RODDICK: IL RITIRO È STATO PIÙ FACILE DEL PREVISTO

In un’intervista al The Indipendent, prima del suo esordio nell’Atp Champions Tour, A-Rod ha parlato del suo ritiro senza rimpianti, della sua vita post-tennistica e dell’immarcescibile Roger Federer
venerdì, 5 Dicembre 2014

Se consideriamo che Roger Federer, il suo rivale, l’uomo che più di tutti gli ha negato una carriera stellare, ha un anno di più ed è attualmente al numero due del mondo, risulta difficile pensare ad Andy Roddick come ad un ex giocatore. E invece A-Rod manca dal circuito da più di due anni, da quel 30 agosto 2012, in cui disputò la sua ultima partita ufficiale, agli ottavi di finale dello Us Open, contro Juan Martin Del Potro. Un ritiro che arrivò come un fulmine a ciel sereno, annunciato proprio all’inizio di quell’edizione dello Slam della Grande Mela. Oggi ritroviamo Roddick di fronte ad un esordio, quello nell’Atp Champions Tour. L’ex numero uno giocherà in questi giorni il suo primo evento nel circuito senior, a Londra, nella suggestiva cornice della Royal Albert Hall. Lui, insieme all’altro esordiente Fernando Gonzalez, Tim Henman e Mark Philippousis animerà il week end nella capitale inglese.

E pure, vedendo i molti suoi quasi coetanei che si disimpegnano ancora bene nel circuito professionistico, viene da pensare che anche Roddick avrebbe potuto continuare a giocare, magari selezionando, come fece a suo tempo Andre Agassi, una serie limitata di eventi a cui partecipare, per preservare il fisico e non aggravare il cronico problema alla spalla che si è portato dietro nell’ultima parte della propria carriera. Contrariamente ai tempi di Agassi però, il regolamento della Atp impone agli atleti di disputare un gran numero di tornei e non prevede eccezioni alla regola. “Se avessi avuto la possibilità di giocare soltanto otto o dieci tornei all’anno”, ha detto Roddick, in un’intervista rilasciata al The Indipendent. “Magari avrei potuto pensarla diversamente sulla decisione di ritirarmi”.

L’americano però non è pentito della scelta fatta, ma anzi convive serenamente con la sua decisione. Il ritiro è stato più facile di quanto pensassi. Ero convinto che in alcuni giorni mi sarei svegliato e mi sarei sentito, come se mi avessero dato un calcio nello stomaco per la nostalgia”, ha dichiarato con la solita brillantezza di sempre. “Ovviamente mi manca il circuito, ma sono molto occupato e sento di avere abbastanza nella mia vita. Non ho nostalgia per i vaggi o gli hotel, ma per la disciplina, per il dover essere pronto alle otto del mattino, per l’avere la giornata sempre completamente programmata. Quando avevo del tempo libero, mi sentivo quasi strano. Nei primi sei mesi non ho fatto molto. Mi svegliavo al mattino e successivamente facevo un pisolino. Poi mano a mano ho iniziato ad essere più occupato”. Poi Roddick ha parlato dell’impatto avuto con la vita dopo il tennis: Quando mi sono ritirato ero spaventato per il rapporto con le persone che avrei trovato a casa. Per molti tennisti la vita sociale è limitata soltanto al circuito. Per me non è mai stato così. Ho sempre avuto una vita personale distinta, con amici che nulla hanno a che fare con il tennis. Erano felici quando vincevo ovviamente, ma la mia persona, per loro non si identificava con il tennis”.

E adesso, anche se la racchetta è saldamente appesa al chiodo, gli impegni non mancano e per questo Roddick non è attirato da una carriera da coach: “A casa ho una mia fondazione ed una società immobiliare alle quali pensare e inoltre potrei tornare ad essere un giocatore di tennis in qualsiasi momento”.

Tornare a giocare a Londra, per A-Rod, significa rimettere piede in una città che è stata teatro di tante belle soddisfazioni, ma soprattutto di tante delusioni, a cominciare ovviamente dalle tre finali perse a Wimbledon. L’americano ha comunque un buon ricordo della città e del pubblico: “Sulla carta è una relazione che non dovrebbe funzionare, un americano con il pubblico inglese. Ma io penso che loro abbiano apprezzato la mia onestà e sapessero bene cosa pensassi in quei momenti difficili”. E le delusioni vissute dall’americano a Londra, hanno tutte un solo ed unico volto, quello di Roger Federer. La sua nemesi, il rivale imbattibile, che continua a giocare e vincere, a dispetto del tempo che scorre inesorabile: “L’anno scorso tutti dicevano: ‘È cambiato, è un giocatore diverso. ‘No, la schiena fa male. Ma nel suo primo periodo, che io ho vissuto direttamente molte volte, lui era il miglior giocatore del mondo in attacco e il migliore in difesa. Lo scorso anno non ha giocato bene difensivamente, ciò significa che si è preso maggiori rischi, cercando di chiudere più rapidamente gli scambi. Secondo me lui aveva solo bisogno di recuperare la forma e tornare a giocare così alla sua solita velocità. Per capire cosa è stata per Roddick la “rivalità” contro Federer è sufficiente la sua ultima risposta, nel corso dell’intervista con il The Indipendent. Ricordando l’esperienza vissuta qualche mese fa, quando durante lo Us Open, per una rete televisiva americana A-Rod intervistò Roger, l’americano ha detto: “Gli chiesi dove trovasse le motivazioni per continuare, nonostante abbia vinto tutto e Roger rispose: Bè, adoro vincere sempre di più e odio perdere. Per lui era tutto molto semplice, ma non penso che  sia consapevole della tortura a cui ha sottoposto il resto di noi nel corso degli anni.


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