NICO ALMAGRO, UN ENIGMA SENZA SOLUZIONE?

Ha vinto titoli solo sulla terra battuta. Ha un tennis di altissimo livello ma un carattere che spesso l'ha penalizzato. A Barcellona è maturato con Perlas e celebrato la sua vittoria più importante, contro Rafa Nadal. Da quel match, però, è iniziato il lungo stop per infortunio.
venerdì, 21 Agosto 2015

TENNIS – Da Murcia a Barcellona. Da Nadal a Nadal. Una storia in un anno, una storia che è geografia di luoghi e passioni, di accenti e presentimenti, di fugaci momenti di gloria. Un enigma, quello di Nico Almagro, che nessuno ha ancora saputo risolvere.

Nel 1985, quando è nato, la Spagna aveva solo quattro giocatori in top-100 e nessun top-10. Antonio Martinez, a lungo coach di Juan Carlos Ferrero, ricorda i suoi anni da junior. “Ricordo che lo vidi giocare da giovane” spiegava per il profilo dedicato al murciano su Deuce, il magazine dell’ATP. “Non era noto per essere un fighter, ma come un giocatore che cercava di chiudere tutti i punti molto velocemente. Una volta vinse la finale di un ITF 61 60. Davvero impressionante”.

Il più giovane di tre figli, ha imparato a giocare e a colpire con i suoi due fratelli maggiori. A 14 anni, ha già il suo primo punto ATP e a 17 ha in bacheca sei Futures su sette finali e un Challenger. Intanto, però, l’Armata Spagnola sta cominciando a vivere la sua stagione di gloria, e quei risultati impallidiscono.

“All’inizio, aveva un carattere molto complicato” continua Martinez. “In campo è complicato, ma fuori è un grande”. Nel 2005 comincia a rivelarsi a Roma: batte Safin e firma la sua prima vittoria contro un top-10. L’anno successivo, vince il primo titolo a Valencia e impreziosisce la sua prima stagione da top-50 con la semifinale a Barcellona e i quarti a Roma. È il 2008 l’anno della sua consacrazione, un anno da 35 vittorie e due titoli, a Costa do Suipe e Acapulco. Ma è soprattutto l’anno del primo quarto di finale Slam, al Roland Garros, contro Rafa Nadal. È già chiaro che quel giocatore nato in terra di corrida, col rosso e sul rosso si esalta: la terra battuta rimane la superficie su cui ha vinto tutti i suoi 12 tornei in singolare, e l’unica su cui ha ancora adesso un bilancio positivo tra vittorie e sconfitte.

La geografia riporta Almagro a Barcellona nell’aprile 2010, per lavorare con Jose Perlas, ora al fianco di Fabio Fognini, diventato suo grande amico, caso eloquente di affinità elettiva. È un passaggio forzato dall’ictus di cui ha sofferto Antonio González Palencia all’Australian Open 2009, quando Almagro sconfisse proprio Fognini al secondo turno. “E’ come un padre per me. È lio che mi ha fatto innamorare del tennis, gli sarò grato per sempre” dice Almagro.

Ma come tutte le cose umane, anche quel legame finisce. Il murciano cambia casa e cambia umore. “Essere il più giovane della famiglia l’aveva portato a sviluppare un carattere forte. Erano anni che si comportava così, non è stato facile cambiarlo” spiegava Perlas. “Almagro è migliorato molto, ma il cambiamento principale non arriva da me, arriva da dentro di lui”. Lavorare con Perlas, diceva nel 2010, “è come vedere il tennis in modo diverso da prima. Con lui sono diventato più professionale”. E i risultati si vedono.

Tra 2010 e 2011 vince 5 titoli su 7 finali, vince 60 partite su 80 sulla terra battuta e arriva al numero 9 del mondo. Ma fra 2012 e 2014 perde 19 volte su 24 contro top-10. Numeri che raccontano bene il limite di Almagro: la tenuta mentale. Ogni regola, però, ha la sua eccezione. “Nico è come l’energia nucleare” diceva Perlas, “è un male se la usi per fare bombe, è un bene se serve a produrre elettricità”. A Barcellona, contro l’amico-nemico Nadal, l’anno scorso Nico non è in modalità distruttiva, è in pace col suo tennis e sfodera il meglio del suo repertorio. Vince in rimonta 26 76 64, sembra l’inizio di una nuova storia, di un nuovo capitolo di successi. E invece, la nuova storia gli regala solo ombre, dubbi, dolore.

Si presenta in sala stampa con le stampelle: “Sembra che saranno miei compagni di viaggio per un po'” dice con una risata che vuole scacciare le paure. “Non so ancora cosa sia successo, ma credo ci sia qualcosa al piede. Il medico conferma. “E’ un’infortunio raro e doloroso, si tratta di ispessimento con edema al tallone. All’inizio abbiamo usato degli anti-infiammatori. Ora, in base alla diagnosi, Nicolas farà anche della fisioterapia, evitando di giocare a tennis per un periodo”.

Il periodo si allunga. Nove mesi senza tennis. Si iscrive all’università, diventa socio di un impianto di golf, ma il tennis gli manca.

Il resto è storia recente, tra ranking protetto, la difficile rincorsa al ritorno in top-100 e il primo titolo in doppio in carriera, a Kitzbuhel, in coppia con Calos Berlocq. Gli obiettivi sono gli stessi di sempre, “essere in pace col mio tennis” come diceva nei suoi anni migliori.

E in fondo, non può essere un caso se ha indicato un match perso come la sua miglior partita in carriera, l’esordio assoluto al Roland Garros contro Guga Kuerten, in cui ha ceduto al quinto set dopo essere stato a due punti dalla vittoria sul 5-4 30-15 e servizio. Ci sarà un motivo se nessuno ha ancora composto il puzzle Almagro.


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