NADAL: TRISTE, SOLITARIO, FINALE

Nadal ha perso due volte al primo turno di uno Slam, da Verdasco e Darcis. Dal confronto delle parole di Rafa dopo i due match, emerge il ritratto di un campione a un bivio.
mercoledì, 20 Gennaio 2016

TENNIS – “Tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai”. Non lo ammette, ma lo lascia intendere Rafa Nadal, sospeso dopo Melbourne tra Darcis e Verdasco. Tra Wimbledon e l’Australia. Tra un desiderio di ritorno e un ammissione di impotenza. Due volte in tutta la sua carriera Rafa Nadal ha perso al primo turno di uno Slam. Due sconfitte distanti quasi tre anni, due stagioni e mezza di dubbi e dolori. Un passaggio di tempo, tanto più evidente nelle parole dello stesso Rafa. Due sconfitte accompagnate da reazioni e sensazioni ben diverse.

“Questo è lo sport. Puoi giocare bene e avere la possibilità di vincere, mentre a volte giochi male e se il tuo avversario è in forma perdi. Tutto qua” diceva dopo lo shock a Wimbledon. Uno shock che arrivava dopo la sconfitta contro Rosol, e forse per questo è stata diversamente vissuta.

Dopo il quinto set con Verdasco, alle soglie della foresta di simboli si odono parole nuove. “Se ti giochi tutto in un set, e l’avversario è pronto a tirare ogni colpo al 100%, allora sei nei guai. Fernando ha giocato meglio. E’ stato più aggressivo. Probabilmente ha meritato di vincere”. Probabilmente: l’orgoglio ferito, l’insicurezza del momento, in un unico avverbio. Che forse dice più di quanto avrebbe voluto.

In entrambe le occasioni, è un Nadal introspettivo e per certi versi ripiegato su se stesso quello che parla. Meriti e demeriti, stavolta senza avverbi, sono suoi. E’ dal suo gioco, dal suo livello di tennis, che dipendono i risultati. Anche se certe cose si fanno in due. “Non è stata una buona giornata, ho fatto del mio meglio su ogni punto ma il mio avversario ha giocato bene” diceva nel 2013. “Ho avuto delle occasioni ma non sono riuscito a concretizzarle. È difficile adattare il gioco sull’erba se non ci hai giocato prima e quest’anno non ne ho avuto la possibilità. Non sono riuscito a trovare il mio ritmo”. In ogni caso, c’è una spiegazione, per quanto auto-riferita.

Oggi l’orizzonte è più grigio, più sfumato. “Stavo giocando e mi stavo allenando bene, stavo lavorando molto. So di aver fatto tutto ciò che potevo per essere preparato. Non era la mia giornata. Andiamo avanti. Non c’e altro da fare, posso solo continuare ad allenarmi duramente, continuare a fare quello che ho fatto negli ultimi quattro o cinque mesi. Oggi non sono riuscito ad esprimere lo stesso livello che ho in allenamento”. Ma è nell’analisi della partita che emergono segnali di esuli pensieri. “Io tiravo dritti, lui tirava vincenti. Non può succedere quando gioco col dritto. Per tirare un vincente, il mio avversario in quelle situazioni deve rischiare. Oggi non è stato così. E sinceramente non so perché”.

Due anni e mezzo fa, di fronte ai giornalisti c’era un Nadal che non voleva usare il dolore al ginocchio come scusa per la sconfitta. Un Nadal proiettato al futuro. “La vita continua, non è un dramma. Due settimane fa ho vinto un torneo fantastico e ora ho perso qui al primo turno. È  il bello e il brutto di questo sport. Fa male perdere al primo turno, ma, come ho detto, la vita continua. La gente ricorda le vittorie, non le sconfitte, e io non voglio ricordare questa sconfitta”. Eppure un Nadal pieno di dubbi sul suo gioco. “Ho dubbi sulla terra. Ho dubbi sull’erba, e di sicuro quando gioco indoor. Se non li avessi, vorrebbe dire che non sentirei più la passione per questo gioco”.

Oggi, con più sconfitte sulle spalle, l’impressione è quella di un Nadal più insicuro eppure con meno dubbi sul suo tennis, sulla strada da seguire. “Ora tutti provano a tirare forte su ogni palla, tutti cercano il vincente da ogni posizione. Non puoi più prepararti il punto. Il mio obiettivo, comunque, è far giocare i miei avversari da posizioni difficili, perché così per loro diventa più difficile fare tanti vincenti. Se li lascio tirare da posizioni comode, le probabilità per loro aumentano”. Sembra di risentire il Nadal dei giorni migliori, questa in fondo è la sua filosofia, la sua “mission”, da sempre.

Ma oggi ha un sapore diverso. Oggi sa di un’impossibile voglia di fermare il tempo, di battere il tempo. Play it again, Rafa, sembra dirsi. Sempre nello stesso modo. Come Novecento, il pianista del monologo di Baricco, che fino all’ultimo secondo resta rifugiato nella nave, a suonare sempre la stessa musica mentre fuori il mondo cambia. Perché fuori la fine è impossibile da vedere. Mentre su un pianoforte i tasti disegnano un confine, un limite, una certezza. Come le righe su un campo da tennis.

In fondo, Nadal è il top player che meno è cambiato, che meno ha cambiato. Al di là delle guide tecniche, Federer ha scelto una racchetta diversa, ha via via ritrovato risposte anticipate e presa della rete. Serena Williams ha nutrito il suo dominio longevo non solo con la trabordante superiorità muscolare degli anni giovanili. Ha lavorato su tattica e tecnica, sulla risposta e sugli angoli, ha evoluto il suo stile perché si adattasse allo spirito del tempo e al corpo che cambia.

Rafa è rimasto più sui suoi binari, con la polvere dei suoi ritorni e della sua strada dietro la porta. Un percorso scandito dalle sicurezze di un ménage familiar-tennistico capace di resistere ai trionfi e ai disastri. Una decisione, questa, in perfetta sintonia con un campione che i dubbi li risolve prescindendo dalla relatività del gioco. Un Nadal che ha ammesso, velatamente, che qualcosa sta provando a cambiare. Ma è un avanzare per tornare indietro, per ritrovare qualche metro di campo, per cercare l’aggressività un tempo pezzo forte del suo repertorio e oggi troppo spesso grande assente dal suo orizzonte degli eventi. Il Nadal di oggi è per natura, per fisiologia, un Nadal più lento nello spostamento laterale. E basta poco perché quell’uncino un tempo così devastante retroceda a semplice colpo di controllo, meno pesante e dunque più attaccabile, anche da posizioni tutt’altro che scomode. E i 90 vincenti di Verdasco son lì a dimostrarlo.

Così, zio Toni o non zio Toni, la destinazione è già scontata. La strada vecchia si sa già dove porta. E’ il momento di prendere strade diverse, con le stesse scarpe. Camminare con diverse scarpe su una strada sola non basta più.


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