LORENZI, UN APPANNAMENTO PASSEGGERO?

TENNIS – Dopo aver brillato nei primi mesi del 2013, il senese ha disputato una seconda parte di stagione a dir poco disastrosa. Uscito dai primi 100, dopo essere stato numero 49 a marzo, Paolino è chiamato a invertire la tendenza nel corso del 2014.
martedì, 26 Novembre 2013

Tennis. Ma sarà vero che il tennis italiano maschile sta vivendo un momento esaltante? Certo, Fognini ha chiuso la stagione al numero 16 del mondo e Seppi è nei primi 25, ma dietro di loro c’è il vuoto (o quasi). Il terzo rappresentante azzurro nella graduatoria mondiale è Filippo Volandri, non più un ragazzino, che ha terminato brillantemente il 2013 aggiudicandosi il Challenger Masters tenutosi a San Paolo. I top 100 italiani finiscono qui. Poi c’è Paolo Lorenzi, il David Ferrer italiano.

Ci sono due vie per affermarsi nel tennis (e nello sport in generale): quella del talento e quella del sacrificio. In realtà i campioni possiedono entrambe queste qualità: classe e duro lavoro che la metta a frutto. C’è invece chi ha solo una delle due componenti. Gli esempi nel nostro sport non mancano. Prendiamo Benoit Paire: un braccio di primo livello e una sciaguratezza da far invidia a quella di Youzhny. L’esempio opposto lo troviamo in casa nostra: Paolo Lorenzi.

Il tennista toscano (è romano solo di nascita) può essere certo di una cosa: chiuderà la carriera senza nessun rimpianto. Ha ricavato il massimo, andando al limite delle sue possibilità, spremendo il limone fino alla buccia. Paolino, come lo chiamano gli amici e gli appassionati a lui più affezionati, ha passato una vita a giocare nel circuito Challenger, lontano dai riflettori dei tornei più importanti. Altro che Occhio di Falco, nei campi dove gioca lui a volte non c’è nemmeno la copertura in streaming e le sue partite bisogna seguirle sul livescore. Un’altra galassia rispetto a quella dei campioni che infiammano gli stadi e scrivono la storia dello sport. Eppure il tennis è anche questo.

Senza scomodare la retorica, arrivando a definirlo un esempio per i più giovani, quello che certamente possiamo dire è che Lorenzi è uno che nella vita voleva giocare a tennis e ci è riuscito nonostante le qualità tecniche di partenza non fossero ottimali. Entrato tra i primi 100 nel 2009, ne è rapidamente uscito per poi giocare un 2012 da favola. All’inizio di quest’anno era 64, adesso lo troviamo sulla poltrona numero 111. Un bel salto all’indietro. Come si è verificato?

L’inizio di stagione era stato folgorante: Lorenzi ha giocato i primi mesi a un livello altissimo, raggiungendo i quarti di finale negli ATP 250 di Doha (battendo Albert Ramos e Lukas Rosol) e di Vina del Mar (battendo un Tommy Robredo ancora in fase di rodaggio). Questi buoni risultati non sono che l’antipasto, perché la portata principale è arrivata nell’ATP 500 di Acapulco dove l’azzurro si è issato nei quarti dopo aver superato due top 50 (Benoit Paire e Pablo Andujar). A marzo Paolino fa segnare il suo best ranking al numero 49 e consolida tale posizione con l’ennesimo exploit, i quarti a Houston, sconfitto in due set lottati da Nicolas Almagro, allora come adesso a ridosso dei top ten. Poi la luce si è spenta, qualcosa si è rotto nel gioco di Lorenzi. Lui che si era così ben adattato a un calendario insolito per le sue abitudini, raccogliendo i frutti di una preparazione virata sui tornei importanti e non sui piccoli appuntamenti, tutto d’un tratto è scoppiato. La seconda parte dell’anno è stata un’emorragia senza fine. Gli unici acuti possono essere considerati le semifinali nei Challenger di Pereira, Todi, Cordenons e Genova e i quarti nel Challenger di Bogota. Troppo poco per supportare una classifica di alto livello: restare nei top 50 è impossibile. E si dimostra altrettanto difficile mantenersi nel club dei primi 100. Non è tanto negli Slam che Lorenzi ha fallito la sua annata (non ha vinto nemmeno una partita, perdendo al primo turno in tutte e quattro le occasioni), quanto nei Master 1000 e nei tornei ATP che lo avevano visto protagonista nei primi mesi dell’anno. Il resoconto è impietoso: primo turno a Nizza, Umago, Amburgo, San Pietroburgo, Bangkok e nel finale di stagione addirittura nei Challenger di Andria e Guayaquil, un’eresia per uno come Lorenzi che in carriera di Challeger ne ha vinti 10 (su 20 finali).

Anche a Roma, che pure in passato era stata foriera di grandi soddisfazioni, la sua stella non ha brillato, sconfitto all’esordio in due set da Kei Nishikori. Proprio a Roma, Paolo ha costruito parte della sua fortuna, conquistando con la sue partite, spesso ubicate sui campi secondari, non pochi simpatizzanti. Tre edizioni fa ha battuto Bellucci, allora a ridosso dei top 20, e ha impegnato Rafa Nadal al secondo turno, permettendosi addirittura il lusso di togliergli un set, facendo preoccupare, e non poco, gli organizzatori. Nel 2010 ha realizzato un’altra piccola impresa, fermando Albert Montanes in uno dei migliori periodi della carriera, prima di arrendersi di fronte alle bordate di Robin Soderling che chissà se mai più rivedremo in campo (e la sua assenza pesa, lui sì che poteva essere una valida alternativa ai Fab Four, forse anche più di Del Potro).

Una flessione definitiva o soltanto passeggera? Lorenzi attua un gioco fisicamente molto dispendioso e la carta d’identità certamente non è dalla sua parte (ha quasi 32 anni). Pronosticarlo di nuovo tra i primi 50 del mondo sembra azzardato. La ragione dice di no, ma il cuore degli appassionati non è dello stesso avviso, tanta è l’ammirazione che Paolino ha suscitato in chi lo ha visto correre e sudare sui campi di mezzo mondo nel corso degli ultimi 10 anni.


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