta subita il 1 settembre del 1993 contro Leila Meskhi al primo turno degli US Open, ha rappresentato lo scenario ideale per iniziare a parlare di Jennifer Capriati come di una promessa non mantenuta, di un bluff.

Jennifer delle Meraviglie”, sembrava essere uscita da una favola; poi la sua vita è diventata un film dell’orrore. In “Il viaggio dell’eroe”, pietra miliare su cui hanno sgobbato gli sceneggiatori di tutto il mondo, Chris Vogler ritiene che un grande protagonista deve imbattersi in un dramma altrettanto grande. E’ il contrappeso che rende l’eroe della storia ancora più maestoso. Jennifer Capriati reagisce al dramma sparendo dai campi da tennis per circa due anni. Nel frattempo però la stampa non corre il rischio di starsene con le mani in mano: mentre i genitori si separano, Jennifer prende peso, si mette un piercing, ruba un anello da quindici dollari in un grande magazzino, si vede entrare la polizia nella camera di un un motel di Coral Gables, mentre partecipa ad un party a base di alcol e droga da lei “finanziato” in compagnia di un gruppo di tipi agghindati stile Sid Vicious. E poi c’è l’arresto. La foto segnaletica che fa il giro del mondo. La depressione. L’idea del suicidio che inizia ad insinuarsi in quella mente che, per quanto confusa, non poteva che essere ancora splendida. Poi la clinica per disintossicarsi. E papà Stefano, che si batte il petto e famea culpa”. E’ stato accusato talmente tante volte di essere stato lui la rovina della figlia; che ormai forse se ne è convinto.

Jennifer Capriati rientra nel Circuito dopo quindici mesi di inattività ma, nonostante la vittoria in Federation Cup, il 1996 si rivela un anno denso di difficoltà che si tramutano in altrettante sconfitte. A peggiorare la situazione sopraggiungono tanti, piccoli acciacchi che le impediscono di giocare come e quanto vorrebbe, minandone la fiducia, facendola precipitare oltre la centesima posizione. Poi, come un fulmine a ciel sereno, il 17 maggio del 1999, cinque anni e sei mesi dopo il suo ultimo trionfo in un torneo, Jennifer risorge e si impone a Strasburgo, per poi ripetersi in novembre a Quebec City e chiudere l’anno al ventitreesimo posto del ranking. Una risalita a cui in pochi credono fino in fondo; finché a gennaio del 2000 raggiunge, seppur perdendo contro Lindsay Davenport, la semifinale agli Australian Open. Undici anni dopo il suo strabiliante debutto c’è stato l’ennesimo cambio della guardia: ora, il nuovo, risponde al nome di Martina Hingis, Lindsay Davenport, Venus e Serena Williams, Kim Clijsters, Justine Henin. Pur rientrando tra le top 10, l’ormai venticinquenne Jennifer Capriati viene considerata una veterana del circuito; una che va rispettata, certo, ma non veramente temuta. Eppure lei si dice intenzionata a fare meglio rispetto a quanto abbia mai fatto fino a quel momento. Ma. se in pochi credevano in un suo ritorno al vertici, ancora in meno ritengono plausibile che Jennifer possa vincere veramente qualcosa di importante.

