MONICA SELES: SE NON TI UCCIDE, FORTIFICA

Monica Seles compie 42 anni. Riviviamo la sua storia, l'accoltellamento da parte di Gunther Parke e la sua vita dopo il tennis.
mercoledì, 2 Dicembre 2015

TENNIS – La chiamavano “Little Mo” a Novi Sad. È qui che Karolj Seles, nel parcheggio della Balzakova Ulica, disegna le linee di un campo per insegnare alla figlia Monica, che allora ha cinque anni, le basi del tennis. Vignettista di certa fama, campione jugoslavo di salto triplo e futuro allenatore di Radoslav Jocić, primo jugoslavo a superare i 15 metri, sacrifica molto per la carriera della figlia. Per quattro anni, è la Gencic, prima maestra e riferimento di vita per il giovane Djokovic, a seguire Monica al Teniski Klub Novi Sad. Ha già vinto l’Orange Bowl U12 l’anno prima. L’ha notata Nick Bollettieri, che infatti nel 1986 le apre le porte della sua Academy. “Già a 12 anni colpiva a due mani di dritto e rovescio, stava attaccata alla linea di fondo e si muoveva benissimo” spiegava Bollettieri un anno fa a Ubitennis. “Ho offerto una borsa di studio a lei e alla sua famiglia, e nonostante quello che mi dicevano di fare, non ho mai cambiato niente del suo gioco”.

Quel gioco nato per imitazione e spirito competitivo, per battere il fratello Zoltan, di otto anni più grande e allora miglior prospetto jugoslavo per la sua classe di età che affrontava Edberg e Becker nei tornei junior in giro per l’Europa. Zoltan segue Monica in America, la vede allenarsi per ore su ogni singolo colpo e far impazzire un futuro numero 1 del mondo, Jim Courier, che infatti da allora non vorrà più scambiare con lei. “Non accettava di non riuscire in qualcosa” ha raccontato Bollettieri.

Oggi, sulla facciata della casa dove abitavano i Seles a Novi Sad, al 26 di Balzakova Ulica, c’è un murales: si vede la piccola Monica che regge, come un trofeo, un orsacchiotto di peluche. Uno di quegli animali che l’hanno accompagnata anche nella nuova casa a Sarasota, che l’aspettavano al ritorno da Houston, nel maggio del 1989, dopo il primo titolo in carriera, in finale contro Chris Evert.

È il segno, l’anticipazione di un cambio della guardia, che diventa rivoluzione nel 1990 in una Parigi in cui nemmeno l’immaginazione al potere avrebbe potuto prevedere un finale così dirompente. A 16 anni, Seles diventa la più giovane vincitrice nell’albo d’oro del torneo. Supera in semifinale Jennifer Capriati, a 14 anni la più precoce semifinalista alla Porte d’Auteuil.
E vince il titolo su Steffi Graf, alla 13ma finale slam consecutiva, che un anno prima l’aveva battuta in semifinale prima di cedere a Arantxa Sanchez (la sua prima sconfitta in uno Slam dallo Us Open del 1987). Da quel momento, Graf aveva infilato 66 vittorie di fila, la seconda miglior serie nella WTA dopo le 74 di Martina Navratilova, prima di perdere proprio da Monica Seles 62 64 nella finale del German Open, tre settimane prima del Roland Garros.

È un momento che fa la storia, come la finale del Masters 1990, il primo singolare femminile al meglio dei cinque set dalla finale degli Us Championships del 1901, quando Elizabeth Moore sconfisse Myrtle McAteer. Dopo 3 ore e 47 minuti, Seles chiude in rimonta 64 57 36 64 62 su Gabriela Sabatini, che ha eliminato proprio Graf in semifinale e commette 15 dei 57 gratuiti totali nel quinto parziale. “Non ho pranzato” spiega Monica, “verso la fine mi stava venendo fame”.

Ha fame di storie, ha fame d’amore, e corre a cento all’ora verso la gloria. In due anni, stravolge il mondo del tennis. Come scriveva qui Samantha Casella, “inaugura il 1991 con la vittoria agli Australian Open e, dopo le ennesime conferme a Key Biscayne e Houston, diventa numero 1 del ranking mondiale, scalzando dopo 4 anni di soliloqui Steffi Graf. Confermatasi al Roland Garros, la Seles deve fermarsi sei settimane a causa di una periostite ma, di ritorno agli US Open conquista l’America per poi solidificare la sua classifica aggiudicandosi il suo secondo Master consecutivo. Nove tornei conquistati nel 1990, dieci nel 1991; ancora dieci nel 1992 dove, nuovamente domina tre prove del Grande Slam e si ‘laurea’ Maestra guadagnandosi il soprannome di “la belva di Novi Sad”. Tra il gennaio 1991 ed il febbraio 1993 Monica Seles vanta uno score vittorie-sconfitte di 159–12 (92,9% di vittorie). Nel Grande Slam il suo score è ancora più impressionante: 55–1”. “Fino ad allora ero al centro del mondo. Frequentavo gente famosa, firmavo autografi ai fan, incontravo gente interessante, mangiavo nei ristoranti migliori, dormivo negli hotel più lussuosi e mi guadagnavo un modo di vivere fenomenale, giocando a uno sport che amavo con tutto il cuore. La vita non poteva essere più bella”. Fino al 30 aprile del 1993. Quel giorno, ha raccontato, “ho imparato che niente va mai come pensi”. Alle cinque del pomeriggio, ha visto il suo sangue tingere la terra rossa della Rothenbaum arena di Amburgo. Sta agevolmente vincendo 61 43 il suo incontro quarto di finale contro Magdalena Maleeva. Dal 9 settembre 1991 Seles è tornata numero 1 senza più cedere lo scettro a Steffi Graf. Quel giorno è cambiata la vita di Gunther Parche, tornitore disoccupato di 38 anni, ossessionato da Fraulein Forehand. Al cambio campo, estrae da una borsa verde un coltello da cucina con la lama da sedici centimetri, si sporge oltre la ringhiera e lo pianta nella schiena di Monica che si è appena chinata in avanti per bere un sorso d’acqua. “Se non l’avessi fatto proprio in quel momento, avrei rischiato seriamente la paralisi” dirà.

