ROLAND GARROS ‘13, UN INCONSOLABILE ‘DESERTO DEI TARTARI’

Tennis – Con l’ottava affermazione di Rafael Nadal, si conclude anche la 112sima edizione degli Open di Francia. Proviamo a snocciolare gli aspetti che hanno contributo a rendere questo Roland Garros uno dei più monotoni della sua gloriosa storia
domenica, 9 Giugno 2013

Tennis. La finale maschile tra Rafael Nadal e David Ferrer fa calare il sipario su di un’altra edizione del Roland Garros – la 112sima.  Tolta qualche rara eccezione (vedi l’ottavo di finale Gasquet Vs Wawrinka), la kermesse parigina si farà ricordare più per la sua monotonia che per il bel gioco. E allora qualcuno ci perdonerà se abbiamo l’ardire di considerare lo slam parigino appena conclusosi quale la trasposizione, in termini sportivi, de ‘Il deserto dei Tartari’, il romanzo che ha consacrato uno dei più raffinati scrittori italiani del novecento, Dino Buzzati. L’opera letteraria in esame si sviluppa all’interno della ‘Fortezza Bastiani’, ultimo avamposto ai confini settentrionali di un non meglio precisato regno, che domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione abbarbicata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza. Nell’attesa della “grande occasione” (ovverosia la possibilità di dimostrare il proprio valore, fronteggiando un attacco nemico) si consuma la vita di Drogo – il protagonista – e dei suoi compagni, che assistono impotenti al trascorrere inesorabile del tempo. Come lo stesso Buzzati ha dichiarato, lo spunto dell’opera è scaturito dalla noiosa routine lavorativa che, al tempo del concepimento del romanzo, scandiva i suoi giorni, dandogli la sensazione che quel tran tran dovesse proseguire senza termine, fino a consumargli inutilmente la vita. Ebbene, c’è forse un libro che – meglio di questo – possa raccontare la disposizione d’animo con la quale gli amanti del nostro sport hanno accompagnato, stancamente, la conclusione di questo major? Probabilmente no. Il sentimento che, senza distinzione alcuna, unisce tanto gli addetti ai lavori quanto i semplici appassionati che hanno seguito avidamente l’Open di Francia ha il sapore acre dell’amarezza. Sì, perché questa edizione 2013 ha avuto la straordinaria capacità di scontentare tutti: dal partito dei nostalgici – che ha atteso invano di assistere a delle sfide in cui, per una volta, i ‘gesti bianchi’ potessero rompere la ripetitività degli scambi muscolari – al partito palingenetico – desideroso come non mai di celebrare le gesta di un nuova leva tennistica, che riuscisse a conferire imprevedibilità alla competizione -; passando per coloro che, abbacinati dalla fascinazione per Roger Federer, speravano che il loro idolo potesse ancora deliziarli con le sue magie, in un incantesimo senza fine. Passiamo dunque in rassegna gli aspetti che hanno contribuito a rendere questo Roland Garros lo slam delle conferme.

