MILOS E UNA NOTTE

La scorsa estate un match serale in terra canadese mise in mostra le qualità del giovane Milos Raonic, destinato a difendere la bandiera della foglia d’acero nelle maggiori competizioni
sabato, 4 Settembre 2010

Roma – Tra tutti i lottatori dell’Antica Grecia, Milone, vissuto attorno al sesto secolo avanti Cristo, è stato probabilmente quello più virtuoso. Nativo di Crotone e discepolo di Pitagora, si narra che avesse una corporatura robusta – un’altezza che raggiungeva, se non superava, i due metri – e che fosse in grado di nutrirsi con una voracità leggendaria. Già a 15 anni si esibì, vincendo, alle Olimpiadi nella disciplina dell’orthopale, impresa che gli riuscì in altre cinque occasioni e che gli valse, assieme alle successive, la fama che tuttora gli viene giustamente riconosciuta. A rendere il suo nome immortale furono anche gli allenamenti massacranti cui Milone si sottopose, tra cui, vengono maggiormente ricordati, quelli che lo vedevano, in tenera età, trasportare sulle proprie spalle del bestiame, a cominciare dai vitelli. Queste ardue sessioni di esercizio fisico lo hanno forgiato e lo hanno reso il lottatore più titolato delle Antiche Olimpiadi – senza dimenticare le decine di altre vittorie. Con ogni probabilità, non sarà un destino che verrà condiviso dal tennista nordamericano Raonic – che si chiama proprio Milos, versione slava del nome del combattente – l’attuale secondo giocatore del Canada stando alla graduatoria mondiale, sebbene anche lui in giovane d’età, quando eseguiva i primi passi su un campo da tennis, non abbia lesinato sacrifici.

Dalle macchine spara-palle al servizio spara-missili.
Nato a Podgorica, in Montenegro, uno degli ultimi giorni del 1990 – il 27 dicembre – Milos si trasferì con la sua famiglia in Canada quando aveva 3 anni, trovandosi così a crescere nei pressi di Toronto. “Già da piccolo mostravo una grandissima attrazione per gli sport, ed era un fenomeno piuttosto inconsueto, perché nella mia famiglia tutti quanti hanno preferito impegnare le proprie energie negli studi. Mio padre, Dusan, ha ottenuto un dottorato di ricerca ed è un professore ordinario alla facoltà di Ingegneria Elettronica, mia madre (Vesna) e i miei fratelli (Jelena e Momir) hanno tutti quantomeno conseguito una laurea” Per il ragazzo, invece, le velleità sono state da subito ben differenti “Per quanto in Canada si respiri hockey in ogni angolo, io ho trovato la mia ispirazione quando ho conosciuto il tennis. Avevo 8 anni e i primi tempi sono stati davvero difficili per me. Ancora ricordo quando ho iniziato e non avevo la possibilità di allenarmi con un gruppo di ragazzi, per cui con mio padre andavamo al circolo e provavo a rispondere alle palle che mi venivano lanciate dalle macchine. Ci recavamo al campo alle 6.30 di mattina e alle 9 di sera, perché a quell’ora erano più economici e ce li potevamo permettere” Rammenta Milos, che dai giorni in cui si consumavano queste scene da libro “Cuore” di strada ne ha effettivamente fatta molta. Una volta che Raonic comprese di aver raggiunto un buon livello, capì che era ormai tempo di entrare a far parte di una scuola tennis. “La mia scelta cadde sul Blackmore Tennis Club di Richmond Hill, in cui mi allenai con il primo vero allenatore, Casey Curtis. Da quel momento si può dire che la mia carriera abbia avuto davvero inizio”. E Milos non ci ha messo poi molto a diventare uno dei giocatori su cui tutto il Canada punta, sebbene, ma è scontato che fosse così, per trovare la propria “Musa” tennistica dovette spingersi oltre quel confine, non troppo distante da Toronto, che separa la sua nazione dagli Stati Uniti. “Da piccolo rimasi colpito da Pete Sampras, un giocatore assolutamente fantastico. Mi innamorai tennisticamente di lui, anche per il suo modo di comportarsi in campo. Ancora ricordo che registravo ogni sua partita e finivo col rivederle almeno un paio di volte.” Proprio dall’ex numero 1 a stelle e strisce, Raonic ha compreso l’importanza di un colpo fondamentale come il servizio, che, in un giocatore che sfiora i 2 metri d’altezza, può davvero diventare letale.

