JOHN MCENROE: TORNIAMO AL LEGNO

L'Impertinente, geniale, iconoclasta, ribelle John "Superbrat" McEnroe spara a zero in una lunga intervista: "Vorrei ritornare alle racchette di legno! Federer? E' incredibile la sua fame di vittorie. La mia rivalità con Ivan Lendl? Sembravamo Rocky Balboa contro Ivan Drago e volevamo solo tirarci il collo.”
sabato, 8 Dicembre 2012

Tennis. New York (Usa) – L’Accademia di John McEnroe è situata nell’isola di Randall, Manhattan, in una grande struttura futuristica e variopinta.

Con i suoi venti campi in terra e cemento e un enorme centro di allenamento e fitness, l’Accademia ha la maestosità degna di una delle più grandi leggende della storia del nostro sport.
Nel suo ristorante puoi scorgere atletici e possenti istruttori di tennis che mangiano insalate e ingurgitano bevande energetiche. Dentro il suo shop, tra vestiti e attrezzature, vi sono pile di copie rilegate della sua autobiografia ‘You Cannot Be Serious’ – il suo motto, ovviamente. McEnroe afferma che la gente glielo ripete almeno dieci volte al giorno. “Nei 15 anni che ho giocato nel tour credo di averlo urlato la prima volta nel 1981. Non ho certo iniziato a dirlo nel 1987 o nel 1989. A volte ricordano anche altre cose che ho detto spesso, tipo ‘sei un pazzo incompetente’, ma non si ricordano nulla come questa frase!”
La copertina del libro, ispirata a una famosa immagine dell’attore James Dean, mostra un McEnroe tenebroso che cammina per una strada di New York con il colletto di pelliccia alzato. Inizialmente era usata in una pubblicità della Nike dal provocante slogan ‘ribelle con una causa’, che riprendeva proprio l’epica pellicola con Dean, “Rebel Without a Cause” (da noi nota come “Gioventù bruciata”).
In Gran Bretagna il libro è stato pubblicato con il semplice titolo ‘Serious’ e in copertina presentava un McEnroe brizzolato e vestito in giacca e cravatta. “Serio” o “non-serio”: questo è il problema.

McEnroe si avvicina a me con quel suo sguardo truce e minaccioso. Non appena vengo condotto negli uffici dello Sporting Club mi viene mostrata la sala conferenze dove si sarebbe tenuto il nostro incontro. Da una parte della sala un enorme televisore trasmette la finale delle Barclays ATP World Tour Finals di Londra, tra Roger Federer e Novak Djokovic. Attraverso la porta aperta mi sembra di sentire una voce famigliare nella stanza accanto che grida al telefono; continua per un paio di minuti, poi si arresta di colpo. McEnroe entra nella stanza, cercando di abbozzare un sorriso forzato. “E tu saresti…?”
McEnroe ha 53 anni, è snello e muscoloso, capelli grigi e cortissimi e un volto pieno di rughe. Ha una T-shirt rossa a maniche corte che tiene fuori dai pantaloni, una sottile catenina d’argento con appeso un anello attorno al collo.
“Come va?” Domando. Fa un lungo sospiro: “E’ tutto ok…”.
La persona di McEnroe sprigiona qualcosa di simile alla straripante energia di una primavera. Si siede a capotavola così da poter buttare uno sguardo alla TV durante la nostra conversazione. Si rialza per abbassare il volume e poi si siede trascinando le scarpe sul tavolo (un paio di Converse senza lacci) per poi ricacciarle giù appena si accorge che avrebbero potuto colpirmi in faccia.
McEnroe nel suo libro ricorda un curioso aneddoto: una volta affermò che le due cose che non avrebbe mai fatto dopo il ritiro da giocatore sarebbero state lavorare come telecronista e giocare a tennis nel circuito dei seniors. Esattamente le due professioni che lo impegnano ormai da diversi anni; in effetti, come avrebbe detto molto tempo dopo, cos’altro avrebbe potuto fare?
Le sue collaborazioni per la BBC durante le due settimane di Wimbledon sono diventate grandi eventi pubblicizzati con largo anticipo così come lo erano quando era un tennista, quantunque per due differenti ragioni: lui è di gran lunga il più astuto, divertente e perspicace commentatore che ci sia in circolazione.
Fedele alla sua innata propensione alla irritabilità, ammette di essersi piuttosto seccato le prime volte che la gente si era complimentata con lui: “All’inizio le persone si avvicinavano a me e mi dicevano: ‘Oh, ma sei davvero bravo a commentare le partite!’. A me veniva da rispondere: perché, pensavi che non sarei stato all’altezza? Io ero un buon tennista in parte perché sapevo osservare, sapevo ‘analizzare’ i miei avversari. E’ questa dote che mi sono portato dietro in questo nuovo lavoro. – ammette John. “Se poi mi dicevano: ‘Sei più bravo a commentare le partite che a giocare’ allora sì che andavo su tutte le furie. Adesso invece ne sono quasi lusingato: se credono che valgo di più al microfono che sul campo, bé, allora significa che sono maledettamente bravo!

