NISHIKORI, TRA SPERANZA E REALTA’

Il giapponese, che oggi compie 23 anni, non può più essere considerato una promessa ma non è ancora una consolidata certezza del circuito. Ha chiuso la stagione al numero 19 del ranking, dopo aver toccato l’apice a ottobre. Fin dove può arrivare?
sabato, 29 Dicembre 2012

Kei Nishikori nasce il 29 dicembre di 23 anni fa a Matsue, una tranquilla cittadina di poco più di 200.000 abitanti, capoluogo della prefettura di Shimane. Non è un ragazzino come gli altri: i genitori notano fin da subito la sua predisposizione per lo sport. A 5 anni inizia a giocare a tennis, spinto da mamma Eri, un’insegnante di piano,e da papà Kiyoshi, ingegnere. A 14 anni lascia il Giappone e parte per l’America senza conoscere una parola di inglese. La sua meta è la prestigiosa accademia di Nick Bollettieri. Un approdo sicuro e non potrebbe essere altrimenti, considerando gli illustri allievi che l’hanno preceduto (su tutti Agassi, Becker, Courier, Rios, la Seles, le due Williams e la Sharapova). Kei può dedicarsi anima e corpo al tennis: la sua formazione è garantita da Masaaki Morita, fratello di Akio Morita e co-fondatore insieme a quest’ultimo del colosso della tecnologia Sony . L’accademia di Bollettieri diventa la nuova casa del giovane giapponese: qui Kei si forma, tennisticamente e culturalmente, e questo imprinting è ancora ben visibile nel suo modo di stare in campo e di interpretare il gioco.

I risultati non si fanno attendere. A 16 anni diventa numero 7 al mondo nella classifica juniores e nel circuito dei ragazzi vince il doppio al Roland Garros e in singolare raggiunge i quarti sia in Australia che a Parigi. Nel frattempo inizia la sua avventura nel circuito maggiore attraverso i Futures. L’impatto col tennis dei grandi è tutt’altro che negativo: Nishikori vince il torneo di Mazatlan, raggiunge la finale a Little Rock (dove viene sconfitto da Donald Young, uno che le promesse fino a oggi non le ha minimamente mantenute) e arriva all’ultimo atto anche nel Challenger di Carson. Grazie a una serie di inviti, partecipa alla stagione americana sul duro e riesce a battere il suo primo top 100 (Teimuraz Gabashvili).

Il 2008 è l’anno della svolta: Nishikori parte in grande spolvero, conquistando il suo primo titolo ATP a Delray Beach, grazie alle vittorie in semifinale su Sam Querrey (dopo aver salvato tre match-point) e in finale su James Blake, allora numero 12 del mondo. Con questo successo diventa il secondo giapponese nella storia del tennis ad aver vinto un torneo del circuito maggiore (dopo Shuzo Matsuoka a Seoul nel 1992). Il Giappone si accorge di lui e lo convoca per la sfida di Coppa Davis contro l’India: Kei diventa così il più giovane giocatore giapponese ad aver rappresentato la sua nazione nella più prestigiosa delle competizioni a  squadre. La settimana dopo vince il Challenger delle Bermuda entrando così per la prima volta tra i top 100 della classifica mondiale. Negli Slam non ha grande fortuna (non supera le qualificazioni al Roland Garros e a Wimbledon esce al primo turno) ma allo US OPEN sfodera una grande prestazione centrando gli ottavi di finale dopo aver messo in fila Monaco e Ferrer, numero 4 al mondo, prima di perdere da Del Potro. Nel finale di stagione raggiunge gli ottavi a Tokyo e la semifinale a Stoccolma che gli fruttano un grande balzo in classifica. Chiude il 2008 al numero 63, guadagnando più di 200 posizioni in 12 mesi.