Ma torniamo a Chris Vogler e al suo manuale, “Il viaggio dell’eroe”. Il saggista americano stabilisce che in risposta al dramma in cui il protagonista ha sbattuto, egli ritorna cambiato e, portata con sé l’esperienza raggiunta, ha acquisito un dono che saprà usare al meglio. Ed è quanto fa Jennifer. Dopo essere stata osannata, criticata, calpestata, rivalutata; nel gennaio del 2001, Jennifer Capriati; si impone su Monica Seles, Lindsay Davenport e Martina Hingis; scrivendo così il proprio nome sull’albo degli Australian Open. La striscia di grandi vittorie prosegue al Roland Garros, dove batte Serena Williams e Martina Hingis per poi affrontare in finale Kim Clijsters, la stella belga che dice di ispirarsi Steffi Graf ma il cui gioco è quanto mai debitore del “metodo Capriati”. La Clijsters stravince il primo set per 6-1 ma poi Jennifer trascina il match sul piano della lotta e, vinto il secondo set 6-4; prevale 12-10 al terzo. La semifinale a Wimbeldon, dove cede a Justine Henin, e un’altra semifinale agli US Open, dove perde contro Venus Williams, contribuiscono a far sì che il 15 ottobre del 2001 Jennifer Capriati diventi la numero 1 del mondo. La pagina più bella della sua carriera Jennifer la scrive però il 26 gennaio del 2002 quando, durante la finale degli Australian Open si trova sotto di un set e 0-4 nel secondo contro Martina Hingis. La statunitense però recupera, annulla quattro match point e vince il suo terzo ed ultimo titolo del Grande Slam. Se una miriade di infortuni non le permettono di giocare con regolarità; dal 2002 al 2004 riesce comunque sempre a raggiungere le semifinali degli US Open, un torneo che si rivelerà stregato per l’ex bambina prodigio. L’ultimo match ufficiale di Jennifer Capriati risale al 5 novembre 2004, quando viene sconfitta da Vera Zvonareva al torneo di Philadelphia. La campionessa “a stelle e strisce” non parla di ritiro ed afferma che “giocare a tennis è la sola cosa che so fare” ma; tra il 2005 e il 2007, è costretta a sottoporsi a quattro interventi chirurgici: due alla spalla destra e due al polso destro. Fino al 27 giugno 2010 quando viene ricoverata in seguito a una richiesta di soccorso per un “sovradosaggio accidentale” di medicinali regolarmente prescritti.

Non la rivedremo mai più su un campo da tennis e, il 14 luglio 2012, accoglie il suo ingresso nella International Tennis Hall of Fame con tanti sorrisi, qualche lacrima e uno splendido discorso con cui ringrazia tutte le persone che l’hanno accompagnata nel suo lungo viaggio, in quella straordinaria Odissea scandita da trionfi e cadute che hanno fatto di lei un personaggio fantastico. Il tennis mi ha dato tanto e mi ha costretta ad affrontare molte sfide, dandomi grandi gioie, in campo e fuori, e grandi dolori, in campo e fuori. Il tennis mi ha insegnato cosa voglia dire superare la paura, cosa significhino il lavoro duro, la dedizione. Mi ha insegnato cosa vuol dire amare se’ stessi. Mi ha insegnato l’accettazione e il perdono. Non è stato sempre facile, e sto ancora imparando. Le cose che ho dovuto accettare sono state tra le più difficili, ho dovuto lavorare moltissimo per lasciarmi alle spalle il tennis e accettare che non ci sarebbero stati altri ritorni. Ma non ho bisogno di stare su un campo da tennis per essere parte di questo sport e ricordarmi chi sono. Non rimpiango nemmeno un momento della mia vita. E’ andato tutto come doveva”.

Chissà. Forse non è andato proprio tutto come doveva, forse Jennifer avrebbe meritato qualcosa di più. Di sicuro non ci voleva il mandato di comparizione da parte del tribunale della Contea di Palm Beach che la sollecita a presentarsi in aula il prossimo 17 aprile per difendersi dalle accuse di stalking e percosse mosse dal suo ex fidanzato, il golfista Ivan Brannan; un ragazzone che sarebbe stato preso a pugni da Jennifer nella palestra “Oxygen Health and Fitness” di Palm Beach finché un istruttore  di yoga, non li ha separati permettendo, a Brannan ovviamente, di rifugiarsi nello spogliatoio e di chiamare il 911.

Tre prove del Grande Slam, una Medaglia d’Oro alle Olimpaidi, 14 titoli complessivi. Jennifer Capriati ha pronunciato una frase splendida e allo stesso tempo terribile: “Ho passato la vita a giocare a tennis o a sentire la mancanza di giocare a tennis. Finché ho dovuto lasciarlo prima di quando volessi”. Alla fine tutti i nodi si sono sciolti. Alla fine Jennifer ha allentato la presa e lo ha lasciato quel tennis dolce e crudele che tanto le ha tolto ed altrettanto la dato. Ironia della sorte però, il tennis non la lascerà mai.


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