Questa settimana SuperMac sarà di nuovo in Inghilterra, ma in qualità di tennista: parteciperà infatti allo Statoil Masters Winter Whites Gala,  al Royal Albert Hall di Londra. Qui si scontrerà con il suo nemico di sempre, Ivan Lendl; un giocatore che una volta descrisse candidamente come “il tipo di persona che semplicemente non piace. Persino io, col mio carattere del cavolo, sono molto più popolare di lui!”
Lo Statoil Masters può non essere Wimbledon o gli Us Open ma per McEnroe il circuito senior è ben più che un semplice evento mediatico volto a riesumare le grandi leggende del passato dai cimiteri. “Non giocherei se fosse un’esibizione. E’ ovvio che a fine giornata speri di aver dato prova di un bello spettacolo, ma il senior tour è una competizione a tutti gli effetti. Non gioco in questi posti per perdere – sarebbe ridicolo.”
“Quindi il dolore della sconfitta c’è ancora?” gli domando.
“Quando perdo sì, mi assale ancora. Non dura molto, ma è sempre bruciante. E’ una sensazione terribile: sono sicuro che lo pensano tanti miei colleghi. Nemmeno l’euforia della vittoria è talmente pungente come la spina avvelenata della sconfitta.

Simon Briggs descrive McEnroe come l’ultimo dei grandi romantici del tennis. “Nessuno è mai stato così puro nella sua tecnica.” scrive “La sua era un’incontenibile arroganza unita al suo morboso perfezionismo: l’idea per cui ogni singolo scambio perso era come il più tremendo oltraggio che avrebbe potuto mai commettere“.
Sin dalla più tenera età, McEnroe vide nel tennis un’arte più che un gioco. Nella sua autobiografia racconta il momento in cui prese in mano per la prima volta una racchetta, all’età di 7 anni, nello Sporting Club del Queens, a New York (di cui era socio suo padre, un ricco avvocato). Quel giorno quel bambino sentì un’emozione inusitata, che nemmeno lui sarebbe riuscito ad esprimere a parole: la meravigliosa sensazione di poter “sentire la pallina tra le corde”.
Il piccolo John rimase affascinato da quanti differenti modi si può colpire una palla – piatto, in topspin, in slice. Il modo in cui si può eseguire un lob in topspin che scavalca la testa dell’avversario e che si adagia soavemente appena dentro la linea di fondo. Oppure riportare indietro la racchetta in preparazione di un dritto potente e poi optare, all’ultimo secondo, per una smorzata angolata e leggera come una piuma che lasciava l’avversario inerme con un palmo di naso.
La specialità di John McEnroe era senza dubbio il serve and volley. Il suo servizio, che preparava in una bizzarra posizione di traverso, era spesso un’arma letale per gli avversari: la sua rapidità di reazione, intuizione ed anticipo suggeriva che raramente avrebbe avuto bisogno di inseguire la pallina.
“Se giochi contro Connors o Bjorg” osservò una volta il grande Arthur Ashe  – “ti senti come se fossi colpito da una mazza. McEnroe invece usa uno stiletto. Lui non ti prende a bastonate, preferisce tagliarti semplicemente a fettine: un colpettino qui, un taglietto lì e ben presto perderai sangue da tutto il corpo e sarai ferito a morte”.

