NICOLAS MAHUT FRA PASSATO E FUTURO

Il tennista francese Nicolas Mahut si racconta. I suoi ricordi vanno oltre lo storico match di Wimbledon perso contro John Isner. E il suo avvenire, fra una volée in tuffo e una morbida smorzata, potrà essere più roseo del passato
lunedì, 3 Dicembre 2012

Nicolas Mahut non verrà certo ricordato per i suoi risultati sul campo, lontani da qualsivoglia tipo di record. Sarà però proprio un record che, paradossalmente, lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni: quello del match più lungo della storia, giocato – e perso – sui prati di Wimbledon sull’oramai mitologico court numero 18 contro il gigante americano John Isner. Ma associare il profilo di Mahut a quel solo match è a dir poco riduttivo. Il tennis del francese, infatti, a dispetto della sua classifica e dei suoi trent’anni suonati, è uno dei più spumeggianti e spudoratamente offensivi del circuito. Un gioco fatto di discese a rete, di tuffi e volée: una meraviglia. Scelta obbligata, visto che Mahut, come spesso capita agli artisti della racchetta, ha tutto fuorché un fisico da Robocop; e allora tanto vale fare di necessità virtù, gettandosi in avanti piuttosto che soccombere indietro. Ecco una bella chiacchierata fatta con lui.

Cominciamo dall’attualità, ovvero dalla stagione appena conclusasi. Com’è stato il 2012 di Nicolas Mahut?

Un’ottima stagione, davvero ricca. Credo di aver giocato il mio miglior tennis nel corso di quest’anno. Ho vinto tre titoli nella disciplina di doppio in squadra con Edouard Roger-Vasselin. In singolare, ho ottenuto un terzo turno sia agli Australian Open che al Roland Garros. E infine ho battuto giocatori come Andy Roddick e Andy Murray. Probabilmente è stata la mia migliore stagione, tranne l’infortunio…

Che cosa ti è successo?

A inizio ottobre ho deciso di porre un termine alla stagione perché avevo un’infiammazione al ginocchio, nella zona del tendine rotuleo. Dopo diversi mesi in cui ho campato di antidolorifici, alcune analisi mediche hanno dimostrato che l’infortunio era più serio del previsto. Allora ho preso questa decisione. Attualmente ho terminato una piccola serie di sedute d’infiltrazione al ginocchio. Ora si tratta di riprendere gli allenamenti, sperando di arrivare in un buon stato di forma per l’avvio del 2013.

Quali sono i tuoi obiettivi per il 2013?

Beh, prima di tutto desidero tornare al 100% delle mie possibilità. Non voglio più correre il rischio d’infortunarmi. Poi, quando avrò ripreso il ritmo della competizione, mi piacerebbe migliorare il mio posizionamento in classifica e, perché no, riagguantare o superare il mio “best ranking” (numero 40, n.d.r.). Spero poi di poter tornare a realizzare delle belle performances negli Slam così come in Coppa Davis. Anche se a Melbourne dovrò molto probabilmente partire dalle qualificazioni, a causa dei punti persi nel finale di stagione…

Torniamo indietro nel tempo. È inevitabile chiederti un parere sul match più lungo della storia del tennis, quello giocato da te e Isner nel 2010 a Wimbledon. Che cosa ti ha lasciato, anche tecnicamente, quell’esperienza?

Oggi riesco a non pensarci più. Per lunghissimo tempo quel match è stato all’ordine del giorno della mia vita, anche perché tutti mi riempivano di domande. Ma oggi l’ho finalmente digerito. Ed è anche per questo, d’altronde, che ci ho scritto sopra un libro (Le match de ma vie, Editions Prolongations, 2011, n.d.r.). Beh, che dire: quell’evento è stato utile per scoprire me stesso, i miei limiti così come le mie potenzialità, e per sapere che superarsi è possibile. Mi ricordo soprattutto che nel secondo giorno avevo un’incredibile fiducia nei miei colpi. Mi sentivo benissimo, come se avessi potuto giocare per ore ed ore, senza perdere un colpo. Era una sensazione incredibile. Purtroppo non ho ritrovato la stessa vena al terzo giorno, e ho finito per perdere la contesa. Una delusione davvero enorme. Non ne ho comunque mai parlato apertamente con John Isner, forse perché ho sempre provato un po’ di pudore su quest’argomento, visto che alla fine ha vinto lui. Comunque, poco ma sicuro, prima o poi ne parleremo!

Torniamo ancora più indietro nel tempo. Quali sono i tuoi primi ricordi legati al tennis, non da giocatore ma da spettatore?

Roland Garros 1989, con la sconfitta di Stefan Edberg in finale contro Michael Chang. L’avevo vista in televisione. Mi ricordo perfettamente di quella partita perché ero alle prime armi con il tennis – avevo sette anni – , e mi ero sentito molto triste per la sconfitta di Edberg. Dal vivo, invece – non ricordo più in che anno fosse, ma comunque inizio anni ’90 – , assistetti con mio papà, sulle tribune del Roland Garros, alla sconfitta di Jimmy Connors – per abbandono – sempre contro Michael Chang. Più tardi ho saputo che anche il mio amico e collega Paul-Henri Mathieu presenziò a quel match. Eravamo tutti e due in tenera età, ovviamente, e per entrambi si trattava del primo match visto dal vivo.

Terminiamo l’intervista con una piccola serie di “botta e risposta” riguardanti il tennis.

Il tuo colpo preferito?  La volée.

Il colpo che detesti? Il passante. Soprattutto quando lo subisco, ma anche quando lo faccio, perché vuol dire che sono schiacciato in difesa.

Ciò che ti piace di più nel circuito? Wimbledon.

Ciò che ti piace meno nel circuito? Sentire le parole “game, set and match” quando ho appena perso.

Il giocatore con cui preferisci confrontarti? Non ho preferenze, ma è sempre bello giocare con i migliori.

Il giocatore con cui detesti confrontarti? Mathieu. Primo, perché è il mio migliore amico; secondo, perché spesso vince lui.

Il tuo più bel ricordo sul circuito? Il match con Isner. Oramai è parte integrante della mia carriera.

Il tuo peggior ricordo sul circuito? Il match con Isner, per come è finito. Ma anche la vittoria mancata al Queen’s, quando mi sono mangiato un championship-point contro Roddick nel 2007.

La giocatrice che avresti voluto essere se fossi nato donna? Amélie Mauresmo, per il suo carisma e per ciò che ha fatto ieri come oggi. Oppure Steffi Graf, per il suo palmarès.

Il tuo insulto o sfogo verbale preferito? Da quando sono papà cerco di evitare le volgarità, ma le parolacce in tedesco sono quelle che preferisco.

La tua “droga” extra-tennistica? Un buon bicchiere di Bordeaux.


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