RYAN LA SPERANZA

Licenziato da poco l’allenatore, Harrison deve ri-trovare la retta via dopo diversi match che ne hanno fatto emergere un carattere fumantino. Sarebbe una piccola rivincita anche per il suo Stato d’origine…
lunedì, 5 Dicembre 2011

Una piccola anomalia all’interno di una grande anomalia. Il destino di Ryan Harrison pareva segnato sin dai primi passi della sua fanciullezza. Complice quel padre, Pat, che diversi anni prima che il suo primogenito venisse alla luce aveva tentato, senza fortuna alcuna, l’avventura tra i pro’, il piccolo Ryan non ha probabilmente mai avuti dubbi su cosa sarebbe diventato da grande: un tennista professionista. Il suo percorso era già stato deciso, doveva soltanto adeguarsi e mettere in mostra quanto necessario: Madre Natura gli aveva fornito tutte le carte in regola per farlo. Già dall’età di 8 anni l’educazione scolastica di Harrison fu messa in secondo piano e il padre, così come per il fratellino Christian, pianificò nei minimi dettagli lo sbarco verso il circuito mondiale. La prima mossa da fare, e si deve tornare indietro di quasi 11 anni, fu quella di abbandonare il loro Stato d’origine, la Louisiana.

Louisiana. Lo stato noto per annoverare all’interno dei suoi confini la città di New Orleans, oltre a vantare altri particolari che la distinguono dal resto degli Stati Uniti. Ad esempio, avere il territorio diviso in parrocchie (parrish) e non in contee (county) oppure il non adottare il Common Law, bensì il Civil Law, così come accade nei Paesi tipicamente latini, retaggio dell’epoca in cui la Louisiana, e il nome stesso tradisce ciò, era dominata dai francesi. Poi Napoleone, necessitando finanziamenti, vendette la terra ai neo indipendenti U.S.A., ma lo Stato che ha la capitale amministrativa sita a Baton Rouge (altro riferimento transalpino) permane una grande anomalia nel Nord-America, per quanto sopra e non solo. E se la Louisiana è un posto particolare rispetto a quanto le sta intorno, Shreveport è un’altra piccola contraddizione, perché, differentemente dai centri rivolti sul Golfo del Messico, come appunto New Orleans, questa è una città che sorge in un territorio ben diverso, pianeggiante e boschivo, lontano da quelle che sono le immagini a noi note della Louisiana. E a Shreveport, a tre passi dal confine col Texas, è nato proprio Ryan Harrison. Una piccola anomalia all’interno di una grande anomalia.

Pat Harrison, a Shreveport, fungeva da capo della struttura maestri nel locale circolo tennis, ma le possibilità che i proprio figli crescessero in un posto sportivamente stimolante erano veramente scarse, così, nel 2000, complice il possibile accrescimento professionale del capofamiglia, gli Harrisons si trasferirono nel vicino Texas, in una piccola località sorta nella periferia di San Antonio, New Braunfels, dove ha sede la John Newcombe Tennis Ranch & Tennis Academy. Qui Pat avrebbe cominciato ad insegnare, mentre Ryan avrebbe trovato le persone giuste con cui poter crescere. Così è stato, alla Newks Tennis Academy Ryan è effettivamente migliorato, tanto da diventare uno dei “prospect” maggiormente seguiti dalla USTA. Palmares alla mano, non si può certo negare che Harrison non sia stato un tipo che ha bruciato le tappe, a tal punto da salire agli onori delle cronache già alle prime apparizioni internazionali. Per intenderci, a nemmeno 16 anni il giovanotto, grazie ad anche un fisico che poco aveva da spartire con quello dei ragazzi della sua età, raggiungeva le semifinali agli Australian Open Junior e la settima posizione nel ranking mondiale degli under 18. Quando poi, a cavallo tra il 2008 ed il 2009, un persistente dolore alla caviglia lo ha messo k.o per oltre 8 mesi, non ci furono grandissimi tremori da parte dei suoi fans, perché il suo rientro fu immediatamente convincente tanto da mettere a tacere voci di possibili condizionamenti dovuti all’entità del malanno.

