1983: LA SFIDA DI DALLAS

Vent'anni dopo l'attentato a Kennedy, John McEnroe batte 7-6 al quinto Ivan Lendl e si aggiudica le WCT Finals

C’era una volta un petroliere texano di nome Lamar Hunt, amava il tennis e gli affari e viveva in una città che conservava, suo malgrado, un ricordo indelebile tatuato sulla pelle. Lamar aveva un’idea meravigliosa che nemmeno Cesare Ragazzi, l’imprenditore italiano nemico della calvizie, avrebbe mai potuto mettersi in testa: trasformare Dallas nella capitale mondiale della racchetta.

É il 1983 e la metropoli della saga televisiva più famosa del mondo, adagiata sul Trinity River, si appresta a celebrare tristemente la 20ª ricorrenza del giorno che sconvolse l’America. Il 22 novembre di due decenni prima, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato mentre si trovava a bordo della Lincoln Continental limousine che lo stava trasportando per le strade della città. Mancano però ancora diversi mesi alla data fatidica e la Dallas sportiva ha occhi solo per il tennis, visto che i Cowboys sono stati eliminati ben presto dai play-off della NFL dai Los Angeles Rams e i Mavericks, nati appena tre anni prima, sono ancora una delle franchigie più deboli della NBA .

Il WCT (World Championships Tennis), la creatura di Hunt, è un adolescente di 16 anni che si è fatto le ossa con il passare del tempo. Si tratta di un circuito itinerante composto da un certo numero di tornei al termine del quale è previsto un Master a cui prendono parte i migliori dodici classificati. E il Master si disputa alla Reunion Arena nell’ultima settimana di aprile.

Quindici giorni prima Hollywood ha incoronato Ben Kingsley e Richard Attenborough, interprete e regista di Gandhi, mentre in Italia la Roma di Nils Liedholm e Falcao sta accarezzando il sogno di vincere il secondo scudetto della sua storia, sogno che diventerà realtà l’8 maggio. In mezzo c’è il Master di Dallas e in mezzo al Master c’è l’attesa sfida tra i due nuovi padroni del tennis mondiale: Ivan Lendl e John McEnroe.

Lendl, trasferitosi ormai in pianta stabile negli Stati Uniti (paese di cui attende la nazionalità), ha vinto tre tappe di avvicinamento al grande evento ma nell’unico confronto diretto con McEnroe ha visto interrompersi una striscia positiva di sette vittorie consecutive iniziata quasi due anni prima al Roland Garros. È successo nella finale del prestigioso appuntamento di Filadelfia, vinta da Mac in quattro set.

John McEnroe ha preso malissimo la notizia del ritiro di Bjorn Borg, il suo grande rivale degli anni precedenti. Lo svedese, di cui SuperMac ha sempre avuto un grande rispetto, aveva avuto un ruolo primario e fondamentale nella volontà dell’americano di migliorare il suo tennis e adesso che non c’era più, chi avrebbe colmato questo vuoto? Facile: Lendl!

Dire che i due non si amano è un eufemismo. Le opposte personalità dei due rivali, quantunque accomunate sul campo da un atteggiamento spesso al limite della tollerabilità, si riflettono nel modo di intendere il tennis, che sta agli antipodi. L’ombroso Lendl contro il fin troppo espansivo McEnroe; il lavoro e la solidità di Ivan contro il genio sregolato di John. Se si potessero unire le qualità tecniche dei due, ne uscirebbe probabilmente il miglior tennista della storia; Lendl da fondo non sbaglia un colpo e la pesantezza della sua palla ha il potere di sgretolare gli avversari mentre McEnroe ha fatto del ricamo un arte applicata alla racchetta e il suo stile, dall’impugnatura alle movenze, ha il copyright. Diffidare delle imitazioni.

