MOYA, SPAGNOLO DURO

Da poco diventato padre, Carlos compie 34 anni. Sulla terra di Parigi l'unico slam vinto, ma quante soddisfazioni sui terreni veloci
venerdì, 27 Agosto 2010

Forse noi italiani non dovremmo fargli gli auguri, visto come si concluse a suo tempo la love-story con Flavia Pennetta. Forse invece dovremmo farglieli più volentieri, visto come ha reagito la brindisina a livello di risultati.
Comunque sia, oggi Carlos Moya compie 34 anni e la sua carriera di tennista, se già non si è conclusa in un brutto pomeriggio di Madrid, è certamente agli sgoccioli. Mentre è iniziata da appena otto giorni quella di padre, da quando cioè l’attrice spagnola Carolina Cerezuela (la stessa che decretò, di fatto, la rottura tra Carlos e la Pennetta) ha dato alla luce una bambina a cui è stato dato, in uno sbuffo di originalità, il nome Carla.

A noi però interessa di più il Moya tennista, quello tanto per intenderci che si rivelò al mondo intero quando raggiunse a sorpresa la finale degli Australian Open 1997 da numero 25 del mondo. E la sorpresa non era tanto dettata dalle qualità tecniche dell’allora ventenne Moya, quanto dalla superficie su cui era riuscito ad esprimerle.
Certo, perché con lui (e i suoi contemporanei Mantilla, Albert Costa e Corretja) la Spagna si trasformò da terra di terraioli-e-basta ad officina permanente di giocatori a tutto campo.
“Abbiamo dimostrato di riuscire a cavarcela bene anche fuori dal rosso” disse in quell’occasione Moya. “E abbiamo compreso che i punti e i soldi si fanno soprattutto sul cemento.”

Uno spartiacque Prima di lui, senza voler tornare indietro fino a Manolo Santana, i vari Orantes, Higueras, Bruguera, Berasategui e i fratelli Sanchez, avevano concentrato perlopiù i loro sforzi alla specializzazione sul fondo che, tradizionalmente, la Spagna prediligeva. Pure lo stesso Moya sembrava dover ripercorrere il cammino dei suoi predecessori, come suggerivano le vittorie di Buenos Aires e Umago e le finali di Monaco e Bucarest. Quando però il bel tenebroso si impose sul sintetico di Bercy a Henman e, soprattutto, Becker, fu facile comprendere che qualcosa era cambiato.
Lo capì lo stesso Boris, eliminato al primo turno di Melbourne in cinque set da un Moya che veniva nientemeno che dalla finale di Sydney. Sul duro, naturalmente.
Solo Sampras riuscì a bloccarne il volo, in quel primo slam stagionale, e chi aveva azzardato qualche dollaro sulla sua vittoria in tre set contro Chang in semifinale, data venti contro uno, non avrà ancora smesso di ringraziarlo.

Piedi per terra Le soddisfazioni sui terreni veloci proseguirono per tutto il 1997, culminate con il successo su Sampras nel round robin del Masters di Hannover. Poi Pete vinse il torneo, come spesso accade, e Carlos perse in semifinale con Kafelnikov ma era piuttosto evidente che l’attitudine tecnica e mentale del maiorchino ben si adattava al cemento e superfici similari. Però, dato che il primo amore non si scorda mai, la consacrazione arrivò nella primavera dell’anno dopo: aperitivo a Montecarlo e pranzo completo, con tanto di torta e ciliegina, al Roland Garros. Dai quarti in poi, il favoritissimo Rios e i connazionali Mantilla e Corretja dovettero inchinarsi a “Re Carlos”. Sul palco, a premiarli e a scambiare qualche palleggio, un certo Pelè. Parigi centro del mondo e divisa tra tennis e mondiali di calcio.
Sempre più duro – La semifinale agli US Open e la finale del Masters di fine anno (persa in cinque set con Corretja) lo avvicinarono alla vetta della classifica, raggiunta il 15 marzo del 1999 dopo aver perso la finale di Indian Wells con Philippoussis. Dato che il torneo successivo era Miami, le graduatorie vennero aggiornate solo due settimane più tardi e furono le sole che Moya trascorse con lo scettro in mano. Da quel momento e per tutto il 2000, lo spagnolo iniziò una pericolosa discesa verso il purgatorio ma, con le fiamme dell’inferno che già gli lambivano la suola delle scarpe, due anni dopo riuscì a rientrare tra i top-ten e a rimanerci da agosto 2002 a maggio 2005. In quel periodo vinse a Cincinnati e a Roma e fece finale a Miami e Vienna, tra gli altri risultati.

Ultimi bagliori di un crepuscolo Di nuovo scivolato attorno alla cinquantesima posizione mondiale, ebbe gli ultimi sussulti dal 2007 in poi. Era ancora una pericolosa mina vagante, Carlos, e più di una volta fece vittime illustri contro pronostico. Ma il match più bello resta la clamorosa semifinale di Chennai, nei primi giorni del 2008, persa dopo tre tie-break e tre ore con Rafa Nadal. Appena sei partite nel 2009, a causa di un infortunio, e solo due di più nel 2010 il magro bilancio di Moya, assai vicino ad appendere la racchetta al chiodo per iniziare a maneggiare pannolini e biberon.

Da un Becker all’altro Il secco 6-0 6-2 con cui Becker, Benjamin, l’ha travolto al primo turno di Madrid qualche mese fa potrebbe essere stato il mesto canto del cigno. Del resto, non è da un Becker, Boris, che tutto era iniziato? Sì, e nello spegnere le 34 candeline insieme alla splendida compagna e alla figlioletta, Carlos non può che ritenersi soddisfatto. Venti titoli ATP, almeno uno all’anno per tredici stagioni consecutive (eccezion fatta per il 1999) dal ’95 al 2007, e due settimane da “Re del Mondo” del tennis. Un tennis a tutto campo, il suo, e soprattutto su tutti i campi.


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