ROGER FEDERER, UN NOME, UN DESTINO

Federer festeggia 34 anni e guarda allo Us Open dopo la seconda finale consecutiva a Wimbledon. La sua storia di grandezza inizia già dal nome. E dalle ragioni per cui Robert e Lynette l'hanno chiamato Roger.
sabato, 8 Agosto 2015

TENNIS – “Ottimista, corretta, dinamica”. Tre aggettivi per l’autoritratto di mamma Lynette Roger Federer Foundation. È lei che ha scelto lo slogan della fondazioni per cui lo svizzero ha visitato il Malawi nelle scorse settimane: “Think positive”. Bastano queste poche pennellate a svelare il segreto di Pulcinella: Roger ha preso tanto dalla madre. Come lui, aveva talento sportivo, spirito competitivo, sana ambizione e notevole resistenza psicologica. Come lui, era una fuoriclasse in Sudafrica: ma giocava a hockey.

Finché non è arrivato Robert, figlio di un lavoratore tessile e di una casalinga, che a 20 anni ha lasciato la sua città natale, Berneck, nella valle del Reno sangallese, per andare a Basilea a lavorare alla Ciba. Dopo quattro anni decide di lasciare la Svizzera e trasferirsi nella sede sudafricana della compagnia, a Kempton Park, sobborgo non lontano dall’aeroporto internazionale di Johannesburg. Lì lavora come segretaria la 18enne Lynette Durand che viene da una famiglia Afrikaner e vorrebbe andare in Europa, in Inghilterra.

Si incontrano nel bar dell’azienda e iniziano a frequentarsi. Robert la porta allo Swiss Club a Johannesburg e Lynette, che giocava a hockey su prato, scopre una grande passione per il tennis, che la porterà a vincere il campionato inter-club del 1995 con il TC Ciba e poi a entrare nell’organizzazione del torneo di Basilea. Nel 1973 Robert sceglie di tornare in Svizzera. Robert e Lynette si sposano: nel 1979 nasce Diana e l’8 agosto 1981, all’ospedale cantonale, Roger.

Fino ad allora il Federer più celebre era stato Heinrich, un prete diventato scrittore nato nel 1866 e sceso nel 1902 in Abruzzo, dove ha scritto una serie di racconti in cui cerca di capire l’animo dei contadini e dei pastori.

Robert e Lynette decidono di chiamarlo Roger perché è un nome che si pronuncia facilmente anche in inglese. È un segno: in quella scelta c’è scritto un destino di grandezza. Un destino che Federer sembra vedere ben chiaro dai primi anni in cui prende in mano una racchetta e decide di lasciare il calcio per il tennis. È un bambino che adora Becker, e non Edberg, perché il tedesco comunica voglia di vincere. Un bambino che vuole giocare il tennis perfetto, ma scegliere il colpo giusto al momento giusto non è facile. Un bambino che si arrabbia se non riesce a giocare come vorrebbe e cambia quando incontra un coach australiano, Peter Carter, che morirà nel 2002 in un incidente durante un safari in Sudafrica.

“Non siamo mai stati troppo apprensivi, non avevamo aspettative utopistiche e abbiamo mantenuto i piedi per terra”, racconta papà Robert. “Insieme ai suoi amici poteva giocare a squash, pallacanestro, calcio, tennis, ping-pong”, ma a patto di rispettare le regole in famiglia. È Lynette a trasmettergli la passione per lo sport, come ha raccontato in un convegno a margine dei campionati nazionali juniores di un paio di anni fa, a Losanna. Si ricorda ancora le partite in cucina col piccolo Roger. “Spesso dopo pranzo, prima di andare a scuola, giocavamo uno contro l’altra. La cucina, piuttosto lunga, aveva due porte che servivano da reti” racconta. “Vinceva chi per primo arrivava a dieci e non gliela davo mai vinta per compiacerlo”. Come Martina Hingis, che ha praticato l’ippica, lo skate inline e la boxe, Roger di sport ne ha provati tanti, compreso il calcio che per mamma Lynette gli è molto servito. “Sono stata molto contenta che giocasse anche a calcio. Lo sport di squadra ha un’importanza enorme, perché si impara a perseguire lo stesso obiettivo e a comportarsi lealmente”. E qualcosa rimane, di quello spirito, tra le pagine chiare e le pagine scure di una carriera senza uguali nell’abbraccio degli assi di un colore solo nella sera di festa di Nizza per il suo primo trionfo in Davis.

Ma le strade devono sceglierle da soli. “I figli devono partecipare con il corpo e l’anima. Non deve essere un obbligo imposto dalla madre, dal padre, dalla scuola o dall’allenatore”. Nei due anni lontano da casa, Lynette va a trovarlo solo tre volte. È Robert che tiene i contatti con gli allenatori e gli assistenti scolastici. “È stato importante che mi abbiano lasciato spazio” ha commentato Federer in un’intervista per il sito di Credit Suisse, “e che abbiano avuto fiducia nei miei coach. I genitori devono mantenere le distanze”. E Robert, che all’epoca spendeva 30 mila franchi l’anno, conferma. “Non abbiamo mai sfidato i suoi allenatori. A differenza di altre famiglie non abbiamo quasi mai sostituito nessuno. Gli allenatori devono poter lavorare in pace”.

Gli ha dato, e si è dato, obiettivi graduali. “Quando è andato a Ecublens, ci siamo detti che gli davamo due anni”, ricorda. “Ma a 16 anni era ancora tra i primi 5 o 10 in Europa. E allora ci siamo detti: lasciamogli altri due anni”. A 17, diventa campione europeo juniores. E può volare da solo.

E quel figlio battezzato con un nome inglese perché il mondo potesse ricordarlo meglio, solo con quel nome guadagna 50 milioni di dollari l’anno di soli contratti commerciali. Ma non mette la faccia su qualsiasi cosa. Per lui, ha spiegato l’esperto di marketing e sponsorizzazioni Hans-Willy Brockes, “quel che conta di più è l’identificazione”. E Federer è ormai un cosmopolita, che si porta dietro i suoi valori di affidabilità e di eleganza, e i concetti positivi associati a un Paese piccolo e neutrale come la Svizzera. E col suo volto ha dato una luce nuova anche a beni di consumo comuni come le macchine da caffè o da lamette da barba. Anche perché piace Federer piace, ma non corrisponde al classico cliché dell’Adone.  “Il mio motto” ha spiegato, “anche a scuola è sempre stato: meglio non dire nulla che dire troppo”. Saranno gli altri a parlare. A ricordare. A tramandare l’esperienza religiosa e la ricerca della perfezione.


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