A causa di un grave infortunio al gomito destro, salta tutto il 2009 e quando si ripresenta ai nastri di partenza nel 2010 è fuori dai primi 900. La risalita è prepotente e vorticosa. Nishikori si rituffa nel circuito Challenger con grandi risultati: vince Savannah, Sarasota, Binghamton e Knoxville. Gioca il tabellone principale del Roland Garros per la prima volta e supera il primo turno battendo Giraldo. Agli Us Open raggiunge il terzo turno grazie al successo su Marin Cilic. Questi risultati lo proiettano di nuovo tra i primi 100.

Il 2011 è l’anno della definitiva consacrazione. Il giapponese raggiunge la finale a Houston, sconfitto da Sweeting, e a Basilea, battuto da un certo Roger Federer. Aggiungiamo le semifinali a Delray Beach, Eastburne, Kuala Lumpur e nel Master 1000 di Shanghai è il piatto è pronto: top 25.

La salita di Nishikori è proseguita anche durante il 2012. Tra tanti buoni risultati, brillano tre perle: i quarti agli Australian Open, suo miglior risultato in uno Slam (dove dopo aver battuto Tsonga è stato sconfitto da Murray), i quarti alle Olimpiadi di Londra (sconfitto da Del Potro) e la vittoria a Tokyo, secondo titolo in singolare (arrivato grazie alla vittoria nell’atto finale su Milos Raonic, annichilito con un eloquente 6-0 al terzo set). Dopo aver toccato l’apice al numero 15 del mondo, chiude la stagione tra i primi 20.

Si tratta senza dubbio del migliore giocatore nella storia del tennis giapponese. Eppure la sensazione di molti osservatori è che Kei il meglio ancora non lo abbia espresso. Quando è emerso dalle nebbie dei Futures si parlava di lui come di un predestinato. Tra i coetanei solo Raonic ha saputo fare meglio, aiutato dal servizio, arma potentissima che gli viene in soccorso anche nelle giornate peggiori. Gli altri sono indietro: Dimitrov è allo stato di clone maldestro di Federer, tanto aggraziato nelle movenze quanto inefficace e senza uno stile di gioco ben definito; non parliamo poi di Tomic che è più impegnato a farsi fotografare accanto a bambole di silicone o alla guida di fiammanti Ferrari che ad allenarsi su un campo da tennis. Va bene che un carattere forte e un po’ spavaldo è sempre utile nello sport e ancor di più nel tennis, disciplina individuale che ti mette di fronte ai tuoi incubi peggiori. Ma l’arroganza e la sfacciataggine di Tomic assomigliano di più all’imbecillità.

Nishikori è un atleta disciplinato e un agonista nato, o meglio forgiato dal sole della Florida e da Bollettieri. Ma forse è proprio la peculiare impostazione dell’accademia di Nick, quell’imprinting del quale avevamo parlato in apertura, che ha frenato fino ad oggi la definitiva esplosione del nipponico, al quale restano serrate le porte dell’empireo. Il suo gioco è troppo fisico e monotematico, basato sulla pressione da fondo campo e sulla solidità dei colpi di rimbalzo. Il tennis di Kei è robotico, matematico, standardizzato. Manca di inventiva, non sa rinnovarsi, almeno non tanto da poter gareggiare al livello dei primissimi. Nishikori ignora l’esistenza del back di rovescio, delle variazioni di ritmo, della palla corta, della discesa a rete. È, insomma, un giocatore incompleto o, se volete, completo a metà. E questo non perché potenzialmente non sia in grado di mettere in campo un tennis più creativo ma perché da ragazzino nessuno gli ha insegnato a giocare anche in un altro modo, come spesso amava ripetere il compianto Roberto Lombardi. Lo stile Bollettieri ha i suoi pro e i suoi contro ma in un’epoca così ricca di campioni, la sola pressione da fondo non può garantire grandi successi.

L’augurio che facciamo a Nishikori è quello di trovare, con l’arrivo del nuovo anno, la capacità di saper plasmare il suo tennis in base alla superficie e all’avversario. Un Piano B in saccoccia fa sempre comodo.


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