L’arbitro Stefan Voss chiede immediatamente asciugamani e ghiaccio. La security arresta Gunther Parche, accusato di tentato omicidio, pena massima prevista di 20 anni, che si

dichiara immediatamente colpevole. “Nel 1990, quando Steffi era n. 1 e perse in finale all’Open di Germania dalla Seles, il mondo parve crollare intorno a me. Così decisi di punire la Seles. Ad

Amburgo mi decisi dopo tre giorni di appostamenti, nel momento che mi parve più propizio. Non l’ ho colpita con tutta le mia forza, non volevo ucciderla, ma solo ferirla. Non sarebbe mai più

stata in classifica davanti alla mia Steffi”. Tuttavia, al processo il giudice Elke Bosse derubrica il reato da tentato omicidio in lesioni gravi e il 14 ottobre lo condanna a soli 2 anni di reclusione con la sospensione condizionale della pena. In pratica, Gunther Parche lascia il tribunale da uomo libero, e si vedrà confermare la sentenza in appello. Monica giura che non giocherà più in Germania, e manterrà la promessa.

Graf la andrà a trovare in ospedale, e dal 7 giugno 1993 realizza il desiderio di Gunther: torna numero 1, una posizione che manterrà per 20 mesi prima dell’alternanza con Arantxa

Sanchez che dura da febbraio ad agosto del 1995. Le top-25 si riuniscono per decidere se garantire a Seles il ranking protetto più a lungo del periodo previsto dal regolamento. Sono tutte contrarie alla

deroga tranne Gabriela Sabatini. “E’ stata l’unica che mi ha visto come un essere umano e non come una posizione in classifica da conquistare”.

Il resto è storia nota. Alle ferite fisiche e psicologiche dell’agguato se ne aggiungono presto altre. A suo padre, Karolj, viene diagnosticato un cancro alla prostata, che lo condurrà alla morte nel 1998, e Monica riempie il vuoto col cibo. “Era diventato l’unico modo per mettere a tacere i miei demoni” scrive nel libro autobiografico in cui racconta i suoi disordini alimentari, Getting a Grip. “Forse era una reazione inconscia alle parole di Parche che aveva detto: Le donne non dovrebbero essere magre come grissini. Ingrassando sarei stata protetta da altre aggressioni”.

Tornerà su un campo da tennis 28 mesi dopo l’aggressione, grazie al supporto di Martina Navratilova che la convince a partecipare a un’esibizione ad Atlantic City. La WTA le garantisce l’inedito ranking di “numero 1 bis” per i primi sei tornei che gioca. Nel 1994 ha preso la

nazionalità statunitense ed è per gli Usa che vince tre Fed Cup e il bronzo olimpico di Atlanta, nel 1996, l’anno del suo ultimo Slam. In semifinale, batte in rimonta la 19enne Chanda Rubin 67 61 75, e risale da sotto 2-5 nel terzo. In finale, piega Anke Huber, un’altra ribelle che due anni prima si era messa contro i genitori, i coach, il team che le suggeriva di smettere, è andata in Austria, si è comprata una casa e ha iniziato la lunga love story con Andrej Medvedev. Nel 2003, gioca l’ultima partita da professionista della propria carriera. Decide di ritirarsi dopo

una vacanza in un resort eco-sostenibile in Costa Rica. “Avevo passato tutta la vita cercando di raggiungere un obiettivo, ero stanca delle persone che mi

dicevano cosa fare. Se mi sentivo giù per un paio di giorni andavo fuori a passeggiare. Camminare è stata la migliore terapia per me: chilometro dopo chilometro mi si apriva la mente.

Finalmente avevo del tempo per me senza un particolare scopo”. A 30 anni, riprende il controllo di se stessa, della sua mente e del suo corpo. “Per la prima volta nella vita, volevo farlo solo per me” scrive in Getting a Grip. “Ho cominciato a farlo ed è stato come provare a conoscere qualcuno che hai sempre visto ma che non hai mai fatto entrare nella tua vita. Ho iniziato a fare cose che prima non avrei nemmeno immaginato, più aumentava la qualità dei miei giorni, più il mio stomaco smetteva di sentirsi vuoto. Adesso finalmente so cosa vuol dire sentirsi felice”.


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