FEDERER, VIALE DEL TRAMONTO

La sconfitta con gli USA allontana lo svizzero dalla Davis. Per Roger è l'inizio della fine? Probabile, anche se Sampras, ad esempio...
lunedì, 13 Febbraio 2012

La sconfitta rimediata da Roger Federer contro John Isner sulla terra di Friburgo in Coppa Davis assomiglia a quella, altrettanto clamorosa, che subì Pete Sampras nella stessa competizione sull’erba di Houston contro lo spagnolo Alex Corretja, nell’aprile del 2002. Il record del gigante americano sul rosso era, prima di affrontare lo svizzero, di 15 vittorie (nessuna delle quali indimenticabile) e 21 sconfitte, tra cui alcune al cospetto di avversari dalla modesta classifica (Capdeville, Greul, Odesnik, Roitman). Forse il campo di Friburgo era più veloce di quanto gli svizzeri avessero desiderato, ma questo non può spiegare la debacle di Federer, aggravata il giorno successivo dalla prova incolore dello stesso Roger insieme a Wawrinka nel doppio che li ha visti perdere contro Mike Bryan e Mardy Fish. A questo punto, ciò che i milioni di tifosi di Federer (e del bel tennis) vorrebbero capire è se si sia trattato di un incidente di percorso o se invece il fuoriclasse di Basilea abbia imboccato il viale del tramonto. E, se sì, a quale punto del cammino si trovi.

ALBA, SPLENDORE E CREPUSCOLO – Esaminare i risultati e le prestazioni di Roger è, come per tutti i pochi campionissimi dello sport, una questione di punti di vista. Le vittorie e i trionfi a ripetizione hanno infatti il potere, peraltro irrimediabile, di alterare le prospettive, drogarle, renderle impermeabili all’oggettività. Invece, una visione lucida e oggettiva dovrebbe sempre partire dall’assunto che, nella competizione, la regola è vincere e perdere; l’eccezione è vincere sempre, come del resto perdere sempre. Così, volendo analizzare la situazione del campione elvetico, non si può prescindere dall’abbracciarne tutta la carriera e osservarne, rapidamente, l’evoluzione.

Dal suo primo incontro ufficiale nel circuito principale (la sconfitta rimediata a Gstaad contro l’argentino Lucas Arnold Ker ai primi di luglio del 1998) a oggi, Federer ha giocato 1.002 match ufficiali vincendone 814 per una percentuale di poco superiore all’81%. Naturalmente, non è sempre stato così. Se suddividiamo la carriera di Federer in tre porzioni di quattro anni ciascuna, tralasciando le prime due stagioni che sono irrilevanti per numero di match sostenuti (appena 35), scopriamo che dal 2000 al 2003 ha avuto una percentuale di incontri vinti del 71%, per passare a un fuorviante 92,9% nel periodo d’oro (2004-2007) e scendere al 77% dal 2008 al 2011. Perché fuorviante? Perché è stato proprio il periodo da “cannibale” che ha falsato la percezione che invece si deve avere in merito al rendimento dello svizzero, come di qualsiasi giocatore.

Altri grandi campioni hanno avuto stagioni memorabili; ricordiamo il 1974 di Jimmy Connors (93-6), il 1979 di Bjorn Borg (84-6), il 1984 di John McEnroe (82-3), il 1985 di Ivan Lendl (84-7) e, più recentemente, il 2008 di Rafael Nadal (82-11) e il 70-6 (con due ritiri) di Novak Djokovic l’anno scorso. Pochi però sono riusciti ad allungare questa eccellenza assoluta a più di una stagione e, come vedremo, tutti hanno pagato la lunga leadership con un declino più o meno rapido.