McEnroe giocò la sua prima semifinale di Wimbledon nel 1977, a 17 anni. Nella sua carriera qui avrebbe poi vinto tre titoli, quattro agli Us Open, più nove slam di doppio e uno di doppio misto.
Oggi, guardando quelle partite su Youtube e vedendo quel McEnroe nei suoi pantalocini sempre troppo corti, la sua maglietta di Tacchini, la sua indomabile cresta a ciuffo d’ananas che esce da una stretta bandana – si capisce quanto profondamente il tennis sia cambiato da allora. Rivedendo quelle epiche partite sembra di assistere a una combinazione magica tra la scherma e il balletto – gli scatti felini a rete, i prodigiosi slices e i topspin generati con le care racchette di legno. Un tipo di gioco sideralmente opposto a quello che vediamo nel circuito attuale, colmo di scambi di esplosività nucleare grazie alle racchette di ultima generazione in grafite, più grandi ed estremamente più potenti. In questo senso, si può dire che McEnroe chiuse un’era: fu proprio lui infatti l’ultimo tennista a vincere un torneo del grande slam con una racchetta di legno, all’Us Open 1981.
“Allora non avevamo così potenza per colpire la palla abbastanza forte per colpire vincenti risolutivi come oggi – spiega gesticolando in direzione della TV  – in molti casi questa nuova generazione di tennisti è più brava a rispondere che a servire: puntano alla risposta molto più di quanto facevamo noi. Se dieci anni fa mi avessi detto che il gioco maschile sarebbe diventato un susseguirsi di servizio e di scambi dal fondo probabilmente ti avrei preso per pazzo. Eppure ora è quasi sempre così. Ciò che rendeva interessanti i miei match contro Borg o Connors era la lotta: il nostro era come un incontro di boxe, un infuocato scambio di pugni sul ring. Ora abbiamo ragazzoni più possenti, più forti che giocano con racchette più potenti del 30 per cento in più rispetto a quelle che avevamo noi. Ma non ha senso: mi piacerebbe che le racchette siano più piccole, più dure.”
“Quindi vorresti ritornare alle racchette di legno?” suggerisco. “Sì, certo! Ma non accadrà mai, perché le case produttrici sarebbero furiose”.
“Forse si potrebbero reintrodurre per il circuito senior” Mcenroe scoppia a ridere: “Sì, come no: così saremmo ancora più lenti… in slow motion!”

Da junior Mcenroe era spesso in grado di controllare le sue emozioni – o almeno, di interiorizzarle. Nella sua autobiografia scrive che la sua reazione abituale dopo aver perso un match “fino a una imbarazzante tarda età” era quella di scoppiare in lacrime. La prima sfuriata pubblica arrivò durante sua prima apparizione a Wimbledon, nel 1977, durante un quarto di finale contro Phil Dent. Disgustato per aver perduto malamente il tie-break del primo set cacciò la testa della racchetta sotto la sua scarpa e iniziò a pestarla. La folla – che che “una grande cerchia di un rispettabile pubblico inglese di buone maniere” – iniziò a fischiarlo. Non era mai stato fischiato prima. Invece di riprendere la racchetta, McEnroe la calciò via. “Devo dirti, al momento fui molto divertito” scrive. ‘Superbrat’ era ormai nato.
L’idea del tennis come l’ultimo regno del contegno, buone maniere, della sportività e deferenza verso l’autorità era già stata messa in discussione dal ribelle Jimmy Connors (che aveva simulato una masturbazione con la sua racchetta) e dall’irriverenza di Ilie Nastase. Ma gli eccessi d’ira di McEnroe – le offese ai giudici di sedia, ai guardalinee e qualche volta agli spettatori, le sue demolizioni del carretto delle bibite, delle racchette, le oscenità gridate ai quattro venti – sembravano il tragico spettacolo di un uomo per cui vincere – o meglio, non perdere – era tutto. Come se, nonostante le sue immani fatiche d’Ercole, il suo destino fosse nelle mani di quegli uomini rispettabili vestiti in giacca e cravatta, che lui disprezzava. Vi era però una profonda onestà – quasi un’integrità – nella sua spietata indignazione. Forse poteva sembrare odioso, ma almeno era autentico.
McEnroe risponde con fastidio a qualunque domanda relativa ai suoi eccessi d’ira. Mi dice che le occasioni in cui perse del tutto il controllo sono state poche: “quelle che sono su Youtube, forse solo due di quelle”. Probabilmente detiene il record del numero di sovvenzioni subite nel tennis professionistico – inclusa una multa di 6.000 dollari per aver lanciato sei imprecazioni nel giro di dieci secondi. Fu sospeso dal tour solo una volta, però: accadde dopo l’Australian Open del 1985 ma fu solo, afferma, il risultato di un malinteso“Di solito c’erano 4 warning prima dell’espulsione, poi diventarono 3. E io non lo sapevo. così quando ebbi in mente qualcosa di non molto carino da dire al giudice di sedia lo feci, e così oltrepassai il limite. Certo, non gli dissi una cosa gentile: gli gridai qualcosa come ‘go f…k your mother”

