1980: I 20 MINUTI DI BORG E McENROE

Lo svedese conquista il quinto titolo consecutivo a Wimbledon. L'americano deve "accontentarsi" del più famoso tie-break della storia, finito 18-16. La finale si chiude 1-6 7-5 6-3 6-7 8-6 per Bjorn
venerdì, 30 Marzo 2012

Il 9 febbraio, nella consueta cornice del Teatro Ariston, Toto Cutugno si aggiudica la 30esima edizione della più importante rassegna canora della penisola con la canzone “Solo noi”, storia di un amore finito. Quasi cinque mesi più tardi, nel campo da tennis più famoso al mondo, il Centre Court, sono rimasti “solo loro” a contendersi il trofeo che vale una carriera: Bjorn Borg e John McEnroe.

Questo è il 1980, anno di conflitti e di tragedie in Italia e nel mondo, tanto che pure il film premiato con l’Oscar non vuole stare da meno: Dustin Hoffman e Meryl Streep sono “Kramer contro Kramer”, storia di una coppia in crisi che sfocia nell’inevitabile divorzio con l’unico figlio, Billy, che diventa la vittima predestinata del contendere tra i due genitori. Ma è anche l’anno del match del secolo, quello che lo svedese e lo statunitense nato in Germania mettono in scena sabato 5 luglio nella finale di Wimbledon.

Borg non perde una partita nei Championships dai quarti di finale del 1975, quando a batterlo fu Arthur Ashe in quattro set. Da allora lo scandinavo, che si era fatto inizialmente una solidissima reputazione di specialista della terra battuta e di regolarista inossidabile, ha infilato 34 successi consecutivi sull’erba via via più spelacchiata di Church Road ed è campione in carica da ben quattro edizioni. Pur avendo tremato in più di un’occasione in tutto quel lungo periodo (due set recuperati a Edmondson nel 1977, molto vicino al ko al primo turno nel 1978 con Victor Amaya e al secondo l’anno successivo contro l’indiano Vijay Amritraj), il 24enne di Sodertajle non ha mai dovuto annullare palle-match ai suoi avversari.

Il suo rivale di giornata ha tre anni in meno ma è tutto fuorché un novizio. Insomma, se l’esperienza e la conoscenza del verbo tennistico possono valere il paragone tra Borg e Guglielmo da Baskerville, il frate indagatore che Umberto Eco mette al centro del suo capolavoro appena uscito in libreria con il titolo “Il nome della rosa”, McEnroe non è certo Adso da Melk. Vincitore agli US Open 1979, il mancino nato a Wiesbaden, è depositario di un gioco che sembra fatto apposta per l’erba. Tuttavia, dopo il debutto eclatante del 1977 (semifinalista partendo dalle qualificazioni, come nessun altro prima di lui), John ha rimediato due sconfitte premature nel biennio 78/79 contro Van Dillen e Tim Gullikson e le sue quotazioni hanno subito una flessione.

Mac ci ha provato anche quest’anno a farsi beffare. E’ successo al secondo turno, contro l’australiano Terry Rocavert. Rinviato al giorno successivo causa pioggia sullo score di 2-2 nel set iniziale, il match tra McEnroe e Rocavert rischia addirittura di non riprendere in quanto Terry, dopo aver perso per ben due volte la courtesy car, prende un taxi dal suo appartamento a Paddington ma il conducente non conosce bene la strada e lo lascia a piedi a qualche isolato da Church Road. La passeggiata è salutare per Terry, gli sgombra la mente e gli libera ancor di più quel rovescio che gli fa preferire affrontare i mancini piuttosto che i destri. Insomma, per tenerla breve, Rocavert vince il primo set, perde il secondo pur giocando meglio di Mc, domina il tie-break del terzo (7-0) e costringe di nuovo l’americano al tie-break nel quarto. “A quel punto iniziai a pensare a cosa mi avrebbero chiesto i giornalisti in conferenza stampa se avessi vinto e il match se n’è andato” dirà molti anni più tardi l’australiano, intervistato sulla partita che avrebbe potuto cambiare il corso della storia.

E l’avrebbe cambiato certamente, perché il mondo si sarebbe perso il match del secolo. L’Italia invece aveva appena perso, il 27 giugno, i 77 passeggeri e i 4 membri dell’equipaggio che si trovavano a bordo del Dc9 dell’Itavia partito da Bologna con destinazione Palermo ed esploso in volo sul cielo di Ustica. Ma torniamo al tennis, che è meglio.

In un pomeriggio con poco sole e molte nubi, Borg impiega ben più di un’ora per strappare il servizio a McEnroe e quando finalmente ci riesce il pubblico, quasi tutto dalla sua parte, può tirare un sospiro di sollievo. Fino a quel momento, il “monello” ha fatto valere il suo estro aggiudicandosi 6-1 il primo set in un baleno e mettendo paura allo svedese nel secondo, con Bjorn costretto ad annullare tre palle-break con altrettante prime sulla situazione di 4-4. Ma nel dodicesimo game Mac indulge un po’ troppo su due stop-volley ricamate che non danno gli esiti sperati, si fa infilare dalla risposta di rovescio in cross dello svedese (15-40) e consegna il 7-5 a Borg con un’altra volee di rovescio in rete.

