MULLER, IL CAMPIONE TENERO CHE VISSE DUE VOLTE

Alla sesta finale, Gilles Muller ha vinto il primo titolo in carriera. E si è commosso pensando alla moglie e ai figli presenti in tribuna. Ecco la sua storia.
sabato, 14 Gennaio 2017

TENNIS – “E’ tutto come un film. Il centrale, Rod Laver che mi consegna il trofeo, i miei figli in tribuna. Non avrei potuto chiedere di più”. Si cmmuove Gilles Muller quando nomina la moglie Alessia e i bambini, Lenny di 5 anni e Nils di quattro. Per gli ultimi due tre anni, ha aggiunto Muller, fino ad oggi il giocatore con la miglior classifica a non aver ancora mai vinto un titolo in carriera, “il mio principale obiettivo è stato conquistare un torneo. Cominciavo a temere di rimanere uno dei tanti che non ci sono mai riusciti. Adesso invece ce l’ho fatta, ed è straordinario”.

In una settimana caldissima, iniziata con il match point salvato a Dolgopolov, sotto temperature talmente estreme da “friggere” il suo smartphone (che si è spento da solo proprio come meccanismo automatico di protezione al secondo turno), l’artista generoso e fragile di un tennis che non c’è più non ha mai perso di vista l’obiettivo. Ha perso il servizio solo tre volte in tutta la settimana, ha tenuto lo sguardo feroce e innocente per vivere in questo estremo occidente un sogno forse marginale.

“Sono davvero felice di iniziare così la stagione, non avevo mai giocato una finale così presto. È davvero promettente per il resto dell’anno” spiegava dopo la semifinale il lussemburghese, che entrerà per la prima volta fra i primi 30 del mondo. “E’ stato un lungo viaggio” ha aggiunto, “dalla mia prima finale nel 2004”.

Aveva vinto appena un match ATP, su Lapentti a Auckland, prima di presentarsi a Washington, battere Agassi in semifinale e salvare le prime cinque palle break in finale contro Hewitt. Rusty però si prende il 22mo titolo in carriera e diventa il primo australiano nell’albo d’oro del Legg Mason Classic dal 1972, dopo Tony Roche. È proprio Agassi a fermarlo nel 2005 a Los Angeles, nel giorno del suo sessantesimo e ultimo titolo in carriera, una scena che si ripeterà nel 2012, nella finale di Atlanta che regala a Roddick il suo ultimo sigillo.

Non sono ancora passati, non sono ancora diventati curve nella memoria, i giorni di gloria del 2005, dopo l’estate che a 22 anni sembrava consacrarlo al grande tennis perché nessuno con una classifica fra il numero 60 e 70 del mondo aveva battuto il numero 3 in due slam di fila, Nadal a Wimbledon e Roddick a New York (fuori al primo turno nello Slam di casa come non gli capitava dal suo anno da junior), salvo però perdere immancabilmente al turno successivo, da Gasquet prima e da Ginepri poi. Ed è una costante, per Muller, uno che non ha mai avuto paura di cogliere le grandi occasioni ma ha sempre fatto fatica a gestire quel che sarebbe venuto dopo, che nel 2008 partendo dalle qualificazioni diventa il primo lussemburghese nei quarti di uno Slam (è già il primo ad averne giocato uno nell’era Open, l’ultimo era stato Gaston Wampach al Roland Garros nel 1946 e 1947). Con il gusto ulteriore delle due rimonte da sotto di due set su Almagro e Haas al secondo e terzo turno e della vittoria in 4 set, con tie break finale al cardiopalma, su Nikolay Davydenko, quinto giocatore al mondo. Ma dopo la prevedibile sconfitta nei quarti contro Federer, non ha più vinto una partita per più di quattro mesi, fino alle qualificazioni di Brisbane del 2009, che peraltro non ha nemmeno passato.

Nel 2013 ha saltato sette mesi, è stato fermo dal Roland Garros, è sceso al numero 374 del mondo ma non ha mai perso di vista l’obiettivo: arrivare a Rio 2016 perché, un po’ come Federer, vuole che i suoi figli lo vedano ancora giocare. Muller riparte, nel 2014 vince un Future in Germania e vince cinque titoli Challenger. Trionfa a Shenzhen (d. Lacko), Taipei (d. JP Smith), Gimcheon (d. Ito), Guadalajara da qualificato (d. Kudla) e Recanati (d. Bozoljac), recupera 319 posizioni in classifica in 12 mesi e chiude per la prima volta una stagione da top-50.

Due anni fa la ruota gira ancora, di nuovo in Australia. Al nono Australian Open, il 27mo Slam in carriera, Gilles Muller elimina due teste di serie, Bautista Agut e Isner, perdendo un solo set, dallo spagnolo. Una vittoria a suo modo storica, quella su Bautista, la prima dopo 9 sconfitte di fila contro un top-20 negli Slam. Era dal successo su Davydenko a New York che non batteva un avversario così in alto in classifica in un major: centrerà gli ottavi, suo miglior piazzamento a Melbourne. Raggiunge almeno i quarti su quattro superfici diverse: duro outdoor (semifinale a Sydney, Tokyo e Atlanta; quarti a Chennai), duro indoor (Rotterdam, Metz e Stoccolma), terra (Estoril) ed erba (semifinale a ‘s-Hertogenbosch, quarti al Queen’s). A Tokyo, contro Simon, interrompe una serie di 10 sconfitte contro top-10 e chiude la stagione da numero 38 del mondo.

L’anno scorso fa ancora meglio. Dopo sette semifinali perse, centra a ‘s-Hertogenbosch la prima finale dal 2012, ma si ferma in una finale spalmata su due giorni contro Mahut, al terzo titolo in Olanda. Si ferma ancora a un passo dal sogno a Newport, contro Karlovic. Tre volte si ritrova a un solo punto dalla vittoria, ma il croato rimonta 67(2) 76(5) 76(12). Sull’erba nascono record e speranze. Al Queens firma poi un altro primato, cancella 10 match point al secondo turno nel 36 76(16) 76(7) a Isner ed eguaglia così il primato di Schuttler )2004) per il maggior numero di match point salvati dagli undici di Panatta al Foro nel 1976 su Warwick. A Wimbledon, firma il suo record di ace in una singola partita, 51 contro Giraldo al primo turno, e a Rio verrà scelto come portabandiera del Lussemburgo. Chiude la stagione con 35 vittorie, il suo record, da numero 34 del mondo, la sua miglior classifica di sempre.

Ma i numeri non raccontano tutta la storia. Non raccontano la sceneggiatura di un film da sogno per un campione che si commuove pensando ai figli che lo guardano dare il meglio e vincere, lo guardano offrire un esempio di emozione e di passione senza età. “Sono loro, i miei figli” spiega, “la mia più grande motivazione per andare avanti”. Sempre più in alto, senza limiti e confini.


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