Come abbiamo avuto modo di affermare, e lo ribadiamo, Harrison ha precorso il ciclo della natura, ed a 19 anni possiamo già definirlo una brillante realtà del circuito maggiore: il 2011, in tal senso, ha fugato ogni dubbio, con diverse prestazioni che ne hanno messo in evidenza le qualità. Già vincente a livello challenger, Ryan ha posto il proprio repertorio sotto i riflettori, dopo il prologo dello scorso U.S. Open, ad Indian Wells, dove ha raggiunto gli ottavi di finale eliminando, al termine di una strepitosa partita, un altro talento in ascesa come Milos Raonic. La sua estate sul cemento americano era inoltre iniziata nel migliore dei modi, con le semifinali ad Atlanta e a Los Angeles che ci prefiguravano una grande stagione da parte sua: così non è stato. Ed in molti, negli Stati Uniti, fanno risalire ciò non tanto ad un problema di esperienza, quanto a limiti caratteriali che lo stesso Ryan avrebbe fatto emergere nel corso dei match più importanti. Non un caso, insomma, che le partecipazioni a Roland Garros e a Wimbledon siano giunte solo mediante ripescaggio a causa di sconfitte inattese contro giocatori meno rodati di lui (Marti e Stebe), non un caso che negli appuntamenti che contano – con Cilic a New York e con Djokovic a Cincy – al di là di prestazioni non confortanti, Harrison si sia lasciato andare ad atteggiamenti non concilianti con il corretto modo di stare in campo, dalla rottura di racchette alle parole irriguardose.
Qualche scoria a livello caratteriale, qualche gesto fuori posto non possono però condannare in toto una stella in ascesa come Ryan Harrison, nemmeno quando in campo appare quasi insofferente, manifestando un certo disagio, lo stesso che la sua terra sta vivendo in questi ultimi anni, a cominciare dall’uragano Kathrina che ha messo in ginocchio – e ricordato quanto a rischio sia – una città come New Orleans, per continuare col crescente livello di povertà che condanna la Louisiana ad essere uno degli Stati meno abbienti degli U.S.A. Senza dimenticare il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Insomma terra senza fortuna: non a caso, Harrison, per trovarne, è dovuto scappare.

A riprova di alcune difficoltà sorte nella gestione sportiva, un particolare non di secondo piano consiste nei continui avvicendamenti tecnici che nel corso delle ultime due stagioni hanno interessato il talentino di Shreveport: dopo la Newcombe Academy, varie persone si sono succedute sulla sedia da coach, da Martin Damm per conto di Nick Bollettieri, ad altri rappresentanti direttamente indicati dalla USTA, fino a Scott McCain, insediatosi a maggio, che però, notizia fresca, è stato rimosso dall’incarico: chi lo sostituirà? Chiunque sia, di sicuro troverà una situazione stimolante, perché, come ricorda Jim Courier, stiamo parlando di un giocatore a tal punto interessante che, “nonostante sia attualmente classificato al numero 79 della classifica mondiale, è ancora piuttosto rozzo e dispone di diversi ed evidenti margini di miglioramento”. Il classico compito arduo, allenarlo, ma che potrebbe effettivamente regalare grandissimi motivi di soddisfazione: d’altronde il padre lo ha preparato a questo sin da piccolo, svegliandolo regolarmente alle 5 di mattina pur di incanalarlo verso la strada che nonostante tutto sta percorrendo.
Curiosità televisiva a chiosa: nei pressi di Shreveport è ambientata una delle serie televisive più in voga delle ultime stagioni, “True Blood” della HBO, che lì ha individuato la location ideale per le avventure di vampiri e altre creature innaturali. Solo questo? Non è che la smania e l’ardente voglia degli statunitensi di vedere un proprio giocatore finalmente competere seriamente coi grandi tennisti, prevalentemente europei, sia a tal punto sanguigna da scomodare la metafora dei vampiri? Ryan, pensaci tu! Non c’è yankee che non si auguri che tu diventi una piccola anomalia (un tennista made in U.S.A. finalmente competitivo ad altissimi livelli) all’interno di una grande anomalia (chi si sarebbe aspettato, un decennio fa, che gli Stati Uniti sarebbero diventati dei semplici comprimari?)


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