FIAMMA FIAMMINGA

Thomas Schoorel, grazie al suo gioco al fulmicotone, può diventare una realtà del circuito ATP? Crediamo di sì, ma…
lunedì, 19 Dicembre 2011

Essere l’altro. Quando ci si sfida in una competizione di singolare sul campo si è in due, ma se nell’altra metà c’è un campione, o comunque uno più forte, si rischia di fare la figura dell’altro. Una sorta di sparring partner che vista la tipologia di scenario dovrebbe avere ben altre velleità, ma sulla carta di reali chances non ne detiene: se non gioca in casa è anche arduo pensare che, escluso il suo “angolo”, ci sia qualcuno che possa sostenerlo, dato che dall’altra parte c’è il tennista celebre, che attira pubblico e porta la gente sugli spalti. E i tifosi ne sono catturati, bramano vederlo giocare e lo incitano a prescindere: se lui è Roger Federer, avrete capito assolutamente a cosa facciamo riferimento. In favore dell’altro, ipotizzando che sia un giovane tennista qualificato alle prime esperienze in certi ambienti, non ci sono molte speranze, per quanto l’idea del “non avere nulla da perdere” può aiutarlo a giocare libero da ogni preoccupazione. Quando, ad un certo punto, il grande campione si inventa un colpo sensazionale e lui, l’altro, lo guarda ammirato venendo preso in contropiede da un tweener – il colpo Noah – dall’alto coefficiente di difficoltà, si può facilmente prevedere che quel breve scambio diverrà preda bellica di milioni di internauti appassionati della racchetta, che vedranno e rivedranno la dinamica di gioco, la commenteranno e la condivideranno sui social network. E così rimarrà impresso nella mente di tantissima gente che quel colpo, quella gran giocata di Federer, è stata fatta contro un altro tennista. L’altro, lo sconosciuto. Che in realtà ha un nome: Thomas Schoorel.

Ad inizio stagione Thomas Schoorel era un giovanotto spilungone reduce da un ragguardevole 2010 che gli aveva permesso di ascrivere il proprio nome tra quelli dei tennisti pronti ad un possibile lancio verso il Gotha del Tennis. Così era perché aveva dominato nel circuito ITF e si era permesso qualche risultato di un certo livello anche nei challenger, ed essendo ormai prossimo ai 22 anni, compiuti il 4 aprile, in molti erano in attesa di qualche segnale di ben altro spessore da parte dell’olandese. L’aspettativa era figlia del gioco che il fiammingo, seguito da StephanEhritt-Vanc all’accademia Pro-M di Nieuwegein, non distante da Utrecht, sprigionava sul campo. Mancino molto potente dal dritto esplosivo, Thomas, grazie agli oltre 200 centimetri di altezza, può ricorrere anche ad un servizio di primissima qualità, ma tutto il suo repertorio è all’insegna del “o la va o la spacca”. Un tipo di gioco che può esaltare chi adora i tennisti che amano il rischio, che cercano il punto, magari non dotati di una sagacia tattica pari a quella di Michael Chang, ma che destano in noi la sensazione che, una volta smussate alcune asperità, ci si trovi di fronte ad un profilo con elevate ambizioni.

Tornando però ad inizio anno, Thomas Schoorel, come detto, era un ragazzo a caccia di conferme rispetto alle proprie potenzialità, e da buon giocatore alla ricerca di alcune risposte non poté attendere oltre la prima settimana di eventi ATP in calendario per fissare il proprio esordio stagionale: lo scenario era quello di Doha. Superate le qualificazioni, il fiammingo nell’urna del sorteggio trovò l’avversario che se da un lato ti sbarra la strada, dall’altro, soprattutto per chi lo vede come un modello da imitare, vuoi incontrare, Roger Federer. Ed è così che Thomas si ritrovò a fare la figura dell'”altro”, perché da Mister Nessuno dovette sfidare l’adorato svizzero, che lo batté pur senza dominarlo (7-6 6-3 il finale), e soprattutto venne immortalato nel punto prima descritto, vale a dire il famoso tweener con cui venne infilato e che ha fatto il giro del mondo multimediale. Sì, il giocatore che veniva sorpreso era proprio Thomas Schoorel, alle sue prime apparizioni tra i grandi.

Da quel momento in poi l’annata di una delle poche fonti di gioia per un tennis olandese che, nonostante le premesse dell’ultimo biennio, non sembra ricavare dai propri eletti quello che ci si attendeva, ha avuto andamento irregolare, con una prima parte assolutamente positiva, che lo ha visto mettere la testa tra i top-100, controbilanciata da una seconda un po’ in chiaroscuro e finita anzitempo a causa di un problema al piede sinistro occorsogli durante il primo turno del challenger di Napoli a fine settembre. La città partenopea assurge a rivisitazione contemporanea del catulliano “odi et amo”, visto che nel torneo che si disputa ad aprile, Thomas aveva colto il secondo successo challenger della propria carriera, sette giorni dopo il primo, vinto al RAIOpen di Roma. Insomma, Italia nel cuore, ma soprattutto trampolino di lancio d’eccellenza verso la miglior performance sfornata da Schoorel per ora in ambito di grandi tornei, ovvero il secondo turno da qualificato raggiunto al Roland Garros. Nonostante le alte leve, il gioco potente e una presunta predilezione per le superfici rapide al di fuori della terra battuta, a partire da Wimbledon il giovanotto di Amsterdam non ha saputo dare seguito a quanto di buono fatto fino ad allora – anche perché l’olandesone pecca e non poco negli spostamenti, soprattutto brevi – finendo col cogliere rari risultati, quasi esclusivamente nei challenger teutonici, senza aggiungere allori alla sua bacheca e soprattutto quando ormai in molti gli prospettavano qualche risultato in più ad altri livelli. Ed invece poco o nulla, fino all’infortunio di Napoli mentre affrontava il sempiterno Boris Pashanski.

Con questo non vogliamo assolutamente ridimensionare le velleità del buon Thomas, che può davvero diventare una costante impazzita nel panorama ATP qualora riuscisse a registrare il suo gioco, andando ad accompagnarsi a Robin Haase – in attesa di qualche sussulto di De Bakker e, perché no, di HutaGalung – nel non vano tentativo di rinverdire le speranze olandesi nel circuito pro’. Come è emerso le potenzialità ci sono, eccome: non ci vuole mica molto, insomma, affinché Schoorel possa divenire qualcosa in più di un semplice “altro”.


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