MARIA SHARAPOVA: DALLA SIBERIA ALLA CONQUISTA DELL’OLIMPO

Da predestinata a numero uno del mondo, dal trionfo a Wimbledon ad appena 17 anni al Carrer Slam. La fiaccola Olimpica portata a Sochi diviene la metafora di una vita: nell’Olimpo Maria Sharapova già vi risiede. Oggi la russa compie 27 anni.
sabato, 19 Aprile 2014

Il regista Jacques Feyder ha raccontato che durante le riprese di Il bacio, tutte le mattine alle 9, incaricava un assistente di andare a chiamare Greta Garbo e, tutte le volte, una voce alle sue spalle replicava: “Sono qui”. Nessuno riusciva a capire da dove fosse entrata ma lei era sempre lì, puntuale. Seppur dovendosi accontentare di un Oscar alla carriera, tra l’altro mai ritirato, la Garbo è considerata una leggenda e tuttora, a 73 anni dal suo addio alle scene, a 24 dalla sua scomparsa, il suo nome è sinonimo di cinema. Greta Garboda svedese errante’ a ‘divina’, una bellezza algida, quasi asessuata, un talento cristallino; virtù queste che possiedono e si irradiano da pochissime persone. Maria Sharapova è una di queste, splendide, inaccessibili creature e quando il 9 giugno 2012, dall’alto della sua sublime eleganza si è ritrovata in mano un biglietto di sola andata per entrare nella storia del tennis, puntualmente lo ha riscosso. Ne era consapevole Maria, quando fasciata in un raffinato completino nero si è lasciata cadere in ginocchio sulla terra battuta del Court Philippe Chatrier, mentre con le mani si è coperta il viso, come già aveva fatto in altre tre momenti cruciali della sua carriera; sotto il sole incandescente di Melbourne nel 2008, in una fresca serata newyorkese di fine settembre nel 2006 ed il 5 luglio del 2004 quando, appena diciassettenne, con i suoi colpi devastanti a 105 decibel ha infranto il silenzio dei sacri campi di Wimbledon.

L’epopea di Maria Sharapova, la ‘divina del tennis’, parte però da lontano, addirittura da prima della sua stessa nascita.  E’ il 26 aprile del 1986 quando nel corso di un test nella centrale V.O Lenin, distante diciotto chilometri da Cernobyl, in Ucraina, avviene il più grave incidente nella storia del nucleare. E’ a causa di quel disastro che Yuri Šarapov e sua moglie, residenti a Gomel, una verde città della Bielorussia nei pressi del confine ucraino, decidono di emigrare in Siberia, a Njagan; un paese di nemmeno sessantamila anime che fa dello sfruttamento del petrolio la sua principale risorsa economica, e che il 19 aprile del 1987 dà i natali a Marija Jur’evna Šarapova. Perché qualcuno si preoccupi di traslitterare il suo nome è questione di poco tempo: dopo un breve trasferimento a Soči, sulle rive del Mar Nero, ad appena sette anni, su suggerimento di Martina Navratilova che l’aveva notata durante un allenamento a Mosca, Marija si ritrova dirottata a Bradenton, in Florida nell’Accademia di Nick Bollettieri, il quale la presenta al mondo come Maria Sharapova. Di quell’espatrio la russa dice di ricordare molto poco, giusto sua madre che le fa presente, mentre sta incartando le proprie cose, che “non può portare con se’ tutta la Russia”. E’ stata ubbidiente Maria che della sua seconda patria, gli Stati Uniti, fiuta le illimitate opportunità in grado di offrirle, ne assorbe lo spirito, concretizza il sogno americano tramite il duro lavoro, il coraggio e la determinazione. Maria Sharapova però, oltre a tutte queste qualità, possiede pure un’altra dote eccellente: l’intelligenza. E lo dimostra sin da tredicenne quando, al cronista di una troupe televisiva recatasi a Bradenton per realizzare un servizio sull’ultima scoperta del celebre pigmalione, alla domanda se preferisse vincere Wimbledon o guadagnare venti milioni di dollari, Maria risponde senza esitare: “Wimbledon, i soldi arriveranno poi”. Ha ottenuto entrambi Masha e, seppure tanti soldi le sono caduti addosso sin da prima che trionfasse sull’erba più celebre del mondo, dopo quell’impresa il tassametro si è impennato a livelli esponenziali tanto che da svariate stagioni, tra premi e sponsor, guadagna in media 25 milioni di dollari all’anno.

