MARAT SAFIN: “IL TENNIS È DIVENTATO TROPPO PROFESSIONALE”

L’ex numero 1 del mondo festeggia l’ingresso nella Hall of Fame del tennis e con ironia confessa di non credere ancora ai risultati raggiunti in carriera: “La vittoria agli Us Open contro Sampras è stato un errore assoluto. Nessuno se l’aspettava. Nemmeno io”.
martedì, 19 Luglio 2016

Tennis – È stato uno dei talenti più grandi del tennis. È stato uno dei tennisti più divertenti e anche più indisponenti del circus. È stato uno di quelli che avrebbero potuto vincere molto più di quanto fatto in carriera. E ora è anche nella Hall of Fame del tennis. Marat Safin da Mosca è stato e resta uno dei personaggi più amati dello sport, uno di quei soggetti mai banali, sempre imprevedibili, in grado di battere nettamente numeri 1 e di perdere miseramente contro giocatori fuori dai primi 100. Uno degli esempi più solidi di genio e sregolatezza.

E anche durante la cerimonia tenutasi a Newport, il tennista ex numero 1 del mondo ha mostrato ancora una volta tutta la sua eccentrica personalità: “Non ho mai capito cosa facevo nel mondo del tennis. Non ho mai capito chi ero e cosa ho conquistato” ha detto. Frasi non certo istituzionali per un nuovo componente della Hall of Fame. Ma, a modo suo, Safin è persino riuscito a riprendersi e a mostrare il suo volto più politically correct: “Ho capito di non aver apprezzato il mio sport per come avrei dovuto. É bello tornare nel mondo del tennis per capire davvero la storia di questo sport. É la prima volta che entro davvero in contatto con essa: il museo, l’accademia di Newport sono incredibili. Sono luoghi dove la storia inizia e cresce, è la prima volta che posso vederla e sentirla. È una grande cosa essere parte di tutto ciò, un grande onore. Per quanto mi riguarda è anche fantastico essere il primo russo a riuscirci. Ho apprezzato molto la gente, quelli che hanno amato il mio tennis, il modo in cui ho giocato, sono davvero grato per questo. Veramente grato”.

Anche perché, da giovane, le aspettative non erano altissime e gli avversari sembravano montagne troppo dure da scalare: “Quando sei numero dieci, venti o trenta e vedi il livello di giocatori come Sampras, Agassi e Courier pensi ci sia una differenza enorme tra loro e te stesso” insiste il tennista nato a Mosca il 27 gennaio 1980.

Eppure lui è riuscito nell’impresa di battere quegli stessi tennisti che da giovane gli sembravano tanto forti. L’esempio più calzante è stata sicuramente la vittoria agli Us Open 2000, arrivata contro sua maestà Pete Sampras con il punteggio di 6-4, 6-3, 6-3. In quel caso il giovane Marat stupì il mondo del tennis sbarazzandosi in maniera quasi irrispettosa dell’allora 13 volte campione Slam e padrone di casa e diventando il primo russo a vincere un major. Il match durò un’ora e quaranta minuti circa e consacrò al mondo il talento di Marat Safin. Ma l’ex tennista sembra quasi in disaccordo con la storia: “Quel trionfo è stato un errore completo – scandisce Marat – nessuno se lo aspettava perché era impossibile vincere. Meno che mai me lo aspettavo io”.

C’è spazio anche per molti ricordi legati alla sua crescita professionale. Marat Safin non nasconde l’importanza della sua famiglia nella sua carriera e si dice grato alla madre per averlo iniziato al tennis: “Durante il periodo comunista, mia madre ha tentato di vincere il Roland Garros juniores e Wimbledon juniores e non ci è riuscita perché non è mai stata in grado di esercitare la professione di tennista. Così ha cercato di raggiungere ciò che voleva attraverso di noi ed è quello che ha fatto: una famiglia, fratello e sorella, numeri uno al mondo. Come le Williams”. I ringraziamenti non sono finiti: “Grazie a mia mamma sono stato fuori dai guai: non volevo giocare per forza a tennis, amavo il calcio, ma mia madre conosceva il meglio di cui avevo bisogno”.

Poi, nello stile che tutti hanno imparato ad apprezzare – o a detestare – negli anni di carriera, il vincitore degli Australian Open 2005 non risparmia una frecciatina ai tennisti in attività: “La mia generazione è stata l’ultima a trascorrere del tempo insieme. È stato rock and roll per tutti noi. Con Rafter, Kuerten, Lapentti, Philippoussis uscivamo insieme di sera e il giorno dopo ci ritrovavamo avversari in campo. Eravamo come una famiglia. Ora è tutto molto professionale e i ragazzi in giro sono troppo seri” conclude il russo. Che ricorda anche i match memorabili giocati in carriera e traccia anche un bilancio degli anni nel circus: “Le partite contro Santoro sono sempre state un disastro, ma sono sempre da ricordare. ”Il momento più bello deve ancora venire. Oggi sono più vecchio, ma anche più saggio. Mi sento migliorato”. Con un piccolo rimpianto: “Le Olimpiadi. Ricordi terribili. Grandi posti, buone esperienze, risultati terribili. Mi dispiace ancora adesso di non aver prestato la giusta attenzione ai Giochi.”

E non esclude nemmeno la possibilità di tornare nel mondo del tennis in un futuro neanche troppo lontano: “Mi piacerebbe sicuramente stare nel mondo del tennis, credo di poter essere utile nell’ambito dell’ATP o dell’ITF, ma solo dopo la mia carriera politica. Prima devo terminare quella, ma il tennis è il mio posto, dove sono le mie radici. Vorrei renderlo migliore”.

Foto: Marat Safin (www.zimbio.com)


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