McEnroe accusa il colpo, cede di nuovo la battuta in avvio di terza frazione e non ha più l’occasione per recuperarla: 6-3 per il campione in carica, che adesso è di nuovo il favorito. Lo scandinavo sembra essersi scrollato di dosso l’insostenibile peso dell’evento che, nonostante l’apparente imperturbabilità, deve avergli tolto qualche ora di sonno. Le sue gambe rispondono alle sollecitazioni e volano sull’erba rinsecchita del centrale. E’ l’ottavo confronto diretto tra i due e lo svedese è in vantaggio 4-3.

Nel quarto set l’equilibrio si rompe nel nono game, quando Borg infila il passante che lo porta a palla-break e subito dopo la risposta di rovescio vincente che impatta alla perfezione una prima di McEnroe che aveva spolverato la riga: 5-4 Borg e titoli di coda pronti a partire. Ma la leggenda è appena iniziata. Il passante di dritto consegna a Borg due palle per il quinto titolo consecutivo ma l’attacco non impeccabile fornisce a McEnroe l’opportunità di annullare la prima con un buon passante di rovescio; sulla seconda l’americano si supera trovando una sorta di schiaffo al volo da metà campo e, sulle ali del coraggio recuperato, infila altri due punti e riapre la contesa: 5-5 e tutto da rifare.

Dopo due giochi interlocutori, inizia “la partita dentro la partita”, ovvero il tie-break (forse) più famoso della storia di questo sport. Un distillato di emozioni e cambi di prospettiva che mandano in visibilio milioni di telespettatori in tutto il mondo, oltre a quelli stipati dentro il centrale. In totale saranno 34 punti, di cui cinque che potrebbero regalare il trofeo a Borg e sette che invece porterebbero McEnroe a pareggiare il conto dei set. Rapidamente, ma non troppo, proverò a condensare il tutto in poche righe. Con un passante preciso, Bjorn mette a segno il primo mini-break e sale 5-4 con due servizi; Mac gli strappa il primo ma Borg attacca e ottiene il 6-5 (terzo match-point). Il match potrebbe finire nel 12° punto, quando Borg si sposta per rispondere di dritto a una seconda del suo avversario e costringe Mac a un allungo inverosimile per la volee del 6-6. Nel punto dopo, lo scandinavo si toglie dalle scarpe la volee di McEnroe e lo passa con l’incrociato stretto di rovescio: 7-6 e quarto match-point. Lo svedese attacca senza esitazioni ma viene infilato (7-7) e Mac guadagna il primo set-point con un altro passante. Adesso, ogni due punti uno o l’altro sono vicini alla meta.

Come detto, Borg avrà altre tre opportunità per chiudere di cui la più ghiotta sull’11-10, quando serve; ma gli dei della racchetta strizzano l’occhio all’americano che, su un attacco pentito col back di rovescio, trova un nastro malandrino sul quale Bjorn non può nulla. Il campione in carica avrà l’ultima opportunità due punti dopo, ma John annulla con una volee sicura dietro la seconda e da lì fino al definitivo 18-16 sarà sempre Borg a inseguire nel punteggio. C’è tempo per un punto magnifico di McEnroe (il 16-15, con tanto di passante in corsa di dritto) e per una risposta di Bjorn larga di qualche centimetro che avrebbe portato lo svedese sul 17-16 e servizio. Invece il defending-champion batte per allungare il delirio e mette in rete una volee maldestra. Mariana Simionescu, la promessa sposa di Borg, ha appena spento la 217esima sigaretta della giornata e non crede ai suoi occhi; al suo fianco, Lennart Bergelin, coach dello svedese, comincia a pensare che il regno del suo pupillo stia per finire.

Ma tutti, McEnroe incluso, hanno fatto i conti senza l’oste. Anzi, senza l’orso. Borg ci mette due piccoli quindici a mettersi tutto dietro le spalle: dal 0-30 del primo gioco del quinto set farà suoi tutti i punti al servizio tranne uno, restando sempre avanti nello score e mettendo addosso a John una pressione sempre crescente. Finché, sul 7-6, Mac è costretto a cedere. Sul 15-30, l’americano serve a uscire da sinistra ma la risposta di rovescio di Borg lo costringe a una demi-volee incerta, preludio al passante dello svedese: altri due match-point. John si gratta in testa e ha un diavolo per capello ma il vero demone risponde alla sua battuta con efficacia e lo infila con l’incrociato bimane di rovescio per l’ultimo punto di una sfida leggendaria.

Era il 1980 e abbiamo parlato poco di tutto il resto perché di molto è forse meglio dimenticare. Come della strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto, il giorno prima che a Mosca si chiudano i XXII Giochi Olimpici, boicottati da 65 nazioni a causa dell’invasione sovietica in Afghanistan. Il 4 novembre un ex-attore di nome Ronald Reagan diventa presidente degli Stati Uniti d’America. Il 4 dicembre, in seguito alla morte del batterista John “Bozo” Bonham, si sciolgono i Led Zeppelin, la band inglese che ha preso il nome dal dirigibile. Finisce così un anno indimenticabile, ma solo per quella sfida da leggenda tra Borg e McEnroe.


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