La predestinazione che pare gravare su Maria Sharapova si dimostra fondata sin dal debutto, nel 2002 ad Indian Wells quando, beneficiando di una wild card supera al primo turno Brie Rippner, n°302 del ranking, prima di sbattere contro Monica Seles racimolando appena due game. Ciò induce il suo team a farla ripiegare sul circuito ITF per fare esperienza, per guadagnare posizioni in classifica, per alimentarne la sete di vittoria.  Che Maria sia fatta di una ‘pasta speciale’ lo confermano i tre titoli consecutivi a Gunma, a Vncouver ed a Peachtree che le permettono di terminare la prima stagione nel circuito al 186° posto della classifica mondiale. La vittoria del suo primo torneo WTA ai Japan Open, gli ottavi raggiunti sul cemento di Los Angeles, dove costringe al terzo set Kim Clijsters ed il terzo turno a Wimbledon dove cede alla connazionale Svetlana Kuznetsova, le vale il premio di “newcomer of the year, per il 2003. Mentre le sorelle Williams, Justine Henin e Kim Clijsters si dividono i tornei più prestigiosi alternandosi al comando della classifica mondiale, la Sharapova contraddice coloro che la vorrebbero come una fotocopia della bionda, svogliata e perdente Anna Kurnikova e nel 2004 da inizio alla sua scalata ai piani alti della classifica finché, sotto ai riflettori di Wimbledon, compie il primo capolavoro della sua carriera attingendo al meglio del suo repertorio caratteriale nei quarti, facendo suo un match che pare compromesso contro Ai Sugiyama; e tennistico, imponendosi su Lindsay Davenport in semifinale e su Serena Williams in finale. Un escalation che fa di Maria Sharapova la prima russa, nonché la terza più giovane giocatricecapace di imporsi a Wimbledon.

Se da una parte esplode la “Maria Mania, d’altro canto si fa sentire una masnada di denigratori che accusano la divina di non essere altro che una monocorde picchiatrice.  I rimproveri però non si limitano al campo: troppo fredda, troppo riservata, troppo altezzosa, troppo irraggiungibile. Ed ora, con il senno di poi, non c’è da stupirsi se Maria Sharapova, che antipatica non è e forse nemmeno così gelida, si sia costruita sin da ragazzina una corazza inossidabile. Quando le aspettative sono sconfinate, quando metà del mondo che ruota intorno al tennis appare incantato da te, mentre l’altra metà non vede l’ora che tu compia un passo falso affinché possa uscirsene con il classico “L’avevo detto, io”; il rischio di cadere è sempre dietro l’angolo. Dal magico Wimbledon del 2004 al successo al Roland Garros 2012, di sconfitte, di delusioni, di infortuni, di critiche, Maria Sharapova ne ha dovute fronteggiare talmente tanti che in molti al posto suo avrebbero salutato la compagnia da un bel pezzo per gestire comodamente il proprio impero lontano da sacrifici, calendari convulsi e attese spropositate. Perché racchiusi in questi otto anni non c’è stata solo la tennista Sharapova, si è fatto largo pure un turbinio di sponsor agguerritissimi nel contendersela: da Clear a Cole Haan, da Evian a TAG Heuer, da Samsung a Tiffany & Co.; per arrivare a HeadPorsche e al suo main sponsor, la Nike. Come se non bastasse, nel 2013 la divina ha lanciato pure una linea di gomme e caramelle a forma di palline da tennis, le ormai ultracelebri Sugarpova.

Ho sempre ascoltato solo me stessa, ignorando chi mi dava per finita. Nonostante tutti gli schiaffi presi, ho continuato a lavorare duro e non ho mai cercato scuse”; ci tiene a precisare Maria Sharapova dopo aver conquistato il Roland Garros, per poi spiegare come ci sia stato un match chiave, capace di farle credere che avrebbe potuto vincere anche Parigi: “Nel 2010 non ero più una top ten e persi al terzo contro Justine Henin. Pensai che se ero arrivata ad un passo dal battere Justine sulla terra rossa, allora potevo battere chiunque”. Una stima e un rispetto quello della russa nei confronti della belga mai condiviso dal padre Yuri, colpevole, durante un match, di rivolgere alla rivale un gesto sconcertante in cui mimava di tagliarle la gola. Da quel giorno papà Yuri si è praticamente auto-bandito dal circuito e, vista la perenne tensione che gli hanno sempre procurato i match della figlia, forse per le sue coronarie è stato meglio così. Tensione che nei match tra Maria e Justine, non è mai mancata. E’ battendo in finale la Henin che Maria si assicura il secondo Slam agli US Open nel 2006, così come due anni dopo è prevalendo sulla Henin nei quarti, che si spiana la strada per conquistare gli Australian Open. Nonostante dalle loro battaglie Maria abbia subito pure diverse sconfitte brucianti, ha sempre sfoggiato con orgoglio le cicatrici rimediate; come quando dopo tre ore e venticinque minuti di lotta ha perso la finale del Master nel 2007 e, durante la premiazione, si è detta comunque felice per il risultato, ragione in più che a batterla è stata “la migliore del mondo”. WTA Tour Championships che tra l’altro la siberiana aveva vinto tre anni prima, in finale su Serena Williams, dopo aver recuperato uno svantaggio di 0-4 al terzo set.