Fallisce miseramente lo ‘scacco al Re’. Se mai ce ne fosse bisogno, Rafael Nadal ha ricordato al mondo di essere il più forte campione che abbia mai calcato un campo in terra rossa. Quella odierna è l’ottava affermazione agli Open di Francia: un record assoluto, se si considera che mai nessun atleta prima di lui era riuscito nell’impresa sportiva di conquistare otto volte lo stesso Slam, oltre che un torneo major per nove anni di fila. L’unica invariante della inarrestabile cavalcata del fenomeno maiorchino è stata la storica vittoria finale. Il suo inizio balbettante ha infatti contribuito a conferire pathos ai suoi incontri, quasi che il tennis stentato messo in mostra durante le prime partite avesse drasticamente ridotto le sue possibilità di confermarsi il re di Parigi. Ma ben presto le preoccupazioni e lo scetticismo che avevano accompagnato la prima settimana di gare hanno lasciato il posto alla convinzione che l’ ‘Indio di Manacor’ fosse ancora il rullo compressore che aveva monopolizzato le ultime edizioni del major transalpino. La svolta nel quarto di finale contro Stanislas Wawrinka. Un match durante il quale un avversario come lo svizzero, fin qui autore di una stagione da incorniciare, è stato spazzato via come un fuscello. Sparite, come d’incanto, tutte le perplessità che avevano contraddistinto i  confronti con Daniel Brands e Martin Klizan: i troppi gratuiti con il rovescio, la poca incisività con il dritto, le movenze impacciate sul lato sinistro (a detta di alcuni, per la difficoltà di trovare gli appoggi con la gamba sinistra, quella del ginocchio malconcio) e, ultima ma non ultima, la rinuncia ad uno dei colpi più micidiali del suo repertorio, il dritto anomalo (per evitare di scoprire troppo il campo e sottoporsi a sfiancanti recuperi difensivi). La sensazione è che l’ex n. 1 al mondo abbia allora disputato i primi incontri con il freno a mano tirato, convinto che fosse necessario conservare energie preziose in vista dei match più probanti. E sia poi uscito allo scoperto solo dai quarti di finale in poi, quando finalmente si è intravisto il campione che tutti conosciamo: implacabile in fase difensiva, inesauribile dal punto di vista fisico, spietato nei momenti topici e dotato di una forza mentale senza precedenti.

Djokovic costretto a rinunciare ai propositi di career grand slam. Le velleità dell’attuale n. 1 al mondo di conquistare il Roland Garros, l’unico trofeo major che manca al suo invidiato palmares, sono andate a sbattere contro il ‘muro’ Nadal. La semifinale di venerdì scorso – per tutti una finale anticipata – ha confermato ancora una volta che se c’è un atleta che ha le potenzialità per battere l’iberico sul ‘mattone tritato’ questo risponde al nome di Novak Djokovic. Il serbo è l’unico che, a più riprese, ha dimostrato di riuscire a minare alle certezze tennistiche del nativo di Manacor anche sull’amata terra rossa. Eppure, nonostante ‘RoboNole’ avesse fatto suo l’ultimo confronto su questa superficie (la finale di Monte-Carlo), due giorni fa si è dovuto inchinare alla fame di vittoria dello spagnolo. La partita in questione (il 35simo duello della serie), durata la bellezza di quattro ore e 47 min. di gioco, è stata più palpitante che bella. Il pubblico pagante è stato costretto ad assistere ad uno stuolo di errori commessi dai due semifinalisti, per fortuna intervallati da alcuni virtuosismi atletici. E sono inoltre stati rarissimi i momenti in cui gli snervanti scambi da fondo campo sono stati rotti da discese a rete, variazioni sul tema o colpi non convenzionali. In ogni caso, onore a Rafa, che si è dimostrato il più irriducibile dei combattenti, volgendo a proprio vantaggio una partita che all’inizio del quinto set sembrava avesse preso i binari della sconfitta.

La prima finale slam di David Ferrer. Complice un sorteggio fortunato e l’inattesa eliminazione di Federer da parte di ‘Cassius’ Jo Tsonga, Ferrer ha raggiunto quest’anno la sua prima finale major in carriera. Dopo la conquista del Master 1000 di Parigi-Bercy, il traguardo odierno è l’ulteriore premio ad una vita – quella del ‘motorino di Javea’ – completamente sacrificata al tennis. In nessun atleta più che in ‘Ferru’ si percepisce, prepotente, il conflitto tra il desiderio di affermazione e il risibile talento su cui poggiare i propri successi. Ma l’abnegazione, lo spirito di sacrificio e la determinazione con la quale il n. 5 Atp ha inseguito il suo sogno sono stati tali da obnubilare il deficit di partenza. Tanto che, raggiunta la piena maturità tennistica, lo spagnolo è ormai avversario fuori portata per chiunque veleggi in posizioni di classifica meno nobili delle sue (‘Alì’ docet!). Purtroppo, nemmeno la sua tenacia e la sua caparbietà sono bastati a colmare il gap che lo dividono dai Fab-Four, ed in particolar modo da Nadal. Un dato di fatto testimoniato anche dai bookmakers, che nella giornata di ieri, anche in ragione dello score impietoso di 16 sconfitte a 1 patito sul rosso contro il suo più titolato connazionale, avevano già cominciato a pagare quei fortunati scommettitori che avevano puntato sulla vittoria finale del maiorchino. E la finale odierna – una delle meno entusiasmanti che si ricordino – non ha fatto che confermare le impressioni della vigilia, decretando il facile successo del ‘Toro di Manacor’.