QUELLA SPORCA MEZZA DOZZINA – Uno dei metodi più sicuri per giudicare un giocatore consiste nel parametrarne i risultati con quelli dei suoi simili. Nell’Era Open, senza voler far torto a nessuno, c’è una ristretta elite di fuoriclasse che, per la longevità del loro dominio, si eleva sugli altri: stiamo parlando di Jimmy Connors, Bjorn Borg, John McEnroe, Ivan Lendl, Pete Sampras e Roger Federer. I primi cinque, che non sono più in attività, hanno contrassegnato le rispettive carriere con andamenti diversi.

Connors ha giocato ad alti livelli per oltre un ventennio, ha vinto il suo ultimo slam a 31 primavere e a 40 è clamorosamente tornato in semifinale agli US Open; Borg ha concentrato tutto dal ’74 all’81 ma, dopo aver perso appena 32 match in cinque anni, si è di fatto ritirato appena venticinquenne quando era ancora il numero due del mondo; McEnroe ha chiuso un lustro (1981-1985) con una percentuale di qualche decimo inferiore al 90% ma da quel momento non ha più raggiunto la finale in un major e, dopo un lungo periodo altalenante, si è concesso il canto del cigno con la semifinale di Wimbledon ’92; Lendl è stato oltre il 90% di vittorie nel quinquennio 1985-1989 ma da lì in poi è stato un lento quanto inesorabile declino, solo in parte mitigato dalla finale agli Australian Open 1991; Sampras, infine, ha chiuso un solo anno, il 1999, con meno di dieci sconfitte (8) ma dal 2000, dopo aver conquistato il suo settimo Wimbledon, è stato ventisei mesi senza alzare un trofeo prima di giocarsi il jolly agli US Open 2002 e chiudere in bellezza.

POLVERE DI STELLA – Dunque, visti i precedenti, si può decisamente affermare che il rendimento di Roger Federer, rapportato alla sua età, è tuttora superiore a quello dei suoi illustri predecessori e nulla parrebbe giustificare la sgradevole sensazione che, stavolta, ci troviamo veramente all’inizio della fine. Non solo. Tra i tanti primati di Roger, il più eloquente è probabilmente quello relativo alla continuità e ai piazzamenti negli slam: dagli Australian Open 2000, Federer ha giocato 49 major consecutivi e negli ultimi 31 non è mai uscito prima dei quarti di finale!

E allora? Non sarà mica una sconfitta contro Isner, pur brutta e inattesa, a cancellare in un attimo il fulgido passato e far addensare nubi di tempesta sul futuro? Certo che no, anche se i dubbi sul grado di competitività dell’elvetico permangono. Perché la concorrenza si fa sempre più agguerrita e, a differenza degli anni in cui Roger guardava tutti dall’alto, si ingrandisce sempre più il numero di coloro che lo affrontano con l’atteggiamento di chi sa che può batterlo. E spesso è il modo in cui perde, oltre al nome dell’avversario, ad amareggiare i suoi fans e alimentare le perplessità. Senza tornare troppo indietro nel tempo, vogliamo ricordare come sono maturate le sconfitte patite a Wimbledon con Berdych nel 2010 e, soprattutto, con Tsonga l’anno scorso, quando era avanti due set a zero? E i match-point non capitalizzati contro Djokovic negli ultimi due US Open? E l’ennesima bandiera bianca alzata contro Nadal tre settimane fa a Melbourne? L’elenco potrebbe allungarsi ma, in fondo, non è nemmeno questo il punto. La stella Federer, nel firmamento del tennis, c’è e splende ancora come e più di tante altre. Spetta a lui non trasformarla in polvere. Come?

L’ULTIMO GIRO DI GIOSTRA – Sono pochissimi gli allori di un certo spessore che mancano alla ricca collezione di Roger. In ordine (puramente personale) di importanza sono: Coppa Davis, Olimpiadi, Roma e Montecarlo. La prima, è risaputo, non la si conquista da soli (anche se Borg praticamente ci riuscì, nel 1975) ma Federer ha potuto avvalersi, in questi ultimi anni, della collaborazione di una spalla più che discreta come Wawrinka. Eppure, l’insalatiera non è mai stata una priorità per lo svizzero e con l’eliminazione di ieri la speranza di vedere Roger con le mani sulla coppa si sono ulteriormente ridotte.