Al di là del Career Slam, al di là dell’essere riuscita ad issarsi fino al primo posto della classifica mondiale in quattro diverse occasioni nell’arco di sette anni; Maria Sharapova può essere considerata una costante del tennis dei nostri giorni. Otto anni nell’Olimpo del grande tennis, 4 Slam, 1 Master, per un totale di 29 titoli conquistati, tra cui Indian Welles, Cincinnati, San Diego, Tokyo, Stoccarda, Birmingham, Amelia Island e Roma; e poi cinque finali e dieci semifinali perse tra Slam e Master, un argento alle Olimpiadi di Londra 2012, dove è stata pure la portabandiera per la sua Russia, onore che non era mai stato concesso prima ad una donna. Maria Sharapova ha assistito al pensionamento di Seles, Capriati, Davenport, Mauresmo, Hingis, Myskina, Dementieva, Henin e Clijsters, solo per citare i pezzi da 90, e mentre le sorelle Williams sono tuttora sue compagne di viaggio, negli ultimi tempi s’è vista costretta ad accettare tra le potenti pure Victoria Azarenka. Una sfida quella tra Masha e Vika provvista sin da subito di tutte le carte in regola per diventare un classico, ragione in più che l’una ha sempre visto nell’altra la propria antitesi. Se per Maria, la bielorussa è il nuovo che si staglia all’orizzonte e con sfrontatezza è pronto a calpestare le baronesse; per Victoria, la divina rappresenta quel qualcosa che a lei sempre sarà negato e che forse nel suo profondo desidera: essere ‘una’ Maria Sharapova. Perché una cosa è certa: quanto a carisma ben poche colleghe possono competere con la russa.

Dopo i sensazionali successi, dopo essere salita in vetta alla classifica per poi ricadere nei bassifondi, dopo l’intervento alla spalla, dopo un infortunio alla caviglia, seppure tra qualche alto e basso, sotto alla guida del fedele Thomas Hogstedt il 2012 di Maria Sharapova si è rivelato estremamente positivo. Se la netta sconfitta rimediata per mano di Na Li nella semifinale degli Australian Open può essere vissuta, da una come lei, come una delusione, durante i mesi di febbraio e marzo 2013 Maria ha giocato poco, ma bene. Dopo la semifinale raggiunta a Doha, la siberiana ha trionfato ad Indian Wells ed è giunta all’ultimo atto di Miami, teatro quello di Key Biscayne, dove la prima attrice è stata però la numero uno del mondo, Serena Williams. La stagione su terra ha inizio con il bis concesso a Stoccarda per poi proseguire con la finale di Madrid e la rinuncia di disputare i quarti a Roma, adducendo a “qualche linea di febbre”. Al Roland Garros Maria Sharapova alterna prestazioni poco brillanti ad altre discrete: tanto basta per raggiungere l’ultimodove per l’ennesima volta nulla può contro Serena. Un traguardo che appagherebbe tutti, ma non lei. La russa si dichiara pronta a riscattarsi a Wimbledon ma, dopo un primo turno soffertissimo, il 26 giugno, in quello che sarà ricordato il “mercoledì nero per gli ex numero uno del mondo”, inciampa in Michelle Larcher De Brito. Che qualcosa non vada, e che quel qualcosa non sia un infortunio all’anca rimediato contro la portoghese, è un’ipotesi che si fa ben presto largo. Per oltre un mese Maria Sharapova scompare dal circuito. Eppure di lei se ne parla ancora più del solito: dal fidanzamento con Grigor Dimitrov, all’inaspettato divorzio da Hogstedt, all’ingaggio di Jimmy Connors, alla martellante campagna Sugarpova. La russa torna in campo a metà agosto a Cincinnati, ma nulla va per il verso giusto e rimedia una pessima sconfitta per mano di Sloane Stephens. Poi l’ennesima “trovata”: presentarsi sul tabellone degli US Open come “Sugarpova” e non come “Sharapova”.  Finché, come un fulmine a ciel sereno, almeno per chi non è predisposto a scrutare i neri auspici, l’annuncio: la russa soffre di una borsite alla spalla finita sotto ai ferri del chirurgo nel 2008.  Il sospetto che Maria Sharapova abbia dovuto combattere contro il dolore alla spalla sin dai giorni del forfait di Roma non è un’ipotesi troppo azzardata. Così come il timore che dallo stesso infortunio sia arduo guarire due volte.

Il forfait nello Slam yankee è seguito da un altro mese di silenzio fino alla conferma ufficiale che Maria Sharapova non avrebbe preso parte al Master di Istanbul. Una volta annunciato il nuovo coach, l’olandese Sven Groeneveld, e ufficializzata la data del rientro in occasione di alcune esibizioni in Colombia in Messico e in Thailandia, fan e detrattori si sono ritrovati, per l’ennesima volta in trepidante attesa: chi fiducioso che  il tennis avrebbe potuto godere di una Sharapova completamente ristabilita e pronta ad acciuffare altri Slam, chi convinto che eccetto gli urlacci della russa c’era rimasto ben poco e che ormai la sua presenza nel circuito fosse più che altro uno “specchietto per le allodole” prontamente distribuito dagli sponsor. La Campagna Australiana, dove Maria rimedia una semifinale a Brisbane ed un soffertissimo ottavo di finale a Melbourne, la semifinale raggiunta a Parigi indoor, la sconcertante sconfitta subita per mano di Camila Giorgi al secondo turno di Indian Wells e la semifinale stretta in pugno a Miami, dove ha alternato momenti di grande tennis e voragini di vuoto, sembrano confermare che, ora come ora, nel giusto non sono ne’ i “Sharapova family” ne’ la compagine avversa. Avvinghiata all’interno di un maelstrom difficilmente immaginabile, la Maria Sharapova attuale appare una donna cambiata, quasi che un pizzico di quell’esasperato coraggio che insieme all’irremovibile determinazione hanno contribuito a rendere possibile la sua epopea, si sia trasfigurato in una sorta di disperata incertezza. Nel frattempo il ranking l’ha respinta in nona posizione, buttandole sulle spalle anche un’ondata di punti da difendere fino a inizio giugno. Che la divina sia fermamente intenzionata a risalire ed a tornare a mietere successi è pressoché scontato. Che sia provvista della forza per riuscire a mettere in atto il proposito però, non dipenderà solo da lei. Il fantasma dell’infortunio alla spalla continua certamente a gravare sulla russa così come la consapevolezza che il tempo sta irrimediabilmente passando, che il suo tennis non potrà mai far leva sulla saggezza degli anni, ma deve bensì basarsi sulla ferocia mentale, su un’incalpestabile sicurezza nei propri mezzi. Aspetti che Maria può controllare solo in parte, elementi quanto mai simili a formule chimiche, in balia di dosaggi precisi, di eventi che si incrociano e che hanno il potere di imbrattare, di degenerare il quadro. Un dipinto, quello che riassume la vita sportiva e non di Maria Sharapova, che per quanto ‘battuto’ a prezzi record; rimane comunque il frutto del sudore, della determinazione, delle pennellate dell’autrice, un’ex ragazzina che nel momento in cui è partita alla conquista del mondo non ha potuto mettere in valigia “tutta la Russia”, ma che, paradossalmente, per un contorto gioco di specchi che riassume in se’ parte del misticismo magico di cui è intrisa la Madre Russia, la sua Patria non l’ha mai lasciata andare completamente via. Al di là del tennis, al di là di ciò che sarà il futuro di Maria Sharapova, la fiaccola Olimpica portata a Sochi altro non è che la metafora di una vita. Nell’Olimpo Maria Sharapova già risiede.


3 Commenti per “MARIA SHARAPOVA: DALLA SIBERIA ALLA CONQUISTA DELL'OLIMPO”


  1. luca ha detto:

    Volevo far presente dell’ennesima figuraccia della nostra”punta di diamante” del tennis italiano il sig. fognini dopo aver fatto quello scempio a montecarlo insultando il povero papa’ oggi a barcellona e’ stato capace di perdere sei zero sei zero con un certo giraldo…..vergogna fognini e’ lo specchio di un Italia a rotoli.Si ricorda inoltre che c’eravamo entusiasmato di una vittoria in Davis con un Murray febbricitante e malandato.RIFLETTETE SUL NOSTRO TENNIS

  2. stefre ha detto:

    Happy Birthday ” Divina”!

  3. Luca ha detto:

    Che articolo! Complimenti 🙂


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