LA SCALATA DEL DOTTOR FARAH

Rientrato nel circuito nel 2010 dopo quattro anni di stop per gli studi universitari, il venticinquenne colombiano ha ottenuto subito risultati sorprendenti, e ora sta iniziando a vincere partite anche nel circuito Atp. Ieri a Monaco ha battuto Davydenko, e sogna i quarti di finale
mercoledì, 2 Maggio 2012

Il tennis, come ogni sport, è ricco di storie. Ci sono giocatori che arrivano in alto alla svelta, e ci rimangono per anni senza problemi. Ce ne sono altri baciati dal talento ma troppo incrini agli infortuni, e costretti perciò a ripetuti stop, quando non vorrebbero fare altro che giocare. E poi c’è chi si ferma per scelta, ma pur dedicandosi ad altro conserva la speranza di tornare più forte di prima. È il caso del colombiano Robert Farah, capace di mettersi in evidenza nel circuito maggiore nelle ultime due settimane. Il venticinquenne nativo di Montreal ha giocato fra i professionisti dai 15 ai 19 anni senza ottenere grandi risultati (una semifinale a livello Itf e la 642esima posizione della classifica, i suoi record), e dopo aver ultimato le scuole superiori ha optato per iscriversi a uno dei numerosi college americani, scegliendo la ‘University of Southern California’. Accanto agli studi di economia, Farah ha ovviamente potuto continuare a giocare a tennis, ritagliandosi presto uno spazio di dominatore nelle competizioni studentesche. Tant’è che è stato campione NCAA sia nel 2009 che nel 2010, guadagnando in ambedue le occasioni il titolo di giocatore dell’anno, e il sito dei Troyans (il gruppo sportivo della sua università) pullula tuttora di notizie su di lui, nelle quali viene ancora trattato con i guanti nonostante ormai non abbia più alcun legame con la USC. Una chiara dimostrazione di come negli anni trascorsi in California abbia lasciato il segno, proprio come avvenuto al suo ritorno nel circuito mondiale.

Farah in campo nel corso dell'ultimo anno di college

Nel giugno del 2010, dopo aver conseguito la laurea, Robert ha preso parte al Futures di Maraicaibo, in Venezuela. Non avendo ranking è dovuto partire dalle qualificazioni, ma non se n’è fatto un problema. Con una serie di undici vittorie consecutive ha vinto a mani basse singolare e doppio, e da lì è ripartita la sua scalata, rimandata qualche anno prima. Nelle due settimane successive ha ottenuto altri due successi, a Coro in doppio e a Barquisimeto in singolare, sempre con una facilità disarmante, sempre senza perdere un set. Segno che negli anni di college aveva maturato un livello di gioco di categoria superiore, e l’ha presto dimostrato. Grazie a una wild card ha preso parte al ricco Challenger di Bogotà, il torneo di tennis più importante della sua Colombia, e ha nuovamente messo tutti in fila, riuscendo, in poco più di un mese di attività (e con soli quattro tornei giocati), a varcare la soglia dei top 300. Un traguardo importante e raggiunto con pieno merito, ma che non è bastato a soddisfare la sua fame agonistica. Nei mesi successivi ha ottenuto tanti altri piazzamenti, sfiorando anche la qualificazione agli Us Open, ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 200 della classifica. Da senza ranking a 189 del mondo in qualche mese. Un balzo in avanti di oltre 1500 posizioni con cui ha sorpreso tutti, se stesso in primis.