Dai primi passi al grande match con Gonzalez.
Nel corso del 2008 Raonic, dopo le prime esperienze nel circuito, fu precettato dalla propria federazione per entrare a far parte di un programma della durata di due anni, in cui sarebbe stato accompagnato dal compagno e coetaneo Vasek Posispil. Da subito i progressi forniti da Milos portarono diversi addetti ai lavori a definirlo come un giocatore dal certo futuro, tra cui anche l’ex-pro – che dallo scorso autunno è diventato il suo allenatore – Frederic Niemeyer “Lo conobbi durante un torneo nel lontano 2006, era alla sua prima esperienza e mi resi subito conto che ci trovavamo davanti ad un giocatore dal talento smisurato. Visto che era un mio connazionale, ho provato a tenerlo sotto la mia egida per un po’, dandogli alcuni consigli e, da quando ha terminato il suo periodo all’Accademia nazionale, sono diventato a tutti gli effetti il suo coach. Ripeto, ha un talento davvero incredibile e sfido chiunque ad affermare il contrario”. Nonostante in molti fossero pronti a scommettere sul suo tennis, Raonic non poteva di certo esimersi dal superare tutte le trafile cui il circuito sottopone le nuove leve. Nella sua prima stagione sul tour, nel 2008, in cui si tolse lo sfizio di cogliere una finale, a Sherbrooke – perdendo da Enrico Iannuzzi –fece un carico di esperienza che si rivelò molto preziosa l’anno successivo, dove oltre alle due vittorie, sempre nelle manifestazioni futures, a Montreal e Nonthaburi, Milos colse diversi piazzamenti che lo fecero arrivare preparato all’appuntamento col Master 1000 canadese, che si disputava allora nel Quebec. Il giovane nato a Podgorica, contro ogni pronostico, riuscì a superare le qualificazioni, battendo Teimuraz Gabashvili e Michael Llodra, prima di venire sconfitto per 4-6 7-6(6) 6-4 da Fernando Gonzalez, non senza aver avuto un match point a proprio favore “Aver giocato punto su punto con un tennista a lungo tra i primi 10 del mondo e finalista all’Australian Open è stato epico, averlo fatto davanti al mio pubblico ha reso l’atmosfera e la serata elettrizzante. Nessun rimpianto per il match point, perché lui ha servito senza darmi la possibilità di risposta: rimane l’incontro che mi ha permesso di capire quanto bene avessi lavorato in quei mesi e quali fossero le mie possibilità in ottica futura”. Il classico match che funge da spartiacque: dopo essersi infortunato ad inizio aprile, il talentino canadese era rientrato alle competizioni ma sembrava fare fatica, prima di arrivare a Montreal, dove la sua carriera ha davvero spiccato il volo.

Dalle vittorie in serie ai progressi umani e professionali. Definito il diamante dell’intero sistema tennistico canadese, Raonic ha in effetti diverse frecce al proprio arco, come il servizio, agevolato dalla sua notevole altezza, e il dritto, che può raggiungere velocità davvero considerevoli, mentre il rovescio, rigorosamente a due mani, viene giocato coperto ed è soprattutto usato come colpo di controllo o di transizione. Sta inoltre lavorando molto sulla sua mobilità – il tallone d’Achille durante le sue prime uscite tra i professionisti – e sta cercando di crearsi una maggiore varietà di soluzioni col suo dritto, perché, quando non è in grado di sfondare l’avversario, incorre in diversi problemi. Tutte tematiche che sta affrontando con Frederic Niemeyer “E’ molto importante avere uno come Fred, perché tutte le esperienze che io sto facendo ora per la prima volta, lui già le ha vissute, e poi sa darmi davvero una mano dal punto di vista mentale. Molti sostengono che non sia adatto ad un giovane in crescita come me perché è alla sua prima esperienza, ma lui è in grado di aiutarmi come nessun altro in alcune situazioni. Mi sento davvero fortunato”. Chiuso in maniera molto positiva il 2009, il 2010, pur cominciato con prestazioni poco confortanti a livello indoor, è proseguito sulla falsariga dell’anno precedente, con i continui miglioramenti che hanno permesso a Milos di diventare un giocatore del circuito challenger. “La palestra del circuito ITF è stata importantissima, sia da un punto di vista professionale che da quello umano. Niemeyer mi conferma che il livello in questo genere di competizioni è accresciuto moltissimo col tempo, per cui essere riuscito a collezionare i risultati che ho ottenuto (vittorie nei 15.000$ di Daegu e di Gimcheon) è davvero sintomatico della mia crescita. A questo aggiungo quanto il fatto di viaggiare in posti molto lontani, come Thailandia e Korea, mi abbia reso una persona migliore, con la mente più aperta verso le altre culture, perché quando ti ritrovi in località sperdute a giocare – gli ITF non sono sempre organizzati nei grossi centri, come gli ATP o i challenger – ovunque tu vada, anche al ristorante, è un’occasione per entrare in contatto con un mondo tutto nuovo. Per cui conservi memorie e ricordi che ti aiutano a vivere la vita ad ampio respiro.”

Dal passaggio ai challenger a ? Mentalità aperta e una competitività fino ad allora sconosciuta, perché Raonic, come già scritto sopra, è ormai diventato un giocatore da challenger, come evidenziato dal quarto di finale ottenuto a Winnetka e dalla finale di Granby. Assieme a qualche altro risultato minore, il canadese era giunto a ridosso della 200esima posizione della classifica ATP – a soli 19 anni e mezzo – prima di incappare in una nuova sconfitta all’esordio nel Masters 1000 canadese, quest’anno disputatosi nella sua Toronto, senza però dover passare per le qualificazioni, perché i progressi maturati gli hanno garantito una wild card. “Ho trovato un Victor Hanescu in buono stato di forma e ho provato a fare la mia partita. E’ andata male, ma mi sono sentito a mio agio.” Di essere pronto lo ha dimostrato nelle qualificazioni dello U.S. Open, dove è riuscito a cogliere il suo primo main draw in uno Slam, sbarrando la strada a tennisti come Micha Zverev, Alex Bogomolov e David Guez, quest’ultimo dopo una partita in cui Raonic ha fatto leva su un’insospettabile solidità, recuperando entrambe le frazioni da un break di svantaggio. Mentre gli Stati Uniti stanno attraversando il periodo tennistico maschile più grigio della propria strada, il Canada si sta mettendo nelle condizioni di poter contare su giocatori di un certo spessore. Ci proverà con Steven Diez, Peter Polansky, Vasek Pospisil e soprattutto Milos Raonic, che, a differenza del suo omonimo vissuto due millenni e mezzo prima, dovrà evitare di finire metaforicamente in pasto ai lupi – il modo in cui perse la vita – intesi come i giocatori che proveranno ad impedirgli di avere quel radioso futuro verso il quale sembra destinato. I presagi, cui si prestava molta attenzione nell’antichità, paiono davvero essere favorevoli.


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