SCUD, IL BELLO DEL TENNIS

Mark Philippoussis compie 34 anni. Playboy di razza, il grande talento australiano ha raccolto meno di quanto il suo potenziale facesse immaginare, anche a causa di una serie incredibile di infortuni. Ma ora gli è tornata voglia giocare, e medita un grande ritorno
sabato, 6 Novembre 2010

Roma. Alexis Barbara, Amanda Salinas, Anna Kournikova, Delta Goodrem, Paris Hilton, Siobhan Parekh, Tara Reid, Tessa Walker sono, in ordine alfabetico, solo alcune delle fanciulle che, per fortuna in momenti diversi, hanno intrattenuto una relazione con il nostro festeggiato di oggi, il buon Mark Anthony Philippoussis da Melbourne. Astenendomi da una banalissima correlazione relativa al rendimento non proprio costante del tennista aussie nel corso della sua decennale carriera, pare quasi incredibile che, con tale mole di “lavoro” da sostenere, questo ragazzone muscoloso e aitante nato nello stato di Victoria da antenati greci, abbia trovato il tempo di entrare nella top-10, giocare due finali Slam, ed aggiudicarsi undici tornei su quattro superfici diverse…

Talento raro. Battute a parte, Philippoussis di talento ne ha sempre avuto da vendere. Figlio tennistico di due Nick di ferro, Bollettieri e il padre-padrone, il grande pubblico si accorse di lui nel 1995 quando, appena 19enne, scalò quasi 250 posizioni in dodici mesi e si piazzò vicino ai primi trenta. Ricordo benissimo, quell’anno, il suo esordio con wild card al Foro, contro Michael Chang. Un servizio mortifero scagliato da quasi due metri di altezza, una facilità incredibile di produrre brucianti accelerazioni con entrambi i fondamentali, un’ottima sensibilità nel gioco di rete tipicamente aussie: era questo il biglietto da visita del giovane australiano, un mix di ingredienti a formare un ordigno micidiale che pareva destinato ad esplodere sconquassando il circuito ATP allora saldamente appeso alla rivalità tra Sampras e Agassi.

Testa e cartilagini… fragili. Ma, si sa, giocare bene a tennis non è una condizione sufficiente per diventare davvero grandi. I problemi più grandi di Mark, oltre ad una professionalità non sempre inappuntabile (ma con tutto quel dafare come biasimarlo…), hanno sempre risieduto in due precise parti del suo corpo: la testa e le ginocchia. Il suo istintivo furore, la sua incapacità cronica di interpretare e gestire gli incontri dal punto di vista tattico non sono mai state sistemate fino in fondo da nessun coach: tirare, tirare, tirare è stata la delizia di chi lo vedeva giocare ma la croce che ha pesato sulla sua ascesa a vette più alte. Gli infortuni hanno poi fatto il resto: una frequenza impressionante di stop ed operazioni, soprattutto alle ginocchia, hanno puntinato i suoi anni da pro, tanto da indurlo a smettere, appena trentenne, dopo l’ennesimo intervento alla cartilagine del ginocchio eseguito dopo la Hopman Cup del 2007.

Due tornei, una carriera. Sono due i momenti che riassumono concretamente le fragilità di Mark. Il primo, nel 1996, agli Australian Open. “Filippo” al terzo turno contro il grande Sampras, giocò uno dei suoi match più belli: sparando bordate da ogni angolo del campo con una continuità fino ad allora sconosciuta, egli legittimò definitivamente il soprannome di Scud e, appena ventenne, fece esaltare i suoi connazionali annichilendo il grande campione americano in soli tre set. Tutti si aspettavano il botto. Invece, nel turno successivo Philippoussis non vide palla contro l’esperto ed astuto connazionale Woodforde, che tirava cento volte più piano ma pensava mille volte meglio, ed uscì malamente battuto, chiarendo molte cose sulle sue effettive potenzialità. L’altro momento è andato in scena a Wimbledon 1999. “Filippo”, sullo slancio della prima finale Slam raggiunta a New York nel 1998 e persa dal connazionale Rafter, veniva dalla sua miglior stagione durante la quale aveva conquistato quello che resterà il suo titolo più prestigioso, il Super9 di Indian Wells, e in seguito alla quale aveva raggiunto per la prima volta la top-10 nonché il best ranking, numero 8. Ai Championships, nei quarti di finale, Philippoussis si trovò di nuovo di fronte Pistol Pete alla caccia del sesto titolo sull’erba più prestigiosa del mondo. In vantaggio di un set e ben deciso a fare lo sgambetto al re, però, l’australiano fu costretto al ritiro per un problema, guardacaso, al ginocchio e da quella prima operazione cominciò la sua personale odissea con il proprio fisico e i proverviali saliscendi in classifica.