Federer delude ancora. Altra conferma che ci giunge da questo Roland Garros è il preoccupante stato di forma tecnico-atletica di Roger Federer, autore dell’ennesima performance deludente (per usare un eufemismo). Lasciando stare i primi tre turni, disputati contro rivali troppo modesti per fare da banco di prova, il fenomeno elvetico è apparso ancora una volta il fantasma di se stesso. Le prestazioni offerte contro Gilles Simon e Jo Wilfried Tsonga hanno infatti confermato l’enorme involuzione subita dal suo gioco. Sconvolge vedere sua ‘maestà’ commettere tutti quegli unforced, steccare a più riprese la palla, non riuscire più a far male con il suo colpo migliore, il dritto anomalo (inside in o inside out), palesare eloquenti difficoltà nei movimenti orizzontali e, infine, essere inconcludente con il servizio. L’impressione è che le difficoltà attuali del 17 volte campione Slam siano conseguenza più di problemi fisici che motivazionali. In altre parole, quello che manca al nativo di Basilea non è tanto il desiderio di infrangere nuovi record, ma una tenuta atletica che gli permetta di confermare gli standard a cui ci ha abituato, in un momento storico in cui il tennis ha sempre più i connotati ipertrofici della potenza e dell’esplosione muscolare. Rebus sic stantibus, non ci resta che confidare nel torneo di Wimbledon ormai alle porte. D’altronde, il rapporto simbiotico che esiste tra l’ex leader delle classifiche mondiali e i campi di Church Road potrebbe avere insperati effetti taumaturgici sulla sua schiena malandata, permettendoci di godere ancora delle sue inimitabili capacità cinestetiche.

Gli enfant prodige rimandati a data da destinarsi.  Nessun elemento di novità ci giunge poi dalla pletora di giovani talenti (o sedicenti tali) che affollano il circus. La corsa di Grigor Dimitrov – troppo frettolosamente vaticinato quale il naturale epigono di Roger Federer – si è infatti fermata al terzo turno. Ancora troppo acerbo il suo tennis per impensierire ‘Djoker’, che si è così prontamente vendicato sul bulgaro, che lo aveva sconfitto in quel di Madrid. Stessa cosa dicasi per Jercy Janowicz e Benoit Paire, che non hanno saputo recidivare le buone prestazioni messe in mostra agli Internazionali, cedendo il passo a Wawrinka e Kei Nishikori, atleti che, di lì a poco, sarebbero stati inceneriti da Nadal. Inoltre, continua a rimanere irrisolto il rebus Ernest Gulbis: da molti pronosticato quale possibile outsider di questi Open di Francia, e invece uscito prematuramente dal torneo ad opera di Gael Monfils, uno che, dopo due anni di calvario fisico, si è tolto il lusso di estromettere anche Tomas Berdych. Infine, non pervenuto Bernard Tomic, che di questo passo rischia di gettare alle ortiche il grande talento di cui madre Natura lo ha dotato.

Nell’epilogo de ‘Il deserto dei Tartari’, Drogo, il protagonista del romanzo, dovrà lasciare la Fortezza, dopo oltre trenta anni dal suo arrivo, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione. Drogo, infatti, riflettendo su tutta la sua vita, capirà, nei suoi ultimi istanti, quale fosse in realtà la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo non ha quindi centrato l’obiettivo della sua esistenza, ma ha sconfitto il nemico più grande: la morte. Con questa raggiunta consapevolezza di aver combattuto questa battaglia decisiva e più importante, Drogo muore riappacificato con la sua storia, della quale ha finalmente trovato un senso che supera la sua individualità personale.

Facendo tesoro dell’insegnamento lasciatoci in eredità da Buzzati, non sarà che la vittoria più grande per un amante del tennis sia accettare che il suo amato sport, come qualsiasi altra disciplina, abbia la sua evoluzione?  

 


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