NISHIKORI, RAONIC E CILIC: TRE MATRICOLE ALLE FINALS

Le prossime Atp Finals vedono al via tre giocatori al primo Masters della carriera: Nishikori, Raonic e Cilic. Arrivati a Londra al termine di tre “viaggi” molto diversi i tre proveranno a scardinare il dominio dei Big. Chi andrà più avanti?
mercoledì, 5 Novembre 2014

Londra (Gran Bretagna). Si è molto parlato, nel corso della stagione, di come il 2014 sia stato un anno di grandi cambiamenti nel tennis maschile, con la distruzione del monopolio dei cosiddetti Fab Four e l’emersione di nuovi talenti, capaci di mettere in discussione l’egemonia dei quattro fenomeni del nuovo millennio. A corroborare questa tesi, in chiusura di stagione, arrivano le Atp Finals di Londra e il loro campo di partecipazione, caratterizzato dalla presenza di ben tre esordienti nell’ultimo evento della stagione: Kei Nishikori, Milos Raonic e Marin Cilic.

Nishikori e Raonic sono, insieme a Grigor Dimitrov (che ha rifiutato il ruolo di riserva), i maggiori rappresentanti del nuovo che avanza, con la loro età relativamente giovane, 24 e 23 anni. Ovviamente, la loro presenza alle Finals non garantisce che il tanto atteso ricambio generazionale sia effettivamente avvenuto, perché basta guardare la storia recente del nostro sport per capire che un’apparizione al Masters non fa primavera. Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto diversi giocatori qualificati per l’ultimo torneo della stagione prima di compiere 25 anni, che però poi non si sono confermati come dei campionissimi e magari hanno centrato diverse importanti vittorie, ma non hanno saputo dare continuità ai loro risultati. Stiamo parlando di David Nalbandian, qualificato per la prima volta a 21 anni nel 2003, di Richard Gasquet, alle Finals a soli 21 anni nel 2007 e di Juan Martin Del Potro, Jo Wilfried Tsonga, e Gilles Simon (esordienti nel 2008, rispettivamente a 20,23 e 24 anni). Tutti ottimi giocatori, dalla carriera brillante, che però non hanno saputo raggiungere la continuità dei fenomeni, per le più svariate ragioni (non ultima l’eccezionale qualità di Federer, Nadal, Djokovic e Murray).

A dispetto delle prospettive future però, la presenza a Londra di tre nomi nuovi introduce nuovi motivi di interesse, in un mondo del tennis che negli ultimi anni era diventato, a detta di molti, un po’ monotono, a causa del cannibalismo dei Fab Four.

Il cammino che ha condotto le tre matricole alla O2 Arena è stato molto diverso. Nishikori, qualificato come numero 5 nella classifica Race, è stato sicuramente il giocatore più continuo e brillante del lotto, nonchè quello che ha dato l’impressione di avere maggiori chance di affermarsi come futuro leader della classifica mondiale. Quattro titoli (Memphis, Barcellona, Kuala Lumpur e Tokyo), una finale a Madrid, persa soltanto per un maledetto infortunio alla schiena, arrivato dopo un’ora buona di dominio contro Nadal e una finale dello Us Open, nella quale ha pagato le fatiche dei turni precedenti, incassando una pesante sconfitta da un Cilic particolarmente ispirato. I suoi limiti, al momento, sembrano legati soprattutto al fisico e allo stile di gioco che non gli consente di ottenere troppi punti facili. Dovesse migliorare la struttura fisica (per quanto possibile), il primo giocatore asiatico a qualificarsi per il Masters potrebbe diventare uno dei più vincenti giocatori dei prossimi anni, oltre che uno dei più ricchi, vista la floridità del mercato e dell’economia del continente giallo.

Milos Raonic entra con una classifica di numero 8, ma non avrebbe preso parte alle Finals, senza il forfait di Nadal. Se Rafa avesse partecipato infatti, l’ultimo posto sarebbe spettato a Cilic, nono in classifica, ma vincitore di un Grande Slam (il regolamento del Masters prevede che in caso di vittoria in un major è sufficiente essere posizionato tra i primi 20 della classifica mondiale per qualificarsi). Quella del canadese è stata una stagione molto regolare, con un gran numero di piazzamenti, ma senza il vero acuto. Vincitore del “solo” titolo di Washington, Milos ha trovato la semifinale a Roma, i quarti a Parigi e ancora la semi a Wimbledon, prima di strappare il biglietto per Londra, grazie alla sorprendente finale di Parigi Bercy, ottenuta battendo Federer ai quarti di finale, in un momento della stagione che sembrava non sorridergli troppo. Proprio quello con lo svizzero è stato però uno dei pochi successi di prestigio della sua stagione (assieme forse alla vittoria su Murray ai quarti di Indian Wells), caratterizzata per il resto da una grande continuità nelle partite contro giocatori meno forti di lui, ma da poca concretezza contro i big. La collaborazione con Ivan Ljubicic ha sicuramente dato tanto al talento canadese, ma al momento il suo gioco sembra ancora troppo monocorde e legato al servizio, per vedere in Raonic un campione del futuro, capace di recitare un ruolo da vero leader.

La parabola di Marin Cilic è sicuramente la più sorprendente di tutte. Dopo aver iniziato l’anno con sulle spalle il peso di una nebulosa vicenda di doping, che gli ha fatto saltare nove mesi di tornei, ma nella quale la Atp in primis non ha fatto una gran figura, il croato ha ripreso più o meno dallo stesso punto dove aveva lasciato, con tre titoli minori (Zagabria, Delray Beach e Mosca) e un quarto a Wimbledon, senza raccogliere però grandi scalpi. Poi all’improvviso, lo Us Open e un successo travolgente, raccolto partendo dalla posizione di testa di serie numero 14, con un tennis assolutamente spaventoso, che non ha lasciato scampo, tra gli altri, a Berdych, Federer e Nishikori. Dopo di nuovo il buio e tanti dubbi intorno al reale valore del talento 26enne nato a Medjugorie. Qual è il vero Cilic, quello di New York o quello del resto della stagione, che riesce a trovare delle buone settimane, ma nei tornei importanti raramente brilla (mai oltre gli ottavi in un 1000 quest’anno)? Rispondere a questa domanda è difficile quasi quanto la possibilità di rivedere Cilic nello stesso stato di grazia di New York, tuttavia queste prime Finals della carriera del croato potranno dirci qualcosa in più.

 

 

 


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