Lungo gli anni McEnroe trovò una spiegazione logica al suo comportamento: le sue non erano sfuriate di un uomo fuori dai gangheri, bensì proteste legittime contro gli osceni standard di preparazione di giudici di sedia e guardalinee. Il suo era un grido contro l’ingiustizia. “Avresti potuto sempre aspettare la fine del match e scrivere una lettera di protesta”. Ride forte: “Cosa sarebbe cambiato? Probabilmente nulla. A me sembrava la cosa giusta da fare. Connors e Nastase erano ovviamente due dei migliori giocatori al mondo e non si facevano mettere i piedi in testa, così pensavo: perché devo farlo io. Era una cosa ridicola! Le autorità del tennis ci trattavano un po’ come ‘Oh, no, gli atleti non devono fare questo o quello’ ma per me i tennisti essere trattati nello stesso modo dei giocatori negli altri sport. Non potevano aspettarsi che noi avremmo sempre sorriso e detto che andava tutto bene, anche quando molte cose non funzionavano”.

Continua poi SuperMac con una risata: “Quello che trovo buffo è che, dopo tutto questo tempo, le cose per cui la gente diceva che dovevo essere sospeso – se non le dico quando vado all’Albert Hall di Londra sarebbe una tragedia. Il pubblico le pretende! Stavo giocando un torneo l’altro giorno, e dopo una chiamata dubbia del guardalinee alcune persone hanno urlato: ‘Stai scherzando?!’ Prima che avessi il tempo di rendermi conto della cosa e protestare loro lo avevano già fatto!”
Sorride rivolto alla TV, dove Federer e Djokovic stavano consumando un rocambolesco primo set. “Penso che questi ragazzi se la cavino incredibilmente bene. Non so come facciano ad avere questo tipo di controllo. Non voglio fingere di aver avuto la stessa padronanza di gioco che hanno loro, anzi vorrei che distendessero un po’ i loro nervi: probabilmente a 35 anni saranno pieni di ulcere. Non so come facciano a non saperlo, oppure a fare finta di niente: forse a fine anno guardano il loro conto in banca e puf, dimenticano tutto il resto”.

Dopo il suo ritiro dal tour professionistico nel 1992, McEnroe alternò una lunga fase di terapia alla battaglia legale intentata contro la prima moglie, l’attrice Tatum O’Neal (dalla quale divorziò per circostanze non ben specificate nel 1992) in merito alla custodia dei loro tre bambini (Kevin ha ora 26 anni, Sean 25 ed Emily 21)
Quando gli domandai quale fosse la cosa più importante che ha imparato dalla terapia, McEnroe esita per qualche istante prima di confessare che in realtà non ce n’era una in particolare. “Non sto dicendo che non ho imparato nulla, ma non posso dire che qualcosa mi ha illuminato particolarmente. Fu solo un lungo percorso. Mi piace pensare che mentre invecchio divento una persona migliore. Comunque non penso di essere mai stato una brutta persona. Avevo molti difetti, certo, ma è sempre difficile sapere come reagirai quando ti trovi dentro a una situazione; qualcuno riesce a gestirsi meglio di altri. Comunque non penso di essermi comportato male nella mia vita: anzi, dannatamente bene!”