Le Olimpiadi ci sono ogni quattro anni ma, dopo aver fallito i tre precedenti tentativi sul cemento di Sydney, Atene e Pechino, la possibilità di giocarle sull’erba, sia pur lenta come quella di Wimbledon, dà allo svizzero una chance in più di colmare il vuoto. Montecarlo e Roma, infine, nonostante le cinque finali complessive (3+2) sembrano autentici tabù, almeno finché ci sarà in circolazione Nadal.

Eppure, questi pur importanti traguardi non valgono probabilmente la metà di uno slam, ed è su quello che Federer, a mio avviso, dovrebbe puntare. Quando Sampras si aggiudicò gli US Open del 2002 aveva da poco compiuto 31 anni. Oltre al ko rimediato da Corretja in Davis, di cui ho accennato in apertura, le tappe di avvicinamento a New York erano state a dir poco mortificanti, per uno come lui: sconfitto da Kiefer ad Halle, da Bastl a Wimbledon, da Haas a Toronto, da Arthurs a Cincinnati e infine da Mathieu a Long Island. Nessuno avrebbe scommesso un solo cent su di lui. E invece vinse.

A questo, Federer deve puntare. A un ultimo, clamoroso giro di giostra, magari battendo Nadal lontano dalle ATP Finals, l’unico torneo in cui sembra che non ne avverta la sindrome. Wimbledon o New York. Quest’anno o, al massimo, il prossimo. Per una simile impresa gli si potrebbero perdonare sconfitte ripetute e la conseguente discesa in classifica. Altrimenti, vedere il suo tennis sublime malmenato a più riprese da carneadi picchiatori in cerca di un giorno di gloria sarebbe insopportabile per i suoi tifosi. E non solo. Due anni, Roger. Due anni ancora per la ciliegina sulla torta. E se non ce la farai, pazienza; saremo noi a farcene una ragione.


6 Commenti per “FEDERER, VIALE DEL TRAMONTO”


  1. Remo Borgatti ha detto:

    Vi ringrazio innanzitutto per aver letto l’articolo e per averlo commentato. Naturalmente, le mie sono solo sensazioni e non vogliono nella maniera più assoluta ergersi a sentenze. Credo che nessuno, nemmeno il tifoso più accanito di Nadal (che è la controparte della rivalità più significativa tra quelle che hanno caratterizzato la carriera di Roger), possa disconoscere la grandezza e l’eccellenza qualitativa del tennis di Federer. Così come i tifosi di Federer dovrebbero riconoscere allo spagnolo lo straordinario carattere e l’incredibile forza di volontà mostrata in questi anni. L’augurio, penso di tutti, è che allo svizzero sia rimasto un colpo in canna e sappia usarlo al momento giusto. Sarebbe, in quel caso, la sublimazione di un percorso difficilmente eguagliabile. Poi, a lasciare con la cintura (per usare un termine rubato al pugilato) serve coraggio perché sarebbe inevitabile, in tale ipotesi, sentirsi ancora adeguati per nuovi trionfi. Ecco perché ritengo che il gesto di Sampras dopo New York 2002 sia stato di una grandezza illimitata e auspico che, nel caso, Federer possa emularlo.

  2. Luisa ha detto:

    Una rondine non fa primavera, nel bene e nel male. E’ vero che non è la prima volta che si odono le trombe del giudizio universale squillare per Federer, ma è anche vero che vincere tre tornei per uno come lui è una sconfitta e non una vittoria. Adoro Rogerer ma non ne posso più di soffrire per quella testa che sul più bello s’impunta. Non voglio più vedere la paura nei suoi occhi, non ci sono abituata e non mi ci voglio abituare. Se riuscisse a vincere uno slam dovrebbe ritirarsi di corsa. Sarebbe meglio per lui e per noi, o almeno per me.

