SARA ERRANI, UNA STAGIONE IN ASCESA

Tennis. Sara Errani ha iniziato male l'anno ma, torneo dopo torneo, sta migliorando costantemente il suo rendimento. Ripercorriamo il suo breve percorso della presente stagione, chiedendoci: riuscirà Sara a confermare i successi del 2012?

Tennis. Sara Errani poco più di un anno fa conquistava i quarti dell’Australian  Open e agguantava una storica finale di doppio, persa sul filo del rasoio assieme a Roberta Vinci. Molti credevano che il suo exploit fosse un più unico che raro;  e invece la venticinquenne bolognese ha stupito tutti, completando  un 2012 meraviglioso mettendo a segno i risultati che tutti sappiamo. Sara completava l’anno da numero 6 al mondo, oltre alla prima posizione in  doppio, con quattro tornei conquistati e cambiali pesantissime in tre dei  quattro slam. Se è difficile imporsi nell’imprevedibile mondo del tennis, ancora più duro è conservare il proprio ruolo di top ten: una sfida non  piccola, se si pensa quanto il successo di Sara abbia del miracoloso. La domanda che si sono posti tutti è: Sara si saprà ripetere?

Errani ha sicuramente fondato la chiave del suo successo sull’intelligenza tattica; dal basso del suo metro e sessantaquattro, in continua lotta contro giunoniche avversarie alte 20 centimetri in più, ha impostato la sua tattica  sulle variazioni sul gioco a rete e sui cambi di ritmo che spesso riescono a  disinnescare le certezze di avversarie più dotate. La sua rapidità, grazie a una forma fisica spaventosa, unita a una saldezza mentale quasi mai soggetta a cedimenti – paragonabile a quella di un Ferrer, oltre che per lo  stile di gioco – sono stati i segreti della sua salita ai vertici delle classifiche. Le  qualità della romagnola sono tuttavia di natura molto fragile: basta un piccolo  infortunio, un periodo di relativa stanchezza, oppure il minimo scoramento  psicologico a minare molto gravemente la sua stagione.

Un’altra questione che molti si ponevano era la seguente: Sara ha destabilizzato le avversarie giocando un tennis insolito nel circuito femminile, catturandole  quasi sempre nella sua ragnatela di pallonetti e colpi tagliati; ma cosa sarebbe  successo quando le altre tenniste si sarebbero abituate al gioco della  romagnola, imparando a non cadere più nei suoi tranelli? Quando avrebbero  saputo vanificare il servizio facilmente attaccabile e un gioco da fondo solido  ma poco potente? Queste e altre domande hanno scatenato molti dubbi su una sua lunga permanenza nel tennis che conta.

In effetti, i risultati di inizio anno non sono stati tra i più incoraggianti. A Brisbane perde contro Daniela Hantuchova: la slovacca, reduce da un periodo non molto positivo, riesce a battere in rimonta la romagnola: dopo aver vinto il primo set 6 a 4, perde di misura il secondo conquistando un solo game e cede per 7-5 nel parziale decisivo. La Hantuchova è protagonista di un’ottima prova, segnando numerosi vincenti in risposta e colpi piatti dal fondo; i recuperi in top di Sara, che avevano messo in difficoltà molte colleghe, non fanno male all’avversaria, che chiude spesso a rete con efficaci schiaffi al volo.

Anche nel Premier successivo, quello di Sydney, il cammino di Sara si ferma presto: batte sì di misura Maria Kirilenko, ma poi viene letteralmente spazzata via dalla bambola assassina Dominika Cibulkova, che le lascia due miseri game. Siamo al primo turno degli Australian Open, il torneo che l’aveva vista ottenere la sua prima grande impresa. Tutti gli occhi erano puntati su di lei. Dall’altra parte della rete, la spagnola Carla Suarez Navarro. I pronostici sono tutti a favore dell’italiana, che l’anno scorso l’aveva sconfitta in scioltezza, sia sulla terra di Barcellona che sul duro di New Haven. Eppure, appena scesa in campo, Sarita sembra contratta, gioca palle corte che per l’iberica sono un invito a nozze per concludere vincenti con il suo magnifico rovescio a una mano. L’italiana non convince, sembra spenta e rinunciataria; alcuni additano come colpa la pressione esercitata dai media italiani e le aspettative dei tifosi e della Fit. La stagione australiana è di certo un fiasco: appena 185 i punti conquistati, rispetto ai 600 del 2012 e la vittoria in doppio del primo slam della stagione solo in parte supplisce all’insuccesso nel singolare.

