MCENROE SI RACCONTA: “IO DA PICCOLO? EDUCATO E TIMIDO”

Raccontandosi al "The Guardian" in una lunga intervista, John McEnroe ha parlato di sé come un bambino educato e timido. L'ex numero uno del mondo, braccio sinistro di Dio e migliore amico del Diavolo, ha rivelato alcuni retroscena della sua infanzia
martedì, 29 Novembre 2016

TENNIS – Ve lo immaginate un John McEnroe timido, educato e corretto? Ve lo immaginate un John McEnroe che, in piena fase adolescenziale, si prende cura del fratellino Patrick? L’ex numero uno del mondo – che tra maggio e agosto ha anche collaborato con Milos Raonic – si è sempre contraddistinto dalla massa, dentro e fuori dal campo. Tra eccessi e vittorie, squalifiche e magie, multe e follie, Superbrat è stato allo stesso tempo il braccio sinistro di Dio e il migliore amico del diavolo.  Raccontandosi al “The Guardian” in una lunga intervista rilasciata qualche giorno fa, lo statunitense ha però rivelato dei deliranti retroscena omessi dalla sua autobiografia – uscita poco più di due anni fa – spaziando dal rapporto con i genitori alla grande responsabilità di chiamarsi proprio John McEnroe.

Il piccolo John era un ragazzino educato, parola di scout. “Tra me e mio fratello Patrick, più giovane di sette anni, c’era un rapporto piuttosto conflittuale. La differenza d’età era talmente elevata che era quasi impossibile non litigare per qualsiasi cosa. Crescendo, però, ho capito di quanto fondamentale fosse la mia figura per lui e così mi sono sforzato di essere un buon fratello. Il professionismo mi ha portato a lasciare casa mia e a passare in giro per il mondo almeno 9 mesi all’anno, ma anche con Mark – il McEnroe nato tra John e Patrick – sono riuscito a mantenere uno splendido rapporto. Mia mamma è stata la persona che più di tutte le altre è riuscita a capirmi e a capirci. Ed è probabilmente la persona più severa che io abbia mai conosciuto, Se la prendeva con mio padre per cose assurde, capitava che lo rimproverasse perché ad un concorso di 500 persone era arrivato secondo. Sostanzialmente pretendeva che dessimo il massimo in ogni situazione.

Le manie di perfezione che hanno inequivocabilmente accompagnato la vita dello statunitense sono spesso state incontrollabili, sadiche, mefistofeliche. La rabbia, che in campo prendeva il sopravvento nel 90% dei casi, era direttamente proporzionale alla voglia di vincere. “Quando a scuola non prendevo una A mi chiudevo in camera e piangevo per ore. Ho sempre puntato alla perfezione. Mia mamma c’è stata sempre, quando temevo di perdere un incontro me la ritrovato a fare il tifo per me. Lo ha fatto fin quando ha potuto. In generale ho sempre avuto uno splendido rapporto con i miei genitori, mi hanno sempre sostenuto e sempre mi hanno difeso. Da ragazzino sono stato il capocannoniere della squadra di calcio della mia scuola, per due anni ho giocato a basket, ma quando mio padre ha notato il mio talento nel tennis mi ha spinto in tutti i modi a scegliere la strada giusta.”

Super Mac ha avuto anche la fortuna di pescare dal mazzo due genitori comprensivi. E oggi, padre di sei figli, la pensa nella stessa maniera. “Nel tennis attuale capita troppo spesso che i genitori siano più coinvolti dei figli stessi. Ai miei tempi non funzionava così. Prima veniva l’educazione, poi l’istruzione. Anche io ho cercato di trasmettere ai miei figli gli insegnamenti dei genitori. Adesso voglio che sappiano quanto sia importante per me che si realizzino, voglio che sappiano che la porta di casa mia è sempre aperta per loro.”


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