McEnroe fu numero uno al mondo in 14 occasioni separate tra il 1980 e il 1985, per un totale di 170 settimane in testa alle classifiche mondiali. Una posizione con la quale non si è mai sentito particolarmente a suo agio. “Fai di tutto per vincere, ma essere numero uno – disse una volta – è sempre una sensazione inquietante. Spesso si dice ‘è da solo in testa’ per indicare il numero uno di qualche sport, e penso che ci sia della verità in questa espressione. Essere numero uno è come trovarsi nella propria isola solitaria: ti senti confinato non solo dal resto del mondo ma anche dal resto dei tuoi colleghi, alcuni dei quali ritenevi tuoi amici”
Nel suo libro Superbrat scrive come il suo amico Vitas Gerulatis e il suo partner di doppio Peter Fleming soffrivano molto il fatto che lui fosse un giocatore più bravo di loro, così come la sua irrefrenabile tendenza a voler primeggiare: “Ho sempre voluto che la mia famiglia e i miei amici facessero le cose bene – scrive – ma non così bene come le facevo io”.
“Bé, è proprio ciò che penso” mi confessa con una scrollata di spalle. Il tennis è lo sport più egoista del mondo. Ma non credo di essere stato più egoista di molti altri miei colleghi. Lo ero, certo, ma per vincere più slam avrei dovuto esserlo stato ancora di più. Insomma, penso di aver fatto comunque bene e cerco di vedere il lato positivo in questo senso, – sorride – ma se fossi stato più rude e più spietato avrei di certo messo a segno più successi. Nella vita hai bisogno di amicizie, vuoi una vita, una ragazza o una moglie. Altre persone hanno più successo a gestire la propria situazione”.
Il suo primo matrimonio, i bambini, la vita – afferma che tutte queste cose hanno messo come dei ‘freni’ al suo agonismo. “Forse a lungo andare ho perso un po’ di fame. Federer è ancora affamato, ha avuto i gemelli e sembra che voglia ancora tutto; è straordinario, questo ragazzo ha vinto 17 slam! Io invece in parte avevo perso quel killer instinct, che è sempre indispensabile per chi vuole vincere”.
Una volta ha confessato che spesso era il denaro una delle maggiori motivazioni che lo portavano a competere. “Per gli ultimi cinque o sei anni della mia carriera ho avuto questa logica mediocre e un po’ opportunista – scrive nella sua autobiografia – “Semplicemente volevo quei soldi”.

Poche cose sono più toccanti e commoventi dell’immagine del campione in declino, costretto a guardarsi le spalle dai giocatori più giovani che lo vogliono distruggere.  “Non era una bella sensazione. Insomma, chi cavolo erano quelle persone? Pete Sampras, anche se poi si è rivelato un gran bel giocatore. E Agassi, che non era male. L’ultimo match giocato allo Us open l’ho perso contro Jim Courier. Ha vinto 4 slam: mica poco, insomma!”.
Mcenroe era n. 20 al mondo quando, nel 1992, si ritirò dal tour professionistico. Per i campioni il ritiro può spesso rappresentare una sorta di morte prematura. Ma non per McEnroe, che ha sempre avuto altri interessi oltre al tennis. Aveva una passione per l’arte e quando si ritirò aprì la sua galleria a Soho, New York; non è più aperta al pubblico, sebbene continui a comprare e vendere quadri. In passato ha avuto un Renoir (“però era di scarsa qualità” ammette) e un Picasso (“che non avresti mai pensato potesse essere un Picasso”): li ha venduti entrambi.
La sua collezione ora comprende molti artisti moderni, inclusi Jean-Michel Basquiat, Arshile Gorky e un’opera commissionata da Ed Ruscha, intitolata proprio ‘You Cannot Be Serious’. “E’ una piccola opera, ma molto interessante, alla quale credo che molte persone possano immedesimarsi” mi disse. “Se, Dio non voglia, un giorno dovessi venderlo per bisogno di soldi credo che ci sarebbero molte persone là fuori che vorrebbero a casa una frase come questa, oltre al fatto che l’ho detta io. In parte perché credo che la gente mi veda con un occhio di riguardo perché hanno potuto vedere le mie frustrazioni in loro stessi e viverle – come dire – in maniera riflessa. Nella mia vita ho sempre avuto il coraggio di protestare e di scontrarmi contro l’autorità, anche se venivo multato e ne pagavo le conseguenze. Certo ero fortunato, perché quando ti trovi in una condizione privilegiata non c’è molto che possano fare per punirti”.