Nonostante tutto: successi. Limiti a parte, però, Mark si è tolto lo stesso le sue belle soddisfazioni (tennistiche, s’intende, su quelle d’altro tipo non c’erano dubbi…). Oltre ai già ricordati 11 titoli ATP, conquistati  su erba, cemento, indoor e terra (quando si sa giocare a tennis spesso è così…), ci sono altri due capitoli clou della sua carriera. Il primo riguarda l’edizione 2003 di Wimbledon. Partito il lunedì del torneo dal numero 48 ATP, Philippoussis trovò una settimana di gran gioco: superò 6-4 al quinto la seconda testa di serie, Andre Agassi, negli ottavi e si spinse fino alla finale. La sua seconda e ultima finale in uno Slam. Di fronte a lui si materializzò Roger Federer, il ragazzo svizzero di cui tutti dicevano un gran bene, e toccò proprio all’aussie tenere a battesimo il primo dei sedici Slam di quello che diventerà uno dei tennisti più forti di sempre. L’altro capitolo riguarda la Davis. Mark disputò 23 incontri complessivi, vincendone 13, e riuscì ad alzare la preziosa Insalatiera proprio a Melbourne, la sua città, sempre nel 2003, il suo ultimo anno da top-10. Sull’erba posata per l’occasione sulla Rod Laver Arena, Philippoussis portò all’Australia il punto decisivo contro Juan Carlos Ferrero e la Spagna uscì sconfitta. Mark poté così consolarsi della delusione patita nel 1999 sulla terra di Nizza, quando vinse i suoi due singolari con Grosjean e Pioline, ma l’Australia perse lo stesso con la Francia.

Abbandoni e ritorni? Dopo due-tre stagioni vissute più in qualche letto (d’ospedale, s’intende) che in campo, Mark, precipitato in classifica e sempre più malconcio, ha deciso di ritirarsi. Da allora il bello del tennis aussie si è dato per qualche anno alla pazza gioia : trasferitosi definitivament a Las Vegas, tra apparizioni mondane, partecipazioni a reality show e altre simili amenità, ha avuto tempo di concentrarsi finalmente a tempo pieno sulle sue fidanzate e di accumulare qualche pesante debituccio. Poi, come da classico copione di un film visto e rivisto, un giorno, stanco di troppo divertimento, si è ricordato che il tennis è la sua vera, grande passione ed ha ripreso a giocare. Si è accorto che non è poi così scarso e lo scorso anno ha deciso di disputare qualche torneo per “vecchietti”. Quest’anno è sceso in campo grazie ad una wild card nel challenger di Dallas, e, nonostante la sconfitta in due set rimediata dalla giovane speranza americana Yani, un paio di successi nei Champions Series americani sembrano averlo convinto a fare nuovamente sul serio, tanto da essersi allenato addirittura con Andy Roddick. Inoltre, proprio una decina di giorni fa, Mark ha dato una sterzata decisiva alla sua vita da playboy fidanzandosi ufficialmente con l’attrice americana Jennifer Esposito. Grandi novità, dunque, in casa Philippoussis. Per sapere come andrà a finire, non ci resta che aspettare…


1 Commento per “SCUD, IL BELLO DEL TENNIS”


  1. christian ha detto:

    grande mark……che giocatore, come non ha fatto a vincere un grande slam è ancora un’incognita…..ottimo articolo!


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