  3. Gabriella Tallone ha detto:

    L’anno scorso tutti a dire Federer e’ finito, poi dopo le tre vittorie di fine anno tutti a osannarlo. Sicuramente data l’eta’ sara’ piu’ difficile vincere uno slam. Non importa, io spero che continui ancora a lungo perche’ riesce ancora a fare delle partite di livello altissimo. Il suo gioco e’ entusiasmante!

  4. Siro ha detto:

    Complimenti, bellissimo ed interessantissimo articolo.
    Mi permetto giusto dire la mia riguardo a questo turno di Coppa Davis… Da Svizzero, e quindi da “suddito” di Re Roger, ma anche da supporter della Nazionale tutta, mi sento di dire che non dev’essere questo w-e a far squillare campanelli d’allarme sul possibile declino del King. Il suo atteggiamento é stato un poco discutibile, oserei dire quasi “svogliato”(ho potuto seguirlo dal vivo all’allenamento pubblico e poi in diretta in tutte le sue partite, rimanendo abbastanza deluso). Ed infatti qui in Svizzera per la prima volta si sono levati dei cori di disappunto e critica, anche in relazione a quanto detto da Federer su Wawrkinka, caduta di stile inusuale per lui. Non so se é stats questione di preparazione, scarso interesse per la competizione (possibile?) o cos’altro.
    In ogni caso secondo me questo w-e di Davis non é da considerare come un elemento indicativo del suo stato di forma… Chiaramente é un parere mio.
    Ho comunque l’impressione che ormai Federer sia dia al 100% solo in determinati tornei (tipicamente gli Slam) e che la distanza con gli altri é veramente minima (fame? Cattiveria agonistica?…), anche se, ci tengo sempre a sottolinearlo, é in pratica l’unico tra i top a riuscire a portere a termine una stagione ad alto livello senza arrivare in settembre / ottobre in pezzi (vedi Nadal e Djokovic delle ultime stagione, ma non solo). Prova ne é la straordinaria continuità negli Slam citata negl’articoli, ma anche nei Master di fine anno (pur se l’indoor aiuta in questo caso, ed il suo stile di gioco anche, in generale). È quindi da un punto di vista fisico non sono “preoccupato”… per altre cose un po’ di più… Ma non penso di esser l’unico. =)
    Grazie per la possibilità di esprimere le mie opinioni, e complimenti ancora per l’articolo!

  5. Mariarosa ha detto:

    Bellissimo articolo, mi vorrei complimentare con te Remo perchè hai analizzato la carriera di Roger meglio di chiunque altro. Sono una Superfan di Federer, per me il migliore di sempre anche dal punto di vista personale perchè a parere mio un campione non si misura solo dagli exploit durante la sua carriera ma anche dalla umanità che possiede e Roger di umanità ne ha molta. Sono d’accordo su quello che dici; per me è una questione diciamo così “fisiologica”, subentra l’età, la differenza sul campo si fa sentire e se guardiamo tra Federer e gli altri tre notiamo che c’è una differenza di cinque /sei anni e su un campo da tennis è notevole. La stanchezza entra in gioco molto prima e tenere il gioco per cinque set incomincia a diventare difficoltoso, ma è normale. Roger ci ha abituati fin troppo bene con tutte quelle vittorie per cui adesso che perde un pò di più ci sembra strano…per mio marito e me dovrebbe concludere la stagione e ritirarsi, lo so sarà triste non avere e non vedere più Roger nei tornei e la sua rivalità con Nadal ma la sua stella continuerà a brillare nell’Olimpo dei tennisti perchè per me e non solo E’e rimarrà IL PIU’GRANDE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI.

  6. Carlo ha detto:

    E’ triste da ammettere ma Federer dovrebbe avere il coraggio di lasciare dopo la prossima vittoria, rimarrebbe un mito. Mi fa male vederlo giocare e soffrire così.


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