IL RAZZISMO DEI DALTONICI: IL COLORE DELLA PALLA E’ UGUALE PER TUTTI

Ancora razzismo, per le strade e i campi di tutto il mondo, ma a fare notizia è quando esce dalla bocca delle istituzioni e di chi ci dovrebbe rappresentare al meglio
martedì, 29 Luglio 2014

Tennis. …noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene cosi”. A dirlo non è  l’avventore di un bar, bensì il candidato a rappresentare nel mondo il calcio italiano, tale Carlo Tavecchio. Le scuse e spiegazioni successive lasciano il tempo che trovano, il messaggio ha ottenuto l’eco previsto in ogni angolo del pianeta, la stessa Fifa chiede lumi su quanto di vergognoso uscito dalla bocca delle nostre istituzioni: ma in pieno stile italiano, nessuna marcia indietro, nessuno si dimette e lascia la poltrona.

Il tennis è lo sport maggiormente “internazionalizzato” dopo l’atletica leggera: rappresenta il più alto numero di nazioni al mondo, gode notoriamente di un pubblico sportivo ed educato, ma nella sua lunga storia non è rimasto esente dal cancro del razzismo. Ma ciò su cui ci piacerebbe riflettere e porre la nostra attenzione è più sugli aspetti positivi, che negativi, riscontrabili sui campi da tennis: ed un esempio su tutti è quello arrivato dall’improbabile ma vincente coppia (più a livello di immagine che per i risultati), composta da Rohan Bopanna ed Aisam-Ul-Haq-Qureshi, un indiano ed un pachistano.

Non è l’inizio della più classica delle barzellette, ma una storia di unione e condivisione che ha catturato l’attenzione di tutti i fans del tennis e non: hanno sempre cercato di sensibilizzare i rispettivi paesi verso la cessazione delle ostilità, scendendo in campo a Wimbledon 2010 con una maglia in campo che presentava la scritta “Stop war, start tennis“. “La bellezza dello sport sta nel fatto che non guarda le differenze culturali, politiche e religiose. Questo è il messaggio che vogliamo lanciare ad India e Pakistan“. Per questo furono insigniti dell’ Atp Tour Awards nel 2010 oltre ad un Arthur Ashe Humanitarian of the Year nello stesso anno.

Ma in quanto a partnership bizzarre Aisam-Ul-Haq-Qureshi è “recidivo“: già nel 2002 il pachistano aveva fatto coppia con Amir Hadad, un israeliano, anche per loro arrivò il premio intitolato ad Arthur Ashe, titolo con cui l’ATP nomina gli atleti che più si sono distinti dal punto di vista umanitario, al di fuori del campo di gioco.

Il tennis non è rimasto immune dal razzismo ed i suoi idioti seguaci: questi ultimi spesso si sono accaniti con le atlete di colore per eccellenza, le sorelle Williams. Ha fatto storia la decisione di Venus di non scendere in campo nella semifinale Us Open del 2001, scatenando l’ira funesta del  pubblico che prese di mira Serena per tutta la durata della finale poi giocata con la Clijsters. La versione ufficiosa voleva le sorella in aperta protesta con i media, i quali vedevano nel padre un “aggiustatore di partite a tavolino”. Quella ufficiale parlava di un ragazzo che mentre papà Richard e Venus raggiungevano il proprio posto a sedere avrebbe esclamato la “felice” frase: Vorrei che fosse il ‘75’,” riferendosi alle rivolte razziali di Los Angeles.

Il Guardian, noto tabloid inglese, titolò nel 2003 “Il tennis è razzista“, in seguito a quanto accaduto al Roland Garros di quell’anno fra la Henin e Serena Williams, dove quest’ultima fu pesantemente fischiata forse anche per motivi razzisti. L’articolo esprimeva il volere comune, che le stars della racchetta non fossero di colore, addirittura che per via di quel fisico “nero” le sorelle Williams traevano vantaggi non regolari, che non godevano di popolarità nell’ambiente per via della loro presunzione ed arroganza, per non parlare della figura del padre dipinta come un bruto burattinaio che teneva le fila dei loro match.

Fra i più noti oggi, Jo-Wilfred Tsonga, che ha spesso affermato di ricevere lettere a sfondo razzista per via delle sue origini: lui nato in Francia ma da padre congolese. Lo stesso Fognini, di recente, si è reso protagonista di un’uscita a dir poco infelice alla quale sono prontamente seguite le scuse attraverso il profilo twitter personale. In quanto “snob“, come spesso viene visto il tennis ed i suoi seguaci, il problema razzismo non è dilagante ma sottile e diffuso nei meandri più bui e nascosti. Un campione di colore è un campione diverso, dietro il quale si cercano storie, radici ed aneddoti che poco interesserebbero se il colore della sua pelle fosse leggermente più chiaro.

Meglio far finta che non esista il razzismo, che davvero non esista gente così stupida e retrograda da ritenere “diversa” una persona solo perché di colore differente: proviamo a credere in una dilagante epidemia di daltonici e a dir loro che in campo c’è qualcosa che ci accomuna, insieme alla passione.

Il colore della palla, che è uguale. Per tutti.

 


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