Sul pavimento della Reunion Arena viene steso il Supreme Court, un tappeto sintetico sul quale viene disegnato il campo: azzurro all’interno, marron chiaro all’esterno in cui campeggia il simbolo della WCT. Le hostess dell’evento sono vestite in gialloblu e alcune di loro indossano l’immancabile cappello alla J.R. ma nei primi giorni rischiano di essere in numero maggiore degli spettatori, decisamente scarsi. Dal turno preliminare emergono Denton, Smid, Gerulaitis e Scanlon che ottengono il pass per sfidare le quattro teste di serie; i primi due vengono eliminati mentre gli altri si qualificano per le semifinali a spese di Vilas e Curren, prima di lasciare il palcoscenico ai due primattori.

Finalmente, il giorno della finale i botteghini fanno affari d’oro e il colpo d’occhio dell’impianto è degno di ciò che Lendl e McEnroe si apprestano a mettere in scena. C’è “Una poltrona per due”, come suggerisce John Landis con il suo film. Si gioca sulla lunga distanza e sarà un lungo pomeriggio texano. McEnroe riesce a dominare i suoi istinti e con quelli il primo set, in cui strappa la battuta a Ivan nel quarto gioco con un magnifico lob di rovescio (3-1) e si ripete quattro giochi più tardi per il 6-2 definitivo. Ma è solo l’inizio.

Lendl gioca con una vistosa fascia elsatica attorno alla coscia destra ma si muove più che bene. L’ex-cecoslovacco porta a casa il secondo 6-4 ma nel terzo Mac torna padrone dei pozzi (6-3) e sembra che il match abbia preso una piega ben precisa. Lendl, campione in carica, non ha alcuna intenzione di abdicare e reagisce nel quarto set: 7-6 e McEnroe inizia a fare le bizze. Lanci di racchetta, invettive contro i giudici, soliloqui e quant’altro rischiano di far uscire Johnny Mac dalla contesa.

Ma il mancino d’oro ci ha abituato a ben altro e nel quinto e decisivo, pur dovendo inseguire in continuazione nel punteggio quella specie di robot d’oltrecortina, McEnroe non trema e si rifugia nuovamente nel tie-break, che stavolta vale il titolo. È la quinta finale consecutiva per lui; negli anni dispari ha vinto, in quelli pari ha perso. E il 1983 è dispari.

Il gioco decisivo è un incubo per Lendl, che non raccoglie nemmeno un punto. Sul 6-0, i due cambiano campo per l’ultimo scambio, il più bello di una magnifica partita: seconda di Lendl a cui Mac risponde con un chip-and-charge offensivo, lob preciso di Ivan che Mac aggancia appena in cielo, Lendl si avventa sulla palla e piazza un dritto robusto che costringe John a un balzello per compensare il rovescio di mezzo volo, rovescio incrociato di Ivan sul quale Mac trova un dritto contro-incrociato stretto che manda l’avversario sotto il seggiolone ma Lendl arriva e colloca un back velenoso in cross sul quale Johnny arriva con la punta della racchetta. La palla colpita dall’americano passa all’esterno del paletto che sorregge la rete e pizzica la riga laterale. Il pubblico esplode e McEnroe alza le braccia al cielo mentre Ivan protesta vanamente, forse ignaro del regolamento: 7-0 e titolo a John, che ha decisamente ritrovato una nemesi.

Il 23 luglio un Boeing 767 dell’Air Canada esaurisce il carburante a metà del tragitto e i piloti riescono ugualmente a farlo atterrare senza danni da una quota di 41 mila piedi. Quattro giorni più tardi una certa Louise Veronica Ciccone, in arte Madonna, inizia il suo di volo nel mondo della musica pop. E non è ancora finito.

La sconfitta costerà a Lendl la corona mondiale, che l’uomo di Ostrava conquisterà nuovamente solo alla fine della stagione, sempre a spese di McEnroe, per poi riperderla e riprenderla altre volte nei mesi a venire. Ma siamo appena a metà di una saga che vivrà altri capitoli esaltanti, come quello che racconteremo nella prossima puntata.


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