NAVRATILOVA: L’IMPRESA ECCEZIONALE E’ ESSERE NORMALE

Celebriamo il compleanno di Martina Navratilova, una campionessa il cui valore va al di là delle vittorie.
domenica, 18 Ottobre 2015

TENNIS – L’impresa eccezionale, cantava Lucio Dalla, è essere normali. L’impresa eccezionale è essere se stessi, porre il proprio bene e il proprio male al di sopra di se stessi come una legge, senza maschere, senza condizionamenti. Un’impresa che Martina Navratilova conosce bene.

È una storia di coraggio, la sua, una storia di affermazione dell’identità che va al di là dello sport. Una storia in tre tappe principali che inizia nel 1975. Ha guidato la Cecoslovacchia al suo primo titolo in Federation Cup. Sotto la guida di Vera Sukova, Martina e Tomanova giocano tutte le partite: battono Olanda, Germania Ovest e Francia e in finale, contro l’Australia, non lasciano nemmeno un set alle favorite Goolagong e Gourlay. Ottiene il permesso per giocare il Virginia Slims Circuit. Dopo la vittoria a Boston, decide di rimanere negli Usa un’altra settimana per disputare il torneo di Amelia Island, ma non avvisa nessun rappresentante della federazione in patria. Prima della finale, riceve un telegramma dalla federazione che le richiede di tornare immediatamente in Cecoslovacchia. Martina però parte solo dopo la finale, persa contro Chris Evert. A Praga, le ordinano di socializzare solo con colleghe cecoslovacche o comunque di nazioni dell’Est. Solo a queste condizioni, le concedono il permesso al Roland Garros. Gioca il doppio con Chris Evert, con cui divide la camera. E la scena si ripete a Wimbledon, dove riesce a partecipare solo grazie alla mediazione di Jan Kodes, che con lei aveva giocato in doppio misto ai Championships. È qui che Martina decide di rompere ogni legame con la Cecoslovacchia per sperimentare, come scrive Orwell nel suo 1984, “un tempo in cui il pensiero è libero (e) la storia (non) era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva”.

Con l’amica, svilupperà la più grande rivalità nella storia dello sport, e anche questa si sviluppa in tre atti. Evert, allora diciottenne, vince la prima sfida, a Akron, Ohio, nel 1973 e 21 delle prime 25. Tra Wimbledon ’78 e gli Australian Open 1982, il bilancio è di 14-9 Navratilova, che dominerà la terza fase, 25 vittorie su 32: ma dieci di queste partite, Chris America le gioca con la racchetta di legno.

Prima di partire per New York, in quell’estate del 1975, confessa a suo padre la sua intenzione di non tornare. “Qualunque cosa succeda” le risponde papà Mirek, “non tornare a casa. Potrebbero usare noi per supplicarti di tornare, ma non darci ascolti. Non tornare qui!”. A 18 anni, durante un’affollata quanto caotica conferenza stampa a Forest Hills, Martina Navratilova annuncia: “Ho chiesto asilo politico negli Stati Uniti”. Due settimane dopo, la federazione cecoslovacca annuncia: “Martina Navratilova ha subito una sconfitta agli occhi del proletariato. La Cecoslovacchia le ha offerto tutti i mezzi per il suo sviluppo ma lei ha preferito una carriera da professionista senza certezze e un ricco conto in banca”. Un anno dopo, quando torna a Forest Hills, perde al secondo turno, in tre set, dalla quasi sconosciuta Janet Newberry, che la consola quando scoppia in un pianto inconsolabile a fine partita. “Spero di non dover vedere mai più qualcuno in quelle condizioni” dirà.

Navratilova ha rotto ogni record del tennis femminile: tornei vinti (167), percentuale di vittorie (1438-212), ha infilato una striscia di 74 vittorie consecutive e vinto anche set Slam di fila. Ma la sua influenza, scrivono Robert Lipsyte e Peter Levine nel libro Idols of the Game, “va al di là dei numeri. In quanto lesbica, ha esteso il dialogo sulle questione di genere nel mondo dello sport”.

Il suo non è stato un coming out voluto, almeno pubblicamente, ma la “legacy” di quel gesto si sentono ancora. Nell’estate del 1979, Martina inizia una relazione con Rita Mae Brown, “la Warren Beatty del movimento di liberazione delle donne”, che dura fino alla primavera del 1981. Ne parla candidamente con Dan Goldstein, giornalista del New York Daily News, ma gli chiede di non pubblicare nulla, perché l’articolo potrebbe convincere gli Usa a respingere la sua richiesta di cittadinanza, sulla quale, alla voce “genere” ha scritto comunque “bisessuale”.

La domanda viene approvata il 20 luglio del 1981. E a quel punto Goldstein si sente libero di pubblicare la storia. “Se inizio a parlare”, avrebbe detto a Goldstein, che così scrive, “sarà un danno per il tennis femminile. Ho sentito che se un’altra top player facesse coming out, allora Avon non accetterebbe più di sponsorizzare il tour”. Avon è uno dei principali sponsor della WTA e della stessa Navratilova nel 1981, e in realtà le reazioni all’articolo non sono così negative. “Abbiamo ricevuto solo diciannove lettere di critica” dirà Kathrine Switzer, direttrice dello Sport e delle Pubbliche Relazioni alla Avon e prima donna nella storia a partecipare alla maratona di Boston, “meno di quelle che ci scrivono di solito quando cambiamo la sfumatura di un rossetto”. Comunque, Avon smetterà di sponsorizzare la WTA nel 1982.

Nel frattempo, Martina ha costituito il Team Navratilova. Ed è il terzo, decisivo, passaggio della storia. Nella squadra ha voluto subito la sua nuova compagna, Nancy Lieberman, la più celebre giocatrice di basket dell’epoca. È una ragazza ebrea del Queens cresciuta col mito di Mohammed Ali, è stata una stella a livello di college all’Old Dominion e passava le notti a giocare a Harlem, dove per tutti è “Lady Magic”. Ma quando viene creata la WNBA, nel 1980, resta senza squadra. E trasferisce il metodo di allenamento, l’attenzione per la preparazione atletica, nel tennis di Martina. Manca solo un ultimo tassello, e non può che essere Renée Richards, la prima transgender nella storia del tennis, che presto si trasforma nello specialista delle tattiche e delle strategie di gioco di Martina. Prima di diventare Renée, era Richard Raskind, capitano della squadra di tennis della Horace Main School prima e dell’università di Yale poi, campione americano over 35 nel 1975 e stimato chirurgo oculista. Sposato e padre, nel 1975 diventa fisicamente e legalmente Renée Richards e nel 1977 serve una sentenza della Corte Suprema per aprirgli le porte, a più di quarant’anni, del singolare femminile allo Us Open.

Le tenniste protestano, e non poco. Ma il commento definitivo è di Ilie Nastase, con cui Renée raggiunge la semifinale nel doppio misto allo US Open del 1979:“Se indossa un completino da donna, perché non permetterle di giocare? Questa è la dimostrazione di quanto siano forti le tenniste: potrebbe essere loro madre, eppure si lamentano… Hanno paura!” . Dopo aver battuto Evert nella semifinale dello Us Open 1981 contro Chris Evert, con qualche tifoso che le gridava “Tornatene in Russia!”, è a Renée che Martina rivolge il primo ringraziamento. “Senza il suo aiuto, non so se ce l’avrei mai fatta a vincere”. Parole normali, per un’impresa eccezionale.


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