MEDVEDEV: “VORREI ESSERE COME SAFIN”

Medvedev ha vinto il Tecnifibre Young Contest. Premio finale: 50 mila dollari. "Mi alleno in Francia" dice, "in Russia ho avuto periodi difficili". Il Masters Under 21 a Milano? "Non ne so nulla".
sabato, 19 Novembre 2016

Dall’inviato alla O2 Arena, Londra

Lo chiamano Ministro, anche se l’omonimo premier Dmitry l’ha incontrato solo una volta, due anni fa. “Abbiamo parlato un po’ perché qualcuno ci ha presentato” spiega. Conosce i risultati di Andrej, l’ex numero 4 del mondo allenato allora dal padre di Dolgopolov che per due set fece impazzire Agassi in finale al Roland Garros. Nessuna parentela, però. Daniil Medvedev cerca di essere solo se stesso, e l’assegno da 50 mila dollari per aver vinto il Tecnifibre Young Contest è solo l’inizio.

La competizione, che rientra nel programma On the Road, si propone di aiutare giovani tennisti ad emergere. Medvedev ha battuto la concorrenza di Gregoire Barrere, Mitchell Krueger e Omar Jasika, nell’ambito della competizione che si basa sia sui risultati sia sulla capacità di promuoversi sui social network, anche con l’aiuto di un mentore (rispettivamente Jeremy Chardy per Barrère, Denis Kudla, vincitore l’anno scorso, per Krueger, John Millman per Jasika e Aljaz Bedene per Medvedev.

“Questa competizione” ha spiegato nella conferenza stampa di premiazione, alla presenza anche del presidente dell’ATP Chris Kermode, “mi ha dato sicuramente la spinta per entrare fra i primi 100 del mondo. Mi ha motivato a migliorare il mio account sui social, ho fatto il meglio per dimostrare quel che sono dentro e fuori dal campo. Nell’ultima settimana del contest ho vinto il mio primo titolo Challenger”, a St.Remy, in finale su De Loore. In stagione, comunque, aveva ottenuto anche la sua prima finale Challenger a Portoroz, battuto da Florian Mayer, e a Mosca ha centrato per la prima volta i quarti ATP a Mosca (ha batuto Kukushkin e Troicki, perdendo da Robert). Risultati che lo hanno portato a entrare in top 10, questa settimana è numero 98, dopo aver iniziato la stagione al 331 del mondo e che, dice, “hanno sicuramente avuto una certa influenza sulla decisione finale”.

Nella vita, racconta dopo la conferenza stampa ai giornalisti che restano per fargli qualche domanda, “faccio molte cose come le persone normali, esco a cena con amici, leggo qualche libro, gioco forse un po’ troppo alla Playstation. Ascolto tutta la musica se mi piace”, però adesso è particolarmente preso dal dj statunitense Marshmello. Nella sua playlist, però, non manca Robbie Williams in versione moderno Rasputin che invita a festeggiare come un russo (Party like a Russian).

Dal punto di vista tecnico, aveva sempre definito il rovescio il suo colpo migliore. Ma adesso, spiega, “non ne sono più così sicuro. Se devo indicare il mio punto di forza, comunque, direi la risposta”.

Non è cresciuto con un vero e proprio idolo. Nonostante ora rimpianga il suo essere stato a volte troppo emotivo in campo, la sua ispirazione tennistica non brillava certo per freddezza. “Quando ero piccolo, Safin stava giocando il suo tennis migliore. Lo guardavo sempre, magari non proprio tutte le partite, ma tutte quelle importanti nei grandi tornei sì. La gente lo amava. Vorrei easere come lui”. Ha conosciuto troppo tardi, invece, il Principe Kafelnikov. “Sono troppo giovane per averlo visto giocare. Ma mi ha dato una grande mano con questo contest perchè mi ha promosso molto nei social media russi”.

Da qualche tempo, racconta, si allena a Cannes, in Francia. “Per il sole” interviene un collega con un paio di occhiali vintage e la folta chioma brizzolata raccolta in una coda che fa ancor più anni ’70, che scatena prevedibili risate. Si diverte anche Medvedev, che però torna presto serio e traccia una storia certo non unica, fatta anche di sacrifici, di difficoltà economiche in uno scenario non sempre semplice. “Da piccolo mia madre mi portava in un sacco di posti, a vedere mostre, a praticare diversi sport. Ho fatto anche nuoto, e in piscina c’era una pubblicità per andare a provare una lezione di tennis. Ci sono andato, ho capito di essere portato e un passo alla volta sono arrivato qui”. I momenti duri non sono mancati. “Quelli li abbiamo tutti. I miei genitori mi hanno sostenuto per la mia carriera, mio padre ha chiesto soldi in prestito per permettermi di giocare. Transizione da junior a pro è stato difficile. A un certo momento ho lasciato la Russia, era difficile continuare lì per diverse ragioni. In Francia mia sorella già viveva da sei anni e abbiamo deciso così di spostarci lì con i miei genitori. Molti mi avevano parlato di questo club, l’Elite Tennis Center”. Lo gestisce il monegasco Jean-René Lisnard, ex numero 98 del mondo e semifinalista a Chennai nel 2003 (il suo anno migliore) con quattro coach e la volontà di dare la possibilità a giovani di tutta Europa di crescere, magari sognando di trovare il prossimo grande campione francese da lanciare nell’Olimpo del tennis.

Vuole entrare in top-10, dice, come obiettivo realistico. Ma si concede, anche a mo’ di battuta, il ritratto di una carriera da sogno, di quelli impossibili: “Arrivare numero 1 l’anno prossimo e restarci per dieci anni”.

Intanto, con la posizione che ha, sarebbe comunque in teoria tra i qualificati del Masters Under 21 di Milano, con un montepremi da un milione e mezzo, che si terrà dall’anno prossimo la settimana prima delle Finals. “Spero che questo nuovo evento possa iniziare a riportare i giovani ai massimi livelli” scrive Gerald Marzorati sul New Yorker, anche se non è più la stagione dei bambini prodigio, dei McEnroe e dei Borg, dei Becker e dei Chang. “Tra le soddisfazioni di uno sportivo, cosa c’è più coinvolgente del vedere un giovane talento maturare”.

Se c’è una verità che emergerà dal torneo di Milano, aggiunge, è che la nuova generazione di grandi nomi quasi certamente non sarà spagnola (a parte Munair, l’amico di Nadal, ora numero 306 del mondo, si vede davvero poco). Può segnare invece il ritorno degli Usa, che vantano tre dei migliori otto under 21 in classifica: Fritz, il più giovane americano a raggiungere una semifinale ATP dai tempi di Chang nel 1989, Tiafoe, che ha vinto due finali Challenger ed è entrato (pur senza rimanervi) nei top 100 alla seconda stagione da pro, e Donaldson che ha sorpreso Goffin allo Us Open.

Dietro i nomi che ormai stanno bussando alla porta del paradiso (Zverev, Coric), anche il tennis maschile sembra guardare lentamente a est, con i coreani Hyeon Chung e Duckhee Lee e i russi, che ormai sembrano puntare più sul solido Khachanov, numero 52 del mondo, e non sull’eterna promessa Rublev. Medvedev si affaccia da protagonista nella nuova elite, e già studia da campione. “Una volta” mi racconta, “ho battuto anche Djokovic. Era solo un allenamento” precisa. “Solo un tiebreak, in effetti”. Ma da qualche parte bisogna anche iniziare.


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