Robert alza il trofeo vinto a Bogotà, la più grande gioia della sua carriera

“Se me l’avessero detto a giugno mi sarei messo a ridere. Ma ora è realtà, e conto di migliorare ancora”, le sue dichiarazioni di allora. E in effetti l’anno successivo sono arrivati altri progressi, come il best ranking che ancora oggi resiste (fissato alla 163esima posizione della classifica), e altre soddisfazioni, quali i primi match nel circuito maggiore, l’aver preso parte alle qualificazioni di tutti i tornei del Grande Slam, e le due medaglie d’oro conquistate ai Giochi Panamericani di Guadalajara (Messico), una sorta di Olimpiadi del continente americano, che vanno in scena ogni quattro anni. In singolare si è guadagnato il successo superando in finale il brasiliano Rogerio Dutra Silva, mentre in doppio ce l’ha fatta col connazionale Juan Sebastian Cabal, compagno di allenamenti (i due fanno parte con Santiago Giraldo e Alejandro Falla del ‘Colsanitas team’) e fido partner nella sua ‘seconda carriera’. Da quando Farah è tornato nel circuito, i due hanno praticamente sempre giocato insieme, conquistando (oltre all’oro ai ‘Panamericani’) la bellezza di nove titoli Challenger (sei lo scorso anno) e due Futures, e riuscendo a suon di risultati (fra cui gli ottavi di finale al torneo di Wimbledon) a entrare abbondantemente nei primi 100 del ranking di specialità.

Farah addenta la medaglia d'oro vinta ai Giochi Panamericani

Appassionato di lettura e cinema, il colombiano ha in Lost la sua serie tv preferita, ama il golf, e ha sempre stimato Roger Federer più di ogni altro: “insieme a Safin, lo svizzero è stato il mio modello in gioventù – ha spiegato Farah – mentre ora è il mio sportivo preferito. Mi piacerebbe, un giorno, di poter giocare contro di lui”. Nell’attesa di poter coronare il proprio sogno, si può consolare con l’incontro disputato la scorsa settimana con Rafael Nadal a Barcellona. Nel torneo spagnolo Robert ha vinto il primo match in carriera nel circuito maggiore superando il locale Arnau Brugues-Davi, e al secondo turno si è ripetuto battendo un osso duro come Pablo Andujar. Poi ha ceduto in due facili set al sette volte campione del torneo catalano, ma qualcosa di buono ha fatto vedere comunque, e già esserci arrivato è molto importante. Non contento, questa settimana Farah sta nuovamente facendo parlare di se a Mònaco di Baviera, dove – dopo aver superato le qualificazioni – ieri ha inflitto una sonora sconfitta all’ex numero tre del mondo (e neo papà) Nikolay Davydenko. Un 6-3 6-2 che parla da solo, frutto di un tennis più incisivo e di un servizio – che non a caso egli definisce il suo colpo migliore – preciso e puntuale nei momenti importanti.

Robert definisce il servizio il suo miglior colpo, e i 193 cm gli sono d'aiuto

Domani andrà quindi a caccia dei quarti di finale per la seconda settimana di fila, con la differenza che questa volta dall’altra parte della rete non troverà Nadal, ma un umano. Si tratta dell’australiano Marinko Matosevic, anch’egli proveniente dal tabellone cadetto e già capace quest’anno di arrivare in finale all’Atp di Delray Beach, dove all’ultimo turno delle qualificazioni superò proprio Farah. È quello l’unico precedente fra i due, attesi dalla terra battuta ma entrambi amanti delle superfici rapide. Normale per l’australiano, un po’ meno per il colombiano, anche se dopo gli anni di college (nei quali è probabile che la terra l’abbia vista col binocolo) è naturale che il suo tennis si sia ‘velocizzato’. Ma i campi bavaresi sono piuttosto rapidi, e le quattro facili vittorie ottenute sin qui lasciano ben sperare. Qualora ce la facesse, ai quarti di finale si troverebbe probabilmente di fronte Philipp Kohlschreiber, lo stesso che lo eliminò al primo turno lo scorso anno. Attendersi una vendetta pare un po’ eccessivo, ma alzi la mano chi avrebbe pensato a un suo successo prima con Andujar e poi con il campione uscente Davydenko. Nessuno, probabilmente nemmeno lui stesso. E ora che ha iniziato a esplorare i propri limiti, conviene quindi lasciare aperta ogni porta.

La sintesi del bel match disputato contro Rafael Nadal a Barcellona:


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