REGGI E GOLARSA, LE VOCI DEL TENNIS ITALIANO

Auguri a Raffaella Reggi e Laura Golarsa, nate nello stesso giorno, che hanno condiviso la stessa strada, dentro e fuori dal campo.
venerdì, 27 Novembre 2015

TENNIS – La prima italiana a vincere uno Slam e la prima azzurra nei quarti a Wimbledon dai tempi di Lucia Valerio. Nate nello stesso giorno, Raffaella Reggi e Laura Golarsa hanno condiviso l’esperienza sul campo e il racconto fuori dal campo da commentatrci Sky.

Di Golarsa, come di Aaron Krickstein, resta soprattutto il ricordo di un’occasione mancata, di quei due punti che hanno fatto la differenza fra una sconfitta più che onorevole contro Chris Evert nel 1989 e un posto nella storia nel nostro tennis da prima semifinalista ai Championships. In quella partita, va sette volte a due punti dalla vittoria, ma il suo serve and volley continuo e raffinato non le basta per sfiancare Chris America. “Non è stata però l’unica, naturalmente, cui io sono legata. Ricordo un incontro al terzo con la Navratilova (Eastbourne) e con Mary Joe Fernandez (Australian Open); non posso dimenticare una mia vittoria agli ottavi a Wimbledon (6-4 al terzo) contro la Novotna (1989), che l’anno dopo ho avuto la sfortuna di trovare al primo turno, questa volta perdendo al terzo, mentre lei in quel torneo è arrivata ai quarti (sconfitta dalla n.1 Graf) e poi ha raggiunto la quarta posizione mondiale” raccontava in un’intervista di qualche anno fa a Spazio Tennis.

Era ancora una fase di transizione per le tenniste italiane, che spesso viaggiavano per i tornei da sole, senza uno staff al seguito come le principali rivali, soprattutto statunitensi. Una fase in cui, nel frattempo, si stavano cominciando ad affacciare un gruppo di 10-15 giocatrici come forse mai si erano viste prima, tutte potenzialmente in grado di aspirare alla prima posizione nel ranking mondiale. E’ la generazione di Arantxa Sanchez, di Monica Seles, di Steffi Graf, che per anni è rimasta amica di Golarsa, come Gabriela Sabatini, anche grazie al lavoro dell’azzurra nel Board della WTA. Rimasta in carica per due anni, ha accettato una sfida difficile, aiutare la transizione del tennis da sport strutturato per favorire le top players a disciplina in grado di favorire i ricambi generazionali.

Una scelta di democratizzazione del tennis e insieme il segno della determinazione, di quella grinta che da sempre hanno orientato e caratterizzato la sua carriera. La stessa forza d’animo con cui ha reagito ai tre interventi chirurgici in sette anni ed è arrivata a giocare tredici volte di fila nel tabellone principale di Wimbledon.

È il marchio di una passione profonda per il tennis, che nel tempo si è evoluto in conoscenza, nella trasmissione di un saper fare, nel ruolo di tecnico e di voce televisiva. “Il tennis non è biomeccanica, è balistica: secondo altezza e punto di impatto della palla ho la mia traiettoria” spiegava durante l’International Tennis Symposium al Centro Pavesi di Milano nel 2013. Un coach, aggiungeva, “deve seguire il giocatore e ogni giorno lavorare con lui perché possa migliorarsi anche sul singolo dettaglio e ricordiamoci che un piccolo problema tecnico può ingigantirsi a livello tattico: per esempio con un’impugnatura troppo aperta è difficile impattare bene davanti al corpo, aspetto fondamentale nel tennis di oggi. Compito di un buon coach è verificare che l’impatto avvenga sempre davanti al corpo, gli elementi di disturbo possono essere diversi: stanchezza, una condizione fisica non ottimale o la superficie non congeniale. Il giocatore sul campo può non rendersene conto e il ruolo dell’allenatore qui è fondamentale”.

Aveva il tennis nel sangue anche Raffaella Reggi, espressione più alta della scuola faentina da cui sono usciti Stefania Cicognani, dal bel rovescio a una mano, Gianluca Rinaldini, con le stimmate da predestinato ma arrivato solo al numero 128 del mondo, prima dell’incidente che l’ha reso paraplegico, Flora Perfetti, di quattro anni più giovane di Reggi, e Francesca Bentivoglio, che a 16 anni ha vinto lo Us Open junior e centrato i quarti agli Internazionali d’Italia, e a 17 ha lasciato il tennis.

Cresciuta prima alla Virtus Bologna sotto l’ala protettrice di Lele Spisani e Ferruccio Bonnetti, poi alla Nick Bollettieri Accademy, Raffaella Reggi si è rivelata col titolo all’Orange Bowl nel 1981, torneo cui nemmeno avrebbe dovuto prendere parte. Non è infatti inserita nella delegazione italiana per il tabellone principale, ma si conquista la wild card vincendo le pre-qualificazioni.

Gli anni ’80 non rappresentano certo il decennio migliore per il tennis italiano al femminile. Ma il trionfo di Raffaella Reggi in doppio misto allo Us Open del 1986, insieme allo spagnolo Sergio Casal, rappresenta un trionfo e un traguardo storico, con l’ulteriore soddisfazione di aver sconfitto in finale due mostri sacri della specialità, Martina Navratilova e Peter Fleming.

Vincerà cinque tornei, compresa l’edizione di Taranto degli Internazionali d’Italia nel 1985, e rappresenterà l’Italia in tre edizioni delle Olimpiadi: vince il bronzo a Los Angeles ’84, che segna il ritorno del tennis nel panorama a cinque cerchi, seppur solo come sport dimostrativo, Seoul ’88, dove si prende la briga e di certo il gusto di battere Chris Evert, e Barcellona ’92 che segna il suo ritiro dall’attività agonistica. Accompagnerà poi la nazionale, da capitano di Fed Cup, a Sydney 2000.

Due storie e due destini che si uniscono, nel segno del tennis. In tutte le sue forme e in tutti i suoi linguaggi.


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