ROLAND GARROS, LO SLAM PIU’ AMATO DAGLI ITALIANI

Il Roland Garros è lo Slam in cui gli italiani si sono tolti le soddisfazioni maggiori. Come arriva quest'anno il tennis azzurro alla Porte d'Auteuil? Le ambizioni di Fabio Fognini e Simone Bolelli, i record di Andrea Arnaboldi, le pressioni su Sara Errani, il guado di Camila Giorgi.
giovedì, 21 Maggio 2015

Affinità elettive. Tra gli italiani e il Roland Garros il rapporto è antico, il legame forte, dalla finale di De Stefani alla semifinale di Silvana Lazzarino, dai trionfi di Pietrangeli e Panatta al pezzo di storia scritto da Francesca Schiavone. Ma in campo non va la storia, che pure nessuno la può inventare. E l’oggi del tennis azzurro vive di accenti e presentimenti, di fugaci momenti gloria e colori della passione ben superiori a tre della bandiera.

Uomini. Come arriva il nostro tennis allo Slam più amato dagli italiani? Al maschile, l’ottimismo è d’obbligo. Oltre a Fognini e Bolelli, insomma, c’è di più. Il numero 1 azzurro ha riscoperto la passione di Roma, e il Foro ha ritrovato un tifo da stadio per un talento dai chiaroscuri caravaggeschi che quando sente vento e Francia dalle parti della Porte d’Auteuil si esalta (chiedere per credere a Monfils e Montanes, per la serie NMM). Bolelli ha aggiunto allo staff Galimberti: l’unità nella molteplicità. I nuovi stimoli, i nuovi occhi che guardano la stessa realtà fin dove potranno spingerlo? Potranno riavvicinarlo al suo best ranking, raggiunto prima dello strappo di Montecatini e degli infortuni? Sul rosso di Parigi si era rivelato contro Del Potro, Parigi val bene una seconda chance anche per lui. La partita doppia di Fabio e Simone, che solo per scaramanzia non hanno ancora prenotato un posto sul volo per Londra per le Finals, aggiunge motivi di interesse a un torneo che si è già acceso nella settimana delle qualificazioni. Merito di Vanni e del 16-14 al terzo contro Ungur (anche se inizialmente non aveva nemmeno realizzato che non si gioca il tiebreak al terzo set), merito dell’uomo dei record, Andrea Arnaboldi. Che superi o meno Trungelliti all’ultimo turno, il 27enne milanese ha già un posto nella piccola grande storia del tennis. Contro Pierre Hugues-Herbert ha giocato e vinto il singolare più lungo di sempre sulla distanza breve, al meglio dei tre set, sia in termini di durata (4 ore e 30, quattro minuti in più di Federer-Del Potro alle Olimpiadi, 4 ore e 26 contro 4 ore e 30, sia per numero di game, 71, cinque in più di Tsonga-Raonic sempre a Londra 2012). Le settimane di Roma, tra il Challenger del Garden e il Foro, hanno restituito anche un Cecchinato pronto al salto in top-100, con un tennis più maturo e consapevole, e un movimento finalmente profondo. In attesa di rivedere Baldi e di testare le potenzialità di Napolitano (che ha una palla ancora troppo leggera) e Quinzi (che dalla vittoria a Wimbledon junior gioca senza servizio e dritto o quasi), le ultime settimane hanno fatto scoprire la personalità già solida di un Matteo Donati già formato nel fisico e nella testa. L’allievo di Massimo Puci mostra già l’impostazione del giocatore fatto e finito e, anomalia nel panorama italiano, un tennis tutto modellato in attacco, con i piedi vicini alla riga e quella voglia di controllare lo scambio con i colpi di inizio gioco che lascia intravedere grandi orizzonti di gloria.

Donne. L’Italrosa fiorirà? Forse che sì, forse che no. Più no, a giudicare dalle ultime settimane. Il settore femminile, che ha sorretto l’intero tennis azzurro o quasi negli ultimi tempi, è nella più critica delle fasi di ricambio generazionale. La fretta e la voglia di vincere sempre, contro tutto e contro tutte, di Camila Giorgi la sta portando a diventare una perfetta giant-killer nei giorni in cui il puzzle è completo, ma per chi da tanto si aspetta di vederla stabilmente in top-10 la diminutio non è e non sarà senza conseguenze. Si spiegano anche, per non dire soprattutto, le critiche, sempre uguali, sempre quelle, che accompagnano le sue sconfitte. Critiche di appassionati delusi, critiche di chi le chiede tanto, e verrebbe da pensare ormai troppo, e la vede sempre, solo, in modalità “life is a rollercoaster”. Giant-killer stava per diventare anche Karin Knapp, che potrebbe e dovrebbe dare a molti lezioni di etica del lavoro e spirito di sacrificio, ma resta nel suo tennis di potenza e intelligenza come un fiore non colto, un sottotesto che appare e riappare come l’alta marea nei momenti che valgono doppio: cosa ti manca? Cosa non hai? E la risposta ormai canta nel vento. Sara Errani, che deve difendere il quarto dell’anno scorso, si presenta con la pressione di doversi confermare e di voler evitare le domande, sempre uguali pure quelle, sul suo servizio. Roma non le ha fatto certo bene da questo punto di vista: due partite, due storie tese, il rimpianto della resa contro una McHale che si è trovata catapultata nei quarti per il forfait di Serena Williams. E quel “che sarebbe successo se…” riecheggia ancora, a portare una nuvola di dubbi che non sarà facile far evaporare in una nuvola (di terra) rossa. Con Flavia Pennetta che ormai mette in palla tutte le avversarie e una Francesca Schiavone che non ha trovato sollievo nemmeno con Simona Halep come compagne di doppio, l’immagine di un passaggio di tempo e di consegne è ormai più chiara delle fresche e dolci acque. Come chiara e trasparente è la situazione del mare nero del tennis femminile, che dietro le top player storiche, dietro le quattro “moschettiere” c’è una sottigliezza che si taglia con un grissino. Tanto che la wild card per gli Internazionali stava per andare a una svizzera di 28 anni che ha quasi smesso con l’attività internazionale e gioca in serie A2 col circolo romano della Ferratella. Se la sfortunatissima Nastassja Burnett, che ha vinto le prequali ma è durata prevedibilmente poco nel tabellone principale, rappresenta il meglio che l’attuale tennis italiano è in grado di esprimere come speranze per il futuro, i prossimi Roland Garros potrebbero non essere poi così azzurri.


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