Per un lungo periodo McEnroe ha anche giocato con l’altra sua grande passione, quella di diventare un chitarrista rock: costruì uno studio di registrazione nell’ultimo piano del suo appartamento di Manhattan. Quando sposò la cantante rock Patty Smith, nel 1997, nominò il suo gruppo ‘Johnny Smyth Band’ nel tentativo di convincerla a suonare con lui. Lei declinò l’invito, sostenendo che lui non l’avrebbe mai voluta come partner di un doppio misto; tuttavia dedicò una canzone al marito, dal titolo un po’ provocatorio “Wish I were you”.
McEnroe fece il tour per un suo anno con il gruppo, registrò anche un album – che però non finì – e realizzò il suo sogno quando suonò insieme a giganti come Eric Clapton e Carlos Santana. Il suo amico Lars Urlich, batterista di Meallica, si complimentò con lui per il suo “istinto naturale per la musica“. McEnroe tuttavia fornì una testimonianza forse più realistica circa la reputazione che di lui avevano i grandi della musica. Nel suo libro infatti racconta di quando David Bowie una volta bussò alla porta del sua camera d’albergo invitandolo per un drink.“Ma non portarti dietro la tua chitarra” aveva aggiunto scherzando il re del glam-rock.

“E’ un po’ frustrante non essere un buon chitarrista – ammette – ma questa consapevolezza mi ha aiutato ad apprezzare di più il mio tennis: grazie a Dio almeno una cosa la so fare bene!”
Ora nella sua casa non c’è più lo studio: “Patty se ne è liberata”.  La coppia ha sei figli: tre dal suo matrimonio con la O’Neal; una figlia dal precedente matrimonio di lei col musicista Richard Hell; Infine Anna, 16 anni, e Ava, 13, che hanno avuto insieme. Gli altri sono al college o hanno lasciato il nido. “Anche se tornano in qualunque momento, perché là fuori il mondo è molto caro”.
Tutti i suoi figli sono cresciuti giocando a tennis; papà McEnroe però non crede di essere stato un allenatore modello. “Non sono un gran coach. Almeno, non lo sono stato coi miei figli”. Quando gli chiedo se li ha mai fatti vincere risponde: “Quando erano piccoli mi hanno detto: ‘papà, tra un paio di anni ti batterò’. ‘Bene, vedremo’, ho risposto io. Comunque sì, a volte li lasciavo vincere, ma non gli regalavo mai la partita in modo così lampante. Bisognava pur mantenerli nel regno della realtà”
“Hanno smesso di giocare contro di te quando hanno capito che non avrebbero mai vinto?”
Ciondola sulla sedia sfoderando un sorriso beffardo: “Non giochiamo da un sacco di tempo, mettiamola così”.

Oggi (8 dicembre) John se la vedrà con il nemico di sempre, Ivan Lendl, presso la Royal Albert Hall di Londra. I due campioni non sono mai andati d’accordo, anche perché esprimevano le due antitesi del tennis: da una parte Lendl, il cupo, austero picchiatore. Dall’altro McEnroe, l’artista.
“Ogni match tra di noi ricordava la scena del film ‘Rocky IV’, quando Rocky Balboa combatte contro Ivan Drago. Eravamo proprio così: l’americano contro la macchina. Noi abbiamo sempre visto e vediamo le cose in maniera molto differente. Oggi potremmo anche riderci su: non era così allora, quando volevamo solo tirarci il collo.”
“Cosi cenerete insieme?”
McEnroe emette un incredibile sbuffo. No! Non penso che Ivan sia molto cambiato rispetto a prima. La cosa bella è che ero abbastanza forte da non dover dare retta alle sue paranoie, mentre altri tennisti sentivano una sorta di soggezione verso di lui. Sentivano di dover porgergli il loro rispetto, in qualche modo: esiste una gerarchia ben definita in ogni sport. Io pensavo: grazie a Dio che non sono costretto ad ascoltarlo! Ma lui è ancora così: è incredibile!”
McEnroe fissa intensamente il televisore. Ormai ne ha abbastanza della nostra conversazione.

(tratto dall’intervista di Mick Brown del Telegraph)


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