Errani, per cercare di raggranellare qualche punto, parte per disputare Parigi GDF Suez (che l’anno scorso non aveva disputato). Sarà l’aria della città francese, che le aveva regalato su altri campi una storica finale slam, ma qui la Sara che vediamo, pur ancora lontana parente dalla Super-Sarita dell’anno scorso, riesce a issarsi sino in finale (anche grazie a una buona dose di fortuna, che non guasta). Non concede alcun game a Rybarikova e Berthens – le quali, deluse e infortunate (?) si ritirano a fine primo set, forse per evitare il bagel. La partita più dura è ai quarti, ancora contro la Suarez, nella quale si vendica con una vittoria sofferta. In finale però son dolori: Mona Barthel la congeda in due set e le nega il titolo. Sara è in totale balìa dell’avversaria: può solo approfittare degli errori della tedesca, che però non superano i vincenti, e viene mandata a casa in due set. Tuttavia Sarita, grazie al buon risultato a Parigi si porta a quota 405 punti, riparando in parte ai punti persi nello slam australiano.

La settimana dopo è autrice di una discreta prova in Fed Cup, dove riesce a portare il team italiano in semifinale contro i resti deambulanti della squadra statunitense: supera Hampton ma subisce una sonora sconfitta sulla sua terra da un’ottima Varvara Lepchenko, che riesce ad allungare l’incontro fino al doppio decisivo: qui la provvidenziale coppia delle Chichi salva tutto, la faccia della Fit in primis, e riesce a conquistare la vittoria, scongiurando una sgraditissima sorpresa firmata USA.

E ora veniamo a queste due ultime settimane, che hanno segnato la svolta in positivo per la prima tennista azzurra, risollevandola da uno stato di discesa preoccupante. A Doha, dopo aver superato Timea Babos, riesce a vendicarsi di Hantuchova: la slovacca è in forma e picchia duro, così come aveva fatto poche settimane prima. Sara tuttavia reagisce in modo diverso: sta attaccata ad ogni punto e non esce mai sovrastata dai colpi piatti della sfidante. Vince il primo set e dopo aver perso il secondo per 5 a 7 domina il terzo 6 a 2: una Errani ben diversa da quella arrendevole che avevamo visto poco prima, colei che fa della lotta nelle lunghe maratone il suo punto di forza. Nulla può nel turno successivo con l’ululante number one Victoria Azarenka, vincitrice del torneo. Il 62 62 inflitto dalla tennista bielorussa è però bugiardo; Sarita riesce spesso a prendere l’iniziativa del gioco e a spingere dal fondo mettendo a dura prova le doti difensive di Vika. Scende poco a rete, perché teme i passanti in recupero dell’Azarenka, la più potente e straordinaria delle cosiddette ‘regolariste’. Sara esce sconfitta, ma si è fatta valere. Con 730 punti entra in top ten nella race 2013 (nono posto) confermando così la sua attuale posizione.

Sempre in terra araba, ancora più confortante è l’appena concluso torneo di Dubai. Si dice che una giocatrice si può stimare una vera campionessa quando riesce a vincere anche quando non gioca il suo miglior tennis – detto in altre parole, quando gioca male. Ebbene, la settimana scorsa Sarita ha dimostrato di essere una top ten coi fiocchi, se si misura con questo curioso metro di giudizio. Innanzitutto, il match di primo turno contro la prosperosa Julia Goerges. Si capisce sin dai primi scambi che la partita verrà fatta dalla tedesca, nel bene e nel male: Goerges serve e risponde con una potenza paragonabile ad un uomo, ma ha sempre pagato le sue sconfitte a causa di un senso tattico disastroso. Sara, dopo oltre due ore, riesce a chiudere grazie alla sua regolarità e ai suoi slices, ancora più insidiosi quella giornata, il cui vento – come ha dichiarato la stessa Sara – ha influito spesso sulla direzione della palla. Dopo aver superato una non brillante Sorana Cirstea, ai quarti si scontra contro Nadia Petrova: un’altra picchiatrice come la Goerges, un’altra estenuante maratona. La Petrova sbaglia tanto e concede il primo set; la russa è visibilmente innervosita, parla da sola maledendo sé stessa e getta la racchetta a terra. Dopo un piccolo colloquio con il suo coach, riprende le redini del gioco e inizia a produrre vincenti a ripetizione: il secondo set non ha storia e vede una Sara completamente inerme rispetto ai colpi dal fondo della russa, che le infligge un sonoro 6 a 0. La nostra, digerito il boccone amaro, raccoglie le proprie ceneri sparse e ricomincia a saltare su ogni punto come una pulce. La Petrova continua a spingere ma si vede ritornare ogni palla indietro: tenta di colpire più forte, ma spesso lancia la palla verso le tribune. Stanca e frustrata, la russa si offre malvolentieri alla trappola certosina di Sara, che si aggiudica comodamente il set decisivo.

Sulla semifinale contro Roberta si è tanto discusso. La situazione è purtroppo questa: la Vinci non sa reggere mentalmente un match con la sua migliore amica. Mentre nei giorni precedenti aveva battuto brillantemente Stosur e Kerber facendole impazzire con slices e dritti incrociati, quella che mette in scena con Sara è una partita ai limiti della decenza. Non so se e quale tattica avrà concordato con il coach Francesco Cinà, ma gli effetti sono stati disastrosi: per tutto un set e mezzo la partita si è basata su un opprimente scambio sulla diagonale del rovescio: a quello di Sara si opponeva il back di Roberta, per una sequenza che a volte sfiorava i trenta colpi. Quando la Vinci si accorge che tentare di superare Sara nella regolarità dello scambio lungo e tenta di essere più offensiva, ormai il match è compromesso. Sara ringrazia e le due si abbracciano: dolce epilogo speculare all’analogo derby nei quarti di Flushing Meadows 2012.

Così, a distanza di due settimane, Sara raggiunge la seconda finale Premier in carriera: l’avversaria è una ritrovata Petra Kvitova che, snellita e poco più agile negli spostamenti, sta riacquisendo la brillantezza di due anni fa. Il primo set è impietoso: Kvitova fa quasi una trentina di vincenti e tira tutto: i primi tre game raccontano un disarmante parziale di 12 punti a 3 per l’ex numero due del mondo. Ma è proprio quando il secondo set sembra una scontata formalità a vantaggio della ceca che accade l’imprevisto: Petronia si rilassa e comincia ad essere meno implacabile al servizio. Sara sfrutta ogni punto necessario, prende coraggio e inizia a scendere a rete, dove disarma l’avversaria con volée e dropshot: in men che non si dica prevale nel secondo per 6 a 1. Anche il terzo sembra procedere per la stessa direzione: Sara ottiene subito tre palle break, ma butta in rete un probabile vincente: il resto lo fa la Kvitova, che riprende con i suoi contropiedi sparati da fondo campo e riprende le redini del match, che termina a suo favore. Sara, nonostante la cocente sconfitta, raggranella altri 320 punti: in questo momento, con 1050 punti è a ridosso della top 5 nella race per il Master: non male per una che ha iniziato l’anno in modo ‘inferiore alle aspettative’. Complessivamente la nostra è partita meglio dell’anno scorso che, in questo stesso periodo, aveva totalizzato “solo” 730 punti totali.

Analizzando questa prima parte della stagione emerge sempre di più questo fatto: Errani non ha rivali e può giocarsela con tutte, a parte le prime tre del mondo e forse altre due top ten come Na Li e Petra Kvitova. La resistenza di nervi di Sara le consente di trovare una crepa nel più solido gioco avversario, e in questo punto riesce a incidere piano, lungo l’intera partita, fino a generare nella mente – e nel fisico – della sfidanti una vera e propria voragine.
Sara è una regolarista, e per questo è spesso stata criticata; vero è che raramente, con le più forti, è lei a condurre gli scambi; il suo talento però, simile a quello di una Wozniacki o una Radwanska – sebbene in modalità e tecniche del tutto differenti – riesce a far giocare male, a perdere le proprie certezze. Trovo che quest’anno Sara, se mantiene la sua costanza, possa riconfermare i punti della scorsa stagione; difficile, o quasi impossibile, sarà per lei ripetere simili exploit negli slam – le cambiali dell’Open di Francia e degli Us Open infatti pesano come macigni. Tuttavia, Sara può trovare i suoi massimi risultati nei tornei di fascia medio-alta, dove con un po’ di fortuna mancano le fortissime e, se ci sono, sono meno agguerrite; un po’ come ha fatto la Kerber lo scorso anno, a parte la semifinale di Wimbledon, raccogliendo così la maggior parte dei suoi punti. Ghiotte occasioni sono i Premier Mandatory dove l’azzurra ha totalizzato pochi punti, come Miami, Indian Wells e Pechino (dove era uscita al primo turno) o Madrid. Sara Errani a piccoli passi si sta conquistando il ruolo di stabile comprimaria nel circuito femminile. Con la sua costanza potrebbe continuare a macinare successi e vincere qualche Premier. Migliorando il servizio (cosa che ultimamente sta cercando di fare) e provando ad essere più offensiva nel tentare colpi conclusivi potrebbe anche ambire, perché no, alla top 5, magari scavalcando Angelique Kerber – che ora non se la passa troppo bene – e la Radwanska – che non sembra in grado di poter difendere tutti i punti che si è conquistata soprattutto a metà stagione.

Insomma, sognare non costa nulla. Sara continua a mietere vittorie e a continuare la scia di Pennetta e Schiavone sul piedistallo del tennis italiano. Il suo gioco può non piacere, ma chi dice che la regolarità è un delitto, e che non merita la posizione che ricopre ha i vizi del provocatore. Anzi, mi chiedo: cosa sarebbe successo se Sarita avesse iniziato ad essere così forte appena tre anni fa, quando i primi tre posti erano occupati dalla meteora Caroline Wozniacki, dalla bella ma perdente Vera Zvonareva e da una tennista part-time come Kim Clijsters, in un’era in cui il gineceo tennistico era una caotica Babele? In un circuito senza Serena Williams, con una Masha infortunata e Vika e Petra ancora acerbe, la sagace solidità della romagnola forse l’avrebbe portata verso mete ancora più paradisiache. Chissà. Per ora godiamoci le imprese della nostra Chichi.

 


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