TIRO MANCINO

Dodici dei primi cento tennisti ATP impugnano la racchetta con la sinistra e forse sono avvantaggiati da questa loro caratteristica. Rapida carrellata di tutti i più grandi "left-handed" dell'Era Open.
mercoledì, 6 Ottobre 2010

Stando all’ultima classifica ATP, dodici dei primi cento tennisti del mondo sono mancini.

Meglio o peggio? – Sui vantaggi, effettivi o meno, procurati dall’impugnare la racchetta con la mano sinistra si è detto tutto e il contrario di tutto. E’ possibile che, se Nadal fosse stato destro, Federer adesso avrebbe superato i venti slam in carriera, tanto fastidio danno allo svizzero (ma non solo a lui, naturalmente) le diaboliche rotazioni dell’iberico. Ma, come ben sappiamo, non è con i “se” che si fa la storia, bensì con i fatti. E i fatti ad esempio dicono, sotto il profilo tecnico-tattico, che il mancino serve dalla parte per lui migliore i punti spesso decisivi del game (40-30 o 30-40, quindi palla del gioco o palla break); in quei casi, la possibilità di servire a uscire sul rovescio dell’avversario (sempre che non si tratti di una sfida tra mancini) rappresenta senza dubbio un vantaggio. Ma questo, da solo, non basta a spiegare l’eventuale posizione di favore da cui partono i mancini; così come l’ipotesi che il mancino riesca a trovare angoli e rotazioni sconosciute a un destrorso è tutta da verificare.

La scienza in aiuto – Qualcuno ha provato a spiegare la differenza affidandosi alla scienza e trovando che nei mancini è più sviluppato il corpo calloso, una struttura centrale composta di 250 milioni di fibre nervose che collegano i due emisferi; ebbene, sarebbe proprio questo corpo calloso a favorire lo scambio di informazioni tra i due emisferi e, dato che i mancini e gli ambidestri possiedono circa 30 milioni di fibre in più, sarebbero di conseguenza più veloci e reattivi. Altri ancora si sono affidati a una considerazione più semplice ma non per questo trascurabile: in quanto in minoranza, i mancini rappresentano, nello sport in generale, un fattore inusuale per chi gli sta di fronte (questa considerazione vale anche per il pugilato, la scherma, il baseball, il volley etc…) e da lì deriva buona parte del disagio nel trovare le adeguate contromisure.

Cinque sudamericani e tre spagnoli – Tornando ai nostri dodici left-handed, tre sono spagnoli (oltre a Nadal e Verdasco, gli unici top-ten, anche Feliciano Lopez), due brasiliani (Bellucci e Mello), due argentini (Dabul e Zeballos), un austriaco (Melzer), un francese (Llodra), un finlandese (Nieminen), un tedesco (Berrer) e infine un colombiano, Alejandro Falla.

L’ineguagliabile Rod – Il primo grande mancino dell’Era Open, quasi trentenne quando il tennis aprì le porte ai professionisti, fu Rod Laver. L’australiano, che aveva già messo a segno il Grande Slam da amatore nel 1962, si ripetè sette anni più tardi e la sua doppia impresa, sia pur ottenuta per 3/4 sull’erba, è rimasta ineguagliata per i successivi quattro decenni. Laver giocava un tennis classico e completo, che faceva leva su una grande rapidità di gambe e sulla propensione all’attacco, e seppe sfruttare al meglio tutte le angolazioni che il suo polso d’acciaio gli consentiva di cercare e trovare.

I numeri uno – Da quando è stata introdotta la classifica ATP, sono stati 5 (su 24) i mancini che l’hanno comandata per almeno una settimana. Il primo fu Jimmy Connors, seguito da McEnroe, Muster, Rios e Nadal. Come si può facilmente dedurre, anche allargando la considerazione a giocatori meno importanti, non esiste la tipologia tecnica del mancino. Connors colpiva piatto sia il dritto che il rovescio a due mani; McEnroe era semplicemente inimitabile in ogni suo fondamentale ed era un profeta del serve-and-volley; Muster è stato un grandissimo terraiolo che ha saputo adattarsi con dedizione anche alle superfici più veloci; Rios, l’unico numero uno della storia a non aver vinto nemmeno un major, era il prototipo del tennista moderno che preferiva usare angoli e geometrie più che ricercare le rotazioni; su Nadal penso sia inutile soffermarsi.

Gli uomini Slam – Oltre ai numeri uno, ci sono stati altri sei tennisti mancini che hanno vinto almeno un major dal 1968 in poi. Il più famoso tra questi è certamente l’argentino Guillermo Vilas, a cui solo un computer che sa di conto e non di tennis (citando Rino Tommasi) negò la prima posizione mondiale nel 1977. Il Poeta della Pampa era uno specialista della terra battuta (superficie su cui vinse quell’anno sia a Parigi che a Forest Hills) ma non disdegnò efficaci incursioni sull’erba di Melbourne, in cui trionfò in un paio di Australian Open e nel Masters del 1974. Maestro del top-spin, che usava con grande efficacia sia nel dritto che nel rovescio, Vilas fece registrare sempre nel ’77 la più lunga striscia di vittorie consecutive sulla terra battuta (53), battuta da Nadal molti anni dopo.

Completamente diverso Goran Ivanisevic, altro numero due mondiale dotato di un servizio spesso letale e vincitore a Wimbledon al quarto tentativo, dopo tre finali perse. Simile al croato (ma con rovescio a una mano) era lo statunitense Roscoe Tanner, più celebre per le sue sfide con Borg e per la finale persa a Wimbledon al quinto set contro lo stesso scandinavo che per la vittoria a Melbourne nell’edizione di gennaio del 1977.

Due finali slam, una vinta e una persa, sia per Petr Korda che per Manuel Orantes. Il cecoslovacco di Praga, battuto da Courier al Roland Garros nel 1992, chiuse degnamente una carriera poi macchiata da una brutta storia di doping trionfando in Australia nel 1998; lo spagnolo invece si aggiudicò uno dei tre US Open svoltisi sulla terra verde, precisamente nel 1975, dopo che l’anno precedente era stato sconfitto in rimonta da Bjorn Borg a Parigi.

Infine Andres Gomez. L’ecuadoriano pescò il meritato jolly battendo il super-favorito Agassi nella finale del Roland Garros 1990. Questi ultimi tre giocatori sono accomunati dal rovescio classico a una mano con Orantes e Gomez che prediligevano la terra mentre Korda era più universale, con maggiore propensione al cemento e al sintetico.

Altri mancini – Due francesi, due australiani e un anglo-canadese. Questa lunga carrellata si chiude con altri cinque giocatori dalle caratteristiche molto simili e che hanno in Llodra (nella foto) l’unico ancora in attività che gli assomiglia molto. Si tratta di Guy Forget ed Henri Leconte, Tony Roche e Wayne Arthurs (il cui servizio venne definito una volta da Sampras come “il migliore del circuito”) e Greg Rusedski. Ottimi interpreti di un tennis offensivo ormai estinto, tutti migliori di rovescio rispetto al dritto.


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