MATTEO BERRETTINI RIPERCORRE LA SUA CARRIERA

Il numero 1 d’Italia Matteo Berrettini ripercorre le tappe più significative della sua carriera
lunedì, 6 Dicembre 2021

Tennis. Ospite del podcast ‘Cachemire’, il numero 1 d’Italia Matteo Berrettini ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera.

Il 2021 del tennista romano si è chiuso in anticipo per via di un infortunio agli addominali.

“Da bambino non ho mai pensato di voler diventare il più forte di tutti, ma quando scendevo in campo volevo essere più forte del mio avversario in quel momento”, ha raccontato Matteo. 

“Quando sono entrato nel tour vedevo tanti ragazzi italiano più forti di me e mi dicevo, ‘chissà, magari un giorno…’, però mi sembravano troppo forti. Ho vissuto tutto passo passo, non ero un bambino che puntava alla classifica. 

Nel 2019 c’è stato uno sbalzo importante dove ho iniziato da N.50 e ho finito da N.8. Dopo lo US Open di quell’anno, dove sono stato abbastanza massacrato da Nadal in semifinale, mi sono detto che ero tra i quattro migliori tennisti del mondo in quelle due settimane in cui si è giocato il torneo”.

Berrettini è arrivato in finale a Wimbledon quest’anno: “Ci ho giocato la prima volta nel 2014 nel torneo juniores, quindi Under 18.

Persi al secondo turno se non erro, e tornando in Italia dissi che secondo me Wimbledon è un posto che bisogna vedere una volta nella vita anche se non capisci nulla di tennis, perché è un tempio.

E quindi avevo sempre avuto questa sensazione che sarebbe successo qualcosa di speciale, anche se così speciale non l’avevo mai pensato e neanche sognato.

In finale ci sono arrivato con tanta fiducia perché ho vinto il torneo prima [Queen’s, ndr] e quindi in conferenza stampa mi dicevano che i bookmakers mi davano per finalista, e io pensavo ‘questi sono matti’, però poi parlando anche col mio allenatore mi sono reso conto che stavo giocando veramente bene. Il mio tennis si adattava alla superficie”.

L’azzurro non nasconde qualche rimpianto: “Una cosa che successivamente mi è dispiaciuta è di non aver potuto finire la scuola pubblica. Ho fatto quarta e quinta liceo scientifico ma privato, anzi centro studi, quindi studiavo per conto mio.

Però insomma sappiamo come funziona lì: ero contento perché dovevo giocare a tennis e perché a 17 anni a nessuno penso piaccia studiare. Guardandomi indietro alla fine mi son detto di aver perso due anni e che sarebbe stato